Quando la comitiva di turisti, uno per uno, si apprestò a entrare nel fastfood greco in fondo a via Merulana, ancora non si era staccato dal bancone metallico della cucina. In un primo momento non si era neanche accorto di tutti quei giapponesi con cappellino e scarpette fluorescenti e dell’incomprensibile fracasso dei loro chiacchiericci. Fino al momento dell’incidente rimase lì appoggiato sui gomiti, disorientato dalle traiettorie degli occhi disegnate lungo le incrostazioni di cibo sul tavolo da lavoro. Il titolare del posto, il signor Katsikaris, lo aveva tenuto come cassiere fino a qualche mese prima, quando una rapina andata a buon fine gli aveva portato via tutto l’incasso della giornata. Aveva dato la colpa a lui convinto che in qualche modo non si fosse dato abbastanza da fare per impedirlo. Nonostante tutto, aveva chiesto il permesso per continuare a spendere come sempre le sue otto ore al giorno davanti a quel bancone, un po’ per la totale mancanza di applicazione nel trovarsi un altro lavoro, un po’ per il rispetto dovuto al suo equilibrio mentale. Fino a prima del licenziamento tutta la sua vita si reggeva intorno a quel posto di lavoro: ogni sua prospettiva per il futuro, per quante poche ne avesse, contava sulla miseria di quei trenta euro del buono giornaliero. Quella sera non c’erano motivi per aspettarsi una giornata diversa da tante altre identiche, passate a compatirsi accasciato sui gomiti, eppure si sentì molto più sollevato del solito quando finalmente arrivò lo psicologo, un ex professionista in pensione con cui quando ancora lavorava aveva avuto una mezza discussione per via d’un resto sbagliato, e subito dopo erano diventati amici.
E poi insomma, quello che mi ricordo è che in qualche modo era come se io fossi il Colosseo, proprio come se mi ci fossi ritrovato per caso, per dispetto di qualcuno che gli avesse voluto ficcare uno dei miei nervosismi per ogni colonna, ogni angoscia in quei bei mattoni bianchi tutti in pila uno sopra l’altro. Non lo so, mi ci trovavo incastonato dentro, e c’era un elefante. Grande, tanto quanto me; non so se fossi io a essere un Colosseo molto piccolo o lui una bestia così gigante, fatto sta che subito dopo mi trovo di spalle a un bancone tipo questo, solo in un bar molto più vintage, una luce soffusa alla francese e la moquette sui muri, tipo il pavimento di una camera da letto bagnata di piscio ripetuto verticale, copiato e incollato su ogni superficie della stanza. Neanche il tempo di guardarmi meglio intorno e quest’elefante mi dà un calcio sul petto, con una zampa di certo diversa dal solito, come di cavallo. Un cavallo magro ma forte, col pelo ambrato. E io non potevo muovermi, e alla fine è come se m’avesse ucciso schiacciando il petto del Colosseo. Sono morto soffocato, non so cosa possa significare esattamente, che dici?
Riaprire gli occhi adesso era più un riflesso condizionato che un vero e proprio sforzo di volontà; sentiva di non riuscire a sopportare oltre l’odore bagnaticcio che il velluto bordeaux dei pantaloni dello psicologo gli spingeva di forza dentro le narici. Non è che ne fosse proprio infastidito, però in qualche modo sentiva di avere il bisogno di definirlo in un’immagine. E l’immagine di sé che ne ricavò fu di colpo quella di un povero esaurito, nuovamente sopraffatto dalle sue funzioni riflessive, svenuto dai suoi stessi pensieri e steso in terra, con lo psicologo seduto sopra di lui e buona parte delle faccette rotonde dei turisti che lo fissavano vai a sapere con quanti e quali interrogativi giapponesi finalmente liberi di sbizzarrirsi dentro le testoline, ora che le loro preoccupazioni non si limitavano più a trovare il fuoco migliore per fotografare i lampioni della città. L’unico suono che riuscì a percepire fu il rumore del voltapagina del taccuino, e una voce distaccata da sé stessa che lo pregava di andare avanti.