Tutto il corridoio era illuminato da una sola lampadina, avvitata sulla parete davanti all’ultima porta. Non riuscirei a giustificare quanta e quale fu la mia sorpresa nel ritrovarmi lì dentro, in quel preciso istante. Non mi ero reso conto di esserci entrato, né ricordavo altro di quel che poteva essermi successo fino a quel momento. E non ci mise molto, qualsiasi cosa fosse, a scatenare il panico. Solo un momento per ricominciare. Così guardando meglio mi ero già rialzato e mi stavo avvicinando a quella lampadina; avevo voglia di succhiarla e chiudere gli occhi, appoggiato col gomito al muro nello sforzo di immaginarlo abbastanza solido da trattenermi. Ricominciare, da zero, un’altra volta. Sempre che non mi tornassero alla memoria i discorsi di quella bambina, così innocentemente letale, che mi ripeteva quanto fosse pericoloso prendersi troppo sul serio, credere in qualcosa di quello che ci si racconta, con quell’aria così rassicurante, vestita di candido, che mi avvelenava. Ancora una volta, ti prego. Così guardando meglio gli occhi si erano riaperti ma il corridoio aveva l’aria di tutto meno che d’essere verosimile: la vernice rosso sangue dell’intonaco scrostato aveva lasciato quasi ovunque il posto alle bombolette opache, senza lasciarmi nemmeno il tempo di farmi sfiorare dal sospetto che fosse stato possibile per qualcun altro ritrovarsi lì dentro prima di me. Una soltanto. Ci pensai soltanto dopo, quando guardando meglio ormai le gambe erano partite senza dire niente a nessuno; e le vedevo guardarsi intorno pettegole, sghignazzando tra di loro a ogni oscenità sputata a spray dritta sulle loro zone erogene più terrificanti. Solo per oggi, lo giuro. Mi ricordai che ormai doveva essersi fatto tardi, ma restai inchiodato nei polmoni, sopraelevato come quel lungo tubolare, tanto familiare quanto arrogantemente inutile. Mi guardava con disprezzo, e si divertiva a nascondermi anche l’ombra di un gradino apparente che mi lasciasse scendere. Non succederà più, ti devi fidare di me. Così guardando meglio avevo freddo e mi avvicinai alla lampadina, mentre le valvole delle vene e delle arterie con un ottimo lavoro di squadra spronavano il coraggio fino alle mani, per convincerle ad avvicinarsi e scaldarsi. Come se non ci fosse, l’odore di vomito rinunciava a sé stesso, tiepido lungo i nervi sfilacciati dei pantaloni, e mentre libero da concorrenze sleali osservava rispettoso la plastica bruciare sotto la lingua, due lividi di palpebre scivolavano via fino alle dita, ingoiando la polvere di un macchia giallognola nei pressi. Mai più, ti prego. Mi venne a esiliare la madre ignota di un ritrovato interruttore fine-di-mondo, sempre più chiuso in se stesso ma anche da spento sapeva farmi sbellicare come solo lui. Ti prego… Così guardando meglio ero morto, e finalmente potevo lasciarmi vivere. …aiutami
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