La senti dentro,
come un richiamo alla nausea, si muove;
implorazione sottomessa, adesso preme.
E tutto il resto dietro, travolto dall’oceano
delle cattive intenzioni.
Ancora vivo, ancora sussurrato, segreto.
Poco più di una confessione.
Un atto di fede.
Non sai se tornerai,
non sai se lo farai,
dicono che ti ucciderai;
ti masticherai e
sotto ai denti,
travolto da nuove ferite,
ti stritolerai.
Ancora una tentazione,
l’incertezza di un momento fermo,
una parola attesa,
che adesso torna a rinchiudersi nella speranza
di una luce rotonda dietro agli occhi,
adesso e solo per te, chiuso in un angolo,
stuprandomi.
Imparerai a volerti,
a sentire le spine piantare radici,
dentro le ossa di un momento vuoto;
una luce accesa dietro agli occhi,
che torna quando non la cerchi
e ti lascia morire il resto dei tuoi giorni,
abbandonandoti alla polvere,
alla tua cenere malaticcia.
Ancora l’attesa,
e una sola la tua sicurezza:
corone inattaccabili, eroiche sul capo,
ti travolgono e stringono,
ancora affamano, e non lo sai,
ti uccidono,
nel vuoto di una realtà mai stata meno credibile,
balorda e tremolante.
Non la vedi ma senti come si diverte
a colare lungo i lineamenti, soddisfatta di sangue,
ancora torna e si scioglie,
e scende fino alla punta del cranio,
fino a farsi vedere, impercettibile.
Ancora la tua uscita,
e calma ti guarda,
lontana e maliziosa, ancora nel terrore.
Salvo dalle tue braccia,
forte della tua forza simulata,
non lo capisci ma ti vedi correre,
adesso sempre più forte,
scappando, abbaiando, urlando,
corri e ti trovi malato,
e debole e stupefatto la senti allontanare,
scappare via.
A fatica scendere,
scorrere nell’abbraccio del tuo corpo,
e lo fai di nuovo, non ci potevi credere,
ma lo fai e lo rifarai, per sentirla correre,
scivolare, ridendo,
addosso a te.
Solo un paio d’ore,
proprio adesso molte di più,
non sai perché ci fai caso,
ma continuerai, fino a vederne altre;
continuerai fino a farti male,
per sentirti ancora rinchiuso,
eroico e destabilizzato;
e ti viene da ridere.
Ridere e scappare, affossarti sul collo e
andare via col freddo nella pelle
che ti morde d’affanno,
e non sai come mai ti mastica le dita
e non vuoi neppure saperlo;
sai che quando lo farai
saprai come fare, come uscire,
sbranandoti di fame e delirio,
stuprandoti.
Qualcosa ti serve,
ti serve adesso per compiacerti,
per sentirti ingrato nella tua personale,
tradita, linfa vitale;
ti serve qualcosa,
qualcosa per continuare a correre
e rincorrerti.
Ancora.
Ci provi senza riuscire,
adesso senza nemmeno volerci provare,
e continui a sentirle,
strette come corone nella tua carne,
le sue labbra,
gonfie di sorrisi maledetti,
di risate infami e meravigliose.
E adesso nient’altro.
Nient’altro, inquieto,
come sempre, nient’altro.
Oltre l’oceano del sangue,
caldo lungo la schiena
come freddo il tuo sudore,
perso e incontrollabile.
Una tempesta addomesticata,
mentre soffochi nella deriva delle tue vene maltrattate
e aggrappate ai suoi denti,
ancora divertiti nella carne,
stretti nella danza,
fermi sulle ferite di una ferocia ammutolita,
in caduta libera attraverso la spirale
di una nausea ordinaria.
Allevia, quello che non riesci a dire;
consola, nel vortice di elastici che risuonano contro loro stessi
in orge festanti di sguaiata depravazione.
Tanto perduto, tutto conquistato,
nei corpi sventrati dei tuoi pochi superstiti,
e ancora ferro,
morbido sotto la lingua,
che non ha tempo per ascoltarti,
nessuna voglia di purificarsi.
E non lo farà,
certo non lo farà;
non per questa tua calma guerra,
né per il rumore pallido delle tue cicatrici,
assordanti nel sogno di un mistero svelato,
di un nodo sciolto sopra la fiamma della
tua realtà.
Quella vera,
a spasso con la prima,
si tiene per braccio e
fortificando ride,
sicura della propria esaltazione;
arde nel braciere inciso sulla tua fronte,
logora ancora per lei.
Se loro mordono,
mordi anche te,
finiscigli i denti e sapranno come ringraziarti.
Sapranno come sdebitarsi,
e allora sarà gioco,
insieme per mano,
a braccetto con i tuoi mostri.
Come fa un bambino
che frenetico insegue il padre
nella sola speranza di una risata più forte,
e scappando si sazia del suono tiepido
di un’espressione complice,
di una smorfia potente ma ancora una volta amica,
alleanza di vita.
E una volta ancora piangi,
nell’isteria di un ultimo,
infuocato,
fremito inorganico,
incatenato alle pareti
di uno stomaco dolorante,
chiuso in trappola dalle tue abitudini
devastanti.
E una volta ancora respiri,
tenendo per mano le pulsazioni
dei tuoi prossimi cinque minuti;
aspettando all’ombra di un’incertezza,
sotto il portone di una dimensione privata,
il riflesso di quel sangue che instancabile
mescola ossigeno e riempie i polmoni.
E una volta ancora danzi,
sul pianto versato del mio vino caldo,
vomitando via l’ultima delle sensatezze
dal riparo dei luccicanti disorientamenti,
in balia dei nervi, nell’abbraccio di una promessa
nascosta e segreta,
in cui torno ad affogare.
E una volta ancora ridi,
violentando l’ultima sopravvissuta ferita,
che ti aspetta, ti riconosce e crolla,
adesso che smette di chiederne il permesso;
d’istinto si libera, intorno alla sua improvvisa frenesia,
primitiva schizofrenica tenerezza,
e parla con voce sincera una fantasia di ribellione.
E una volta ancora cado,
preda della tua giocosa spietatezza;
il sogno antico di una perversione più vicina
ora che mastica rabbia e sovverte.
E ridi mentre rido,
delirando vita,
sconvolti di roço e d’amore.

