Il primo giorno di lavoro non si scorda mai.
Purtroppo lo venni a sapere solo più tardi, in compenso però mi ricordo alla perfezione tutti i preparativi dei giorni che precedettero il mio esordio nel mondo dei subalterni. L’ultimo sabato fu una giornata come tante altre; respiravo nell’aria come uno strano e immotivato senso d’euforia, che una volta entrato in circolo sprigionava nell’aria buona parte delle tossine che avevo in corpo. Era uno dei miei sistemi di autodifesa psicologica, e la convinzione profonda che riponevo in quell’immagine mi aveva regalato un altro pomeriggio di statistiche sostenibili. A volte misuravo scadenze predefinite di tempo in base alla vicinanza allo zero del tasso di insoddisfazione. Ad esempio 0,4% equivaleva a un pomeriggio tutto sommato andato per il meglio, mentre 2,13% cominciava a rasentare la soglia critica del 3% di insoddisfazione, obbligandomi a introdurre in tutta fretta nuove forme di distrazione. Vale a dire intraprendere attività insolite, oppure più frequentemente costringermi a sforzi psicologici di valutazione, esercizi mentali per attribuire nuovi elementi di pregio a circostanze e abitudini che ormai avevano perso d’efficacia. Potrà sembrare criticabile, ma pensandoci bene alla fine dei conti sono poche le obiezioni a questi miei stratagemmi che si possano definire onestamente legittime. Molti di quelli che adesso potrebbero storcere il naso non hanno mai saputo far altro che lasciarsi sgretolare lentamente dalle ansie e dalle angosce della quotidianità, e nella buona parte dei casi semplicemente non sarebbero in grado di costruirsi da soli delle vie di fuga. Io ci stavo riuscendo e per il momento mi pareva più che dignitoso accontentarmene. Quel sabato, pochi giorni prima di cominciare a lavorare al ristorante, ero quasi per niente insoddisfatto. I miei esercizi fisici davano risultati, e di pari passo miglioravano le mie applicazioni artistiche e la produttività delle mie ore di studio e lettura. Erano giorni regolari, domestici, ma del tutto rassicuranti. Ero addirittura riuscito a compiacermi per alcuni film che avevo trovato interessanti e avevo scoperto alcuni vecchi album musicali sconosciuti che per qualche ignoto nervosismo di fondo erano addirittura riusciti a mettermi addosso voglia di ballare. Ed è proprio quello che feci, eretto al centro della mio universo tre metri per quattro, piedi nudi sul tappeto moquettato, di colpo cominciai a muovermi, con in testa l’andamento dei grafici e gli ottimi risultati scolpiti nell’orgoglio. Subito dopo arrivò il turno dell’addestramento fisico, così impilai lungo le pareti tutto ciò che potesse disturbare il mio perimetro di movimento, mi tolsi tutti gli abiti di dosso e restai nudo con musica e cronometro a correre sul posto, rincuorato dalle attenzioni premurose delle cifre pixellate sul timer. Quello era il momento più soddisfacente di tutta la giornata, già da qualche mese. Potevo distinguere nettamente le voci di ogni singolo muscolo liberarsi dal corpo e veleggiare nella stanza, riunificandosi al senso d’euforia nella loro isterica cornice di baci appassionati. Ogni passo era una nuova prima volta e le cavalcate si rincorrevano frenetiche in uno schiamazzo scomposto di rigorose scariche elettriche, che mi traversavano il corpo da parte a parte. Nessun rimorso, finalmente nessun fastidio, e poi quasi senza rendermene conto afferrai i pesi, un buffo arnese autoprodotto composto da due mattoni e una maniglia legati insieme da incalcolabili cinture di scotch ben strette tra di loro, e cominciai le serie di sollevamenti, un braccio alla volta. Le ripetizioni mi coinvolgevano istintivamente, c’era qualcosa in quei movimenti ritmati di assolutamente pornografico, e ogni avvicinamento al volto, ogni sfregamento degli avambracci sui fianchi sempre più inumiditi dal sudore, era come se mi trascinasse per i capelli da un polo all’altro di un campo magnetico di piacevolissimo dolore. Come spilli mi si conficcavano nel collo i crampi di una tormenta psicologica e mi sembrava di percepire la stretta morsa dei ricordi solleticarmi i nervi con forti pizzicate, come se da dietro una porta socchiusa trapassasse la goffa eco di un musicista improvvisato intento a suonare con i denti il vecchio clavicembalo nell’aula magna di un manicomio criminale. Finito il tempo, mi misi a fumare, appoggiato al quieto rilassamento seguente la scarica di tensione e liquidi corporei dell’allenamento, aggrappato allo schermo retroilluminato e alle sue cifre che adesso avanzavano più lentamente. Quando arrivò la telefonata avevo appena fatto ripartire la musica d’atmosfera, mi ero schiarito la voce e avevo anche fatto qualche prova d’intonazione, prima di rispondere una volta soddisfatto dal timbro. Poi arrivò la domenica e fu un 2,61%. Lunedì l’insegna accanto alla porta spalancata dava segni di cedimento e la fila continuava lungo il marciapiede. 2,98%.