Polvere.
Odore di metallo.
Non riesce a liberarsene.
Ritornano, sempre. A distanza di pochi pensieri.
Uno ci si trova in mezzo. Non lo ha mai cercato, ma ci si ritrova sempre.
Uno vuole alzare la testa.
Sa che lo farà ma non lo ha ancora deciso: deve pensarci. Sa che non ne può fare a meno, ma riconoscerlo lo spaventa. Uno non può fare altro che spaventarsi, e questo ne ritaglia un veloce, annoiato divertimento.
Ancora metallo.
Adesso ha deciso, non ha altre possibilità.
Uno alza la testa, apre gli occhi.
Ritorna la polvere, e fedelmente di conseguenza il metallo.
Uno non sa di essere felice, non sa di essere confuso, non sa essere sicuro.
Sguazza nell’attesa, nell’incertezza, e questo lo difende.
Lo difende dalla polvere, dal metallo.
Non ha ancora deciso come sentirsi, se apprezzare il martirio della pioggia sulla stanca insistenza della lamiera. Non sa se deve decidere, ma non si sente sicuro.
L’incertezza lo difende, e lui ne è orgoglioso.
Nelle mani nasconde le dita, e gli occhi tornano chiusi, il mento ancora ad affidarsi al collo, con arroganza.
E torna il metallo.
Il metallo e la polvere.
A distanza di pochi pensieri, come sempre.
Arriva qualcuno. Non che mancasse traffico, nella frenesia del viavai, ma adesso sa che è arrivato qualcuno.
Deve alzare la testa.
Il tempo necessario per convincersene e apre gli occhi.
A Uno piacciono le novità, le sorprese. Sono ciò che meglio riesce a tenerlo in vita. Piace soddisfare il gusto proprio personale per le perversioni. Uno è convinto di essere in piedi su un elastico. Un elastico che ti può rovesciare in pochi istanti con la capacità devastante di un uomo che urla. Uno non vuole pensarci, ha paura dell’elastico. Uno si assottiglia lungo se stesso, si distende lungo il vorticoso equilibrio delle sue angosce, e vi si appollaia sicuro: come chi sente di voler urlare ma si compiace di aver la bocca chiusa, di non esistere, di non avere voce.
Ma solo occhi e odori.
Dispersi lungo i vagoni.
Uno apre gli occhi e vede un uomo.
Mezza età, fascino desolato: un residuato di un uomo elegante, composto, stravolto dal proprio elastico.
L’esempio tipico di un uomo che urla, ormai probabilmente non ha più neanche il ricordo dell’elastico, ma solo di una voce stridula, dei denti in bella mostra, spavaldi e complici di una bocca scomposta.
Un uomo che lo attira, finalmente è arrivato qualcuno.
Quanto si possa dire finalmente, questo non lo sa. Un po’ ha paura, ma non ci pensa.
L’uomo non ha scarpe, cammina silenzioso lungo la polvere.
Uno sa di non poterlo fare ma vuole chiudere gli occhi.
Non ce la fa.
L’uomo se ne accorge e lo interrompe.
Il tempo di godersi l’ultimo timore del suo pubblico e parla.
Uno vede infrangersi il vetro, ne osserva i pezzi cadere fra la polvere.
Chiede un sorso di birra, e Uno glielo porge senza perdite di tempo.
Sa di aver fatto la cosa giusta ma non vuole ammettere di avere paura; sa che non deve e non ci cade, è attento Uno. Ma sa di essere fuori posto, esattamente lì dove finora aveva ricavato casa sua, sgretolandosi in un covo di autolesionismo. Sa di essere fuori posto e di aver paura, ma non se lo può permettere, così recupera la birra e fa finta di niente. Ha deciso che questo lo aiuterà. Lo ha deciso senza pensarci, ma non importa: adesso è così e tornarci sopra non avrebbe senso, non se lo può permettere. Fa finta di niente e basta, e che nessuno si metta a dirgli niente perché sa benissimo che tutti avrebbero fatto come lui, o pure peggio a seconda di come. Fa finta di niente, ma quell’uomo se ne accorge, Uno è stato troppo sfacciato, ma non pensa di aver saputo fare di meglio. L’uomo ritorna a parlare, e solo adesso Uno si accorge delle sue dita. Dita affusolate, magre e promettenti. Non c’è fatica, non c’è usura. Solo ansia.
Molta ansia.
Mescolata uniformemente con la polvere.
E questo continua ad affascinare Uno, per quanto non riesca ad accettarlo.
Strette fra le dita un mazzo di chiavi.
L’uomo, scalzo, agita in alto la sua ultima sicurezza. L’uomo se ne vergogna, adesso non le interessa più, è spaventato e offeso: si sente insultato dalle sue sicurezze. A questo punto non ha motivi per convincersi. Per convincersi a crederci.
Si sente umiliato, preso in giro.
Ma sorride.
E sorride per ferire.
Per fare del male, anche agli altri, inutili, insulse scenografie del suo presente, ormai, inutile anch’esso.
L’ultima sicurezza, delle chiavi.
Le offre a Uno.
Quasi vorrebbe scagliargliele addosso, liberarsene, allontanare l’ultima, offensiva, responsabilità.
Lo fa sorridere l’idea.
Uno è imbarazzato, non può accettare: vorrebbe farlo ragionare ma non riesce a convincersi che sia giusto, né tantomeno crede di esserne capace. Si limita a rifiutare, abbozzando un sorriso di pietra.
Non può accettare, è fuori di dubbio, anche se una parte di sé comincia a fantasticare.
Ma non può, non deve e non ne è capace.
L’ultima sicurezza vale cento volte la prima.
Vuole farglielo capire, cercando di esserne sicuro.
Sa soltanto che la frase, messa così, suona bene, ma non ha idea in realtà di ciò in cui realmente crede.
Quando è in difficoltà Uno si rifugia nella banalità.
Cerca di non farlo, ne è schifato, ma inconsapevolmente non riesce a sfuggirne. Ci cade sempre, e lì per lì suona pure bene.
Sarà solo dopo che se ne renderà conto.
Dai, non farlo, ripensaci.
Poi come fai? Dai, no.
L’uomo insiste, Uno insiste.
L’uomo lascia cadere le chiavi, che quasi si perdono tra la polvere. Vuole che le prenda Uno, ma adesso Uno non è più alle prese con il suo elastico. Adesso è ben saldo, ancorato nella parte giusta.
Uno è dalla parte giusta.
Stavolta non ci sono dubbi.
E adesso si accorge di esserne diventato orgoglioso.
Stavolta non si discute, ha ragione.
Uno ha ragione e nessuno può farci niente, è dalla parte di tutta la gente che sta da una parte. E’ uscito dalla parte di chi non sta da nessuna parte. Adesso ha un senso, un compimento, una finalità.
Uno si conclude in se stesso, e adesso ne è orgoglioso.
Pienamente orgoglioso, se lo ripete.
L’uomo non è in sé, è evidente, e Uno sa esattamente cosa deve fare, come comportarsi. Non lo sa, in effetti, ma avverte inconfondibile la sicurezza di chi ha ragione, e questo adesso gli pare sufficiente per permettersi di improvvisare.
Riprendi le chiavi, non esagerare, non si fa così, non essere debole, fatti forza e vai avanti, tranquillo.
Sereno.
Uno adesso ha vinto.
Uno ha vinto, è sicuro di sé, sta dalla parte giusta.
La zona d’ombra della sua paura lascia spazio a qualcosa di più rotondo e meno spigoloso.
Una sorta di compiacimento penoso.
Non ha paura, non c’è da aver paura, non ha mai avuto paura.
Alla fine ha vinto lui, e non poteva andare diversamente perché lui non è così.
Dai, questo no, non si può dire.
Lui non è così, alla fine l’elastico non esiste mica davvero, lui è stabile, inchiodato a terra, e ha vinto.
Ha vinto, però nessuno può vederlo.
Nessuno può saperlo ma a lui che importa? Alla fine l’importante è essere saldi sul terreno.
Non venire rovesciati.
E questo adesso non può succedere.
Non può succedere ma non lo saprà mai nessuno.
L’uomo se ne va.
Nessun apparente segno di sconfitta, nessuna evidente motivazione.
Almeno non verso Uno.
Anche se Uno ha vinto.
Almeno stavolta.
Ma è solo.
Adesso di nuovo.
Abbassa la testa, chiude gli occhi.
Adesso scompare la polvere, sopraffatta dal metallo.
Dall’odore di metallo.
Dallo stridio dei freni del suo vagone.
E adesso, di nuovo.
Di nuovo l’elastico.

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