Ci sono cose di cui non parla mai nessuno.
Per esempio, esistono persone con un profilo migliore.
Una volta avevo un’amica, una vecchia conoscenza dei banchi di scuola, che aveva trovato lavoro come casellante all’autostrada. Un lavoro tranquillo, senza troppe responsabilità, pagato ragionevolmente e soprattutto l’unico impiego più o meno fisso che era stata in grado di trovare in anni di ricerche, grazie alla buona parola messa da amici di amici presso le persone giuste. Così, senza fare troppe storie, si presentò negli uffici appositi per ritirare la divisa e prese posto nella sua cabina, all’uscita dell’autostrada. Dopo qualche giorno, però, dovette cominciare a fare i conti con un serio problema, un tarlo nel cervello ben difficile da estirpare.
Ora, come tutti sanno il casellante dell’autostrada ha una posizione standard da tenere durante il servizio in postazione: seduto davanti a monitor e pulsantiera, allunga il braccio attraverso la finestrella situata alla propria sinistra, per ritirare il biglietto insieme al denaro del pedaggio e consegnare l’eventuale resto all’automobilista in coda dietro la sbarra.
Senz’altro a molti questo potrebbe sembrar affare di poco conto, fatto sta che proprio a causa di questa situazione, la ragazza cominciò ad accusare una forte contraddizione con se stessa: fin da quando era piccola aveva vissuto nella più totale e assoluta convinzione di avere un profilo migliore, in particolar modo quello destro. In ogni fotografia dell’adolescenza, in ogni filmino del compleanno in famiglia, in ogni autoscatto delle vacanze con il fidanzato, mai la si era vista consegnare un lato sinistro a favore di camera. Non si era mai riuscita a spiegare esattamente per quale motivo, forse per la piega dei capelli e per la forma che le dava al viso, sta di fatto che quel lato della sua faccia non lo aveva mai potuto sopportare. Nessuno, tra familiari, amici e parrucchieri, era riuscito a toglierle quel problema dalla testa, e lei si era ormai rassegnata a ricorrere a strategie del tutto particolari, come ad esempio camminare sempre accostata al muro del marciapiede sinistro della strada, non salire mai sul sedile del passeggero davanti, e tanti altri piccoli accorgimenti simili.
Quando alla fine realizzò che anche lei si sarebbe trovata inevitabilmente costretta a sottostare alla posizione standard del casellante dell’autostrada, esibendo giocoforza il profilo sinistro per gran parte della giornata e lasciando così stampata nei ricordi dei viaggiatori quell’immagine laterale del suo viso, venne puntualmente travolta da un vortice di gravi frustrazioni e molteplici imbarazzi. Giorno dopo giorno cresceva in lei uno strano senso di inadeguatezza, il quale presto la portò a non sostenere più il peso di quel disagio continuo. Non poche volte si trovava a dover affrontare tanti piccoli istintivi nemici, impercettibili scatti del corpo, movimenti fisici spontanei, tra cui un leggero affossamento verso sinistra del bacino accompagnato dalla duplice torsione combinata del collo e del mento in direzione dell’interlocutore, in modo tale da annullare il più possibile gli effetti nefasti del profilo sbagliato, favorendo una più neutra, seppur innaturale, espressione frontale; ma la strategia nel giro di poco ebbe a rivelarsi controproducente, in quanto la posizione scomoda e legnosa del corpo non tardava ad assumere proporzioni di ridicolezza pari o addirittura superiori a quelle del semplice profilo sinistro di per sé.
Dapprima, pur di dare una svolta alla situazione, provò a cambiare pettinatura, a truccarsi in maniera diversa; poi tentò più drasticamente di studiare un modo per ruotare direttamente l’intero tavolo della postazione. Ancora niente sembrava poterla aiutare, pertanto, per uscire dall’impasse, provò anche a rivolgersi a uno psicologo, che la seguiva instancabilmente perfino durante i turni di lavoro, ma l’unico risultato di ogni suo sforzo era sempre e solo un progressivo e inesorabile crollo di autostima, a livelli decisamente preoccupanti. Tanto preoccupanti da convincerla a cercare un nuovo lavoro, e successivamente, in seguito a ogni ulteriore fallimento, a rivolgersi sciaguratamente alla professionalità di un chirurgo estetico, dal quale si presentò con la richiesta disperata di farle assomigliare, una volta e per tutte, il profilo sinistro a quello destro.
Il medico, senza troppe preoccupazioni, non mancò di stilarle un preventivo, fortunatamente troppo salato per le sue tasche; così la mia amica si rassegnò, fino al giorno in cui, durante un momento di desolazione notturna, fu colta da un’illuminazione improvvisa, un’idea pazza e decisiva per risolvere il problema direttamente alla radice. Decise di simulare una sua conversione spirituale all’Islam, di rimediare da qualche parte un velo integrale, una sorta di burqa o la prima cosa simile che avesse trovato, e di fingere, durante le ore lavorative, la necessità di portare tale indumento per motivi incontestabilmente religiosi. La prospettiva le piaceva, magari avrebbe sofferto un po’ di caldo nei periodi estivi, però almeno aveva la sicurezza di poter finalmente lavorare, durante quelle ore che adesso le parevano supplizi interminabili e angosciose mortificazioni, con serenità e spensieratezza, al riparo da tutti quegli sguardi severi che la tormentavano insopportabilmente.
Superate le prime momentanee ritrosie, comunicò la novità ai suoi superiori, i quali seppur infastiditi non avevano nessun pretesto a disposizione per allontanarla, né potevano rischiare pubbliche accuse di discriminazione o fastidi del genere, cosicché la mia amica poté cominciare a intraprendere una nuova routine quotidiana: la mattina si alzava e, dopo essersi sistemata e aver fatto colazione, infilava il burqa, per toglierlo solo una volta tornata a casa, dopo il lavoro. E così via per settimane: il velo le piaceva, le dava una forza nuova, la faceva sentire finalmente sicura di sé, determinata, e gradualmente ci si appassionò sempre di più, provando addirittura a tenerlo per più tempo, anche fuori dall’orario lavorativo, fino al giorno in cui decise definitivamente di cominciare a indossarlo con regolarità, tutto il giorno, senza interruzioni. Imparò a conviverci, a svolgere tutte quelle piccole azioni della quotidianità, senza rinunciare a niente: si allenò perfino a mangiare gli spaghetti, infilando la forchetta attraverso la fessura per gli occhi. Sempre più affascinata da quell’indumento, decise di cominciare a frequentare il gruppo di fedeli musulmani che glielo avevano venduto, dopo esser venuta a sapere che si riunivano settimanalmente in città, a casa di uno dei membri, per le preghiere e le altre forme di socialità tradizionali. In mezzo a loro sentiva addosso meno problemi, si vedeva accettata in pieno, senza critiche o pettegolezzi, e finalmente adesso sapeva di mostrare agli altri il suo profilo migliore, di essere dalla parte giusta.
Per molto tempo continuò a frequentare quel gruppo, dopo il lavoro: era sempre più presente in ogni attività, e un giorno fu invitata a partecipare a una manifestazione pubblica sotto al Comune, per richiedere che fosse loro riconosciuto ufficialmente un vero e proprio luogo di culto e poter così evitare di doversi continuare a ghettizzare in un garage privato. Lei si sentì fin da subito molto coinvolta e, quasi per sdebitarsi con quelle persone che erano state capaci di farla sentire così bene risolvendole col burqa quel brutto problema del senso di inadeguatezza, presa da moto istintivo si lanciò sui giornalisti presenti, non distanti dal gruppo di locali razzisti contestatori, e con tutta la passione e la foga del momento si aprì con la massima sincerità ai loro microfoni e alle loro telecamere, raccontando per filo e per segno tutto quello che le era successo da quando li aveva conosciuti. Convinta di testimoniare l’accoglienza e la disponibilità di quel gruppo di persone perbene, l’insolita storia consegnata alla stampa finì presto invece per ritorcersi drammaticamente contro la sua stessa protagonista: una volta uscita pubblicamente diventò molto conosciuta in città e, quando la voce arrivò alle orecchie dei dirigenti dell’autostrada finalmente regalò loro un appiglio burocraticamente valido per togliersi dai piedi la casellante islamica. Si dichiararono offesi dalla truffa subita, dall’inganno iniziale del velo che veniva tolto dopo il lavoro e della finta conversione, e a nulla valsero le repliche nel momento in cui le comunicarono, a mezzo stampa e di fronte a tutta la città, il licenziamento definitivo e irrevocabile.
La sera stessa la mia amica, disperata per aver perso il lavoro e avvilita dalla pubblica umiliazione subita, si andò a ubriacare, tanto grande era il suo dispiacere e, sopraffatta da uno scatto di rabbia improvvisa, di colpo prese la macchina e si lasciò andare lungo la sua amata autostrada a tutta velocità, fino a perdere il controllo della vettura nel tentativo di strapparsi di dosso quel vestito che alla fine dei giochi l’aveva condannata a rimetterci lo stipendio che le serviva per campare, restando fatalmente coinvolta nello schianto fulminante contro la monovolume di una famigliola felice, con tre bambini piccoli a bordo, di ritorno dalla settimana bianca.
Da allora ho capito che è meglio diffidare delle persone con un profilo migliore.

