Poi appena ebbe finito di parlare, subito prima di fare per alzarmi e andare via, qualcosa mi costrinse immobile a fissarlo, come ipnotizzato. Era quasi come se i suoi gesti, in fondo, non me la raccontassero giusta, e mi sentivo sorpreso da uno strano senso di turbamento. Non che m’aspettassi di certo parole più incoraggianti, e già da tempo ormai circoscrivevo quelle situazioni a poco più di una fastidiosa e logorante routine. Assuefatto dalla spirale senza risposte della giungla quotidiana, la mia concentrazione si limitava a disperdere altrove ogni attenzione e ambizione. Piuttosto c’era qualcosa tra le dita tamburellanti sul piano moderno della scrivania; o magari nella piega della cravatta, annodata intorno al collo fino all’inverosimile, che si doveva forse attribuire alla stiratura frettolosa di una moglie distratta. Qualcosa di nascosto, di ostile. Non ne compresi esattamente il motivo, ma sapevo che nell’aria stava veleggiando un secondo e imprevisto tono di sfida.
Senza esitare, presi di nuovo per il collo le sabbie mobili e ricominciai dall’inizio, ancora convinto che tutto sommato quella storia era tutto ciò che c’era da sapere sul mio conto. Il giorno in cui entrai per la prima volta all’asilo, trascinato per un braccio, m’ero già predisposto a tutta la rassegnazione necessaria a quel percorso obbligato. Cercando di stimolarmi con il pretesto delle nuove amicizie, mio padre fermò il primo rifiuto umano che ci si presentò davanti e gli chiese quanti anni avesse: il bambino alzò una mano e fece come il gesto dell’ok, mostrando uno zero rinchiuso tra l’indice e il pollice. Quando mi resi conto che in realtà intendeva il tre delle restanti dita cominciai a frequentarlo, probabilmente più per avere qualcosa da fare che per vera e propria curiosità. Nei giorni che seguirono diventò il mio migliore amico: condividevamo una delle casette di plastica del grosso salone dell’asilo e nel pomeriggio, mentre gli altri godevano nel pisciarsi addosso svaccati sulle brandine del pisolino, ci chiudevamo dentro e pianificavamo strategie per rompere i coglioni il più possibile alle maestre che ci avevano urlato contro per tutta la mattinata. Scoprii che si chiamava Dimitri e che la regola principale dell’asilo era di non andare in giardino fuori orario, senza gli altri bambini e le maestre. Così pianificammo un modo per uscire e un pomeriggio riuscimmo a evadere: facemmo tutto il giro dell’edificio e restammo sul prato tutto il giorno, nascosti sul retro fino a quando ovviamente ci scoprirono e, nel ricordo vago che m’è rimasto di questa seconda parte, s’infuriarono. In ogni caso avevo la sensazione di aver fatto una scoperta incredibile e mi cominciai ad appassionare alle potenzialità del covo che quella casetta di plastica gentilmente ci forniva, fino al momento in cui, da un giorno all’altro, vidi Dimitri fissarmi e successivamente cercare di colpirmi in faccia, senza ragione. Subito dopo uscì dalla casetta e non mi parlò più.
Da lì mi resi conto che in realtà la mia immaginazione aveva assegnato a Dimitri un ruolo che nei fatti non gli competeva, identificandolo in un qualcosa che effettivamente esisteva solo nel mio cervello, e che per tutto quel tempo me l’ero trascinato dietro costringendolo ad attività che non solo non gli interessavano ma che probabilmente addirittura lo turbavano. Per il resto del tempo all’asilo non ho parlato con nessuno e mi sono sforzato di guardare i bambini che giocavano con le caccole o che seduti in cerchio si lasciavano così misteriosamente coinvolgere dalla settantanovesima lettura della gabbianella e il gatto, pensando che tutto sommato Dimitri non era poi così male. Fosse anche soltanto perché gli altri Dimitri potenziali, quelli veri, forse non avrei mai avuto modo di conoscerli.

Stavolta fece entrare la sicurezza.