Una grossa palla di lardo inglese, un groviglio di caviglie stese sull’attaccapanni che mi fissano vestite con tutine attillate di varie sfumature primarie confuse l’una con l’altra, mi guarda dal terrazzino della cucina, un pomeriggio di tempo giallo, con la sua faccia tratteggiata a colpi di polsi slogati e puntini a olio sfuggiti alla sfera della biro tossica, un vestito elegante, lucido come il marmo, che si piega in avanti e indietro ai colpi leggeri del vento, e osserva il collega nel lavoro più meschino che si possa concepire mentre lentamente l’attaccapanni si allontana e una stretta di mano congelata ritorna sulla bombetta del nostro uomo violento, un sorriso molto più secco e ravvicinato, uno spessore impercettibile d’aria sospesa che mi trascina nel vuoto e rende omaggio riverente al Dio del Silenzio, incappucciato nell’anticamera davanti al cadavere di mia sorella legata mani e piedi a un traliccio del Bosforo trasportato per l’occasione dall’equipe di sicari dalla suola elementare morbida come il pane ammollo, il termostato segna il galleggiamento con tocco distratto e accondiscendente, quasi un’intesa segreta, il segno del tradimento che pende al chiodo della cucina accanto al calendario, il corridoio senza balaustra mi riporta indietro di una settantina di secondi e tutto ritorna ad allontanarsi gradualmente, senza conoscere gli autori del programma mi dimentico del corpo, mi butto in mezzo alla stanza senza nessun segno di orgoglio o dignità, l’autocontrollo in persona che s’inginocchia davanti alla statuina di Mercurio e chiede udienza, riporta le raccomandazioni prima in ordine d’importanza e poi in ordine alfabetico, come previsto dalle richieste ufficiali, dal protocollo di servizio per i casi disperati delle emergenze, una piccola coroncina d’alloro dorato che pende sulle orecchie del Signore e storcendo gli angoli della bocca in su o in giù decide del futuro dei piccoli contadini delle capanne di paglia fuori dalle mura, un sorso d’uva freschissima lo fa andare liquido di corpo proprio sul velluto dell’ottomana e dalla scompostezza delle sue risate la piccola ampolla con il nobile metallo fuso va a rompersi sulle mattonelle scure e rinforzate della stanza, l’attaccapanni si piegò a metà e lasciò scendere il signore delle caviglie che con pochi passi si avvicinò al mio orecchio, mentre la colombina inglese con la bombetta rassettata sui trecento chili di carne fetida mi risollevava con i movimenti delicati d’una masturbatrice colombiana appena scesa dall’aereo, venne all’orecchio e mi chiese come mai la pelle del suo amico in fin dei conti non puzzasse per niente, e un rigagnolo di sigaretta si formò in mezzo alle sue scarpe lucide rinchiudendo la stanza in un odore tanto penetrante e aspro da fare reazione con il mercurio morto evaporato e abbastanza per lasciarmi la bocca piena di risposte e verità, a tal punto da spingerlo fino al vecchio fumetto cinese del bue e dell’albero fiorito, tirandomi per la mano, e al posto della tavola vuota, da cui m’aspettavo consolazione, si trovava un uomo, insaponato da capo a piedi, senza uno dei lati del collo a chiudere il perimetro della grossa corporatura, e da quello spiraglio di collo mancante usciva una mezza fila di denti nerissimi e forati da parte a parte in più punti, che il piccolo uomo delle caviglie raccolse uno a uno per infilarle in uno spago spinato che aveva trovato dentro un cassetto, con mio grande stupore la mise al collo dell’uomo con la bombetta e cominciarono a baciarsi, in mezzo alla stanza, mezzo appoggiati sul nero tavolo apparecchiato senza tovaglia, mentre ancora l’inglese mi teneva sollevato, seppur con molta più evidente tensione di prima, l’attaccapanni si riaprì e con un solo movimento ci finii sopra senza nemmeno rendermene conto, schiaffato dall’uomo con gli occhi chiusi e tre quarti di collo sospesi nel mercurio combinato disposto con il rigagnolo di sigaretta, che continuava a svaporare sempre più minaccioso, sempre più voluminoso, sempre più veloce davanti agli occhi ammutoliti del calendario, e da sopra l’ottomana staccavo grappoli di pinze per i panni che molto spesso si rigiravano in gola e mi lasciavano senza il fiato necessario per seguire gli sviluppi della scena, volli provvedere a questo fastidio lasciando masticare dal rigagnolo i grappoli per infilarmeli in bocca già disossati, e per quest’inventiva e prontezza di riflessi mi meritai un’occhiata niente male dal piccolo sguardo attillato lucido dell’uomo delle caviglie, che dopo pochi secondi tornò a centrare con movimenti predestinati della sua lingua chirurgica la faccia molle dell’inglese che teneva stretto a sé, a quel punto il tempo giallo regnava sovrano sui miei capelli e si decise che dovesse essere osservato il riflesso arancione scuro, un colore nobile e prestigioso, quasi dorato, che un piccolo filo ramato del sopracciglio sinistro attirava sulla mia fronte per servirlo al palato di tutte le pupille del Monastero, e quando se n’ebbe abbastanza, la sigla d’un patto d’acciaio rinchiuse in un colpo solo tutti e tre i suoi fratelli in un negozio d’amore nero.
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