Bitmap esadecimali, suoni d’esasperazione psicotronica. Contare le tabelline sulle dita della manica, sognando tuffatori di Giappone insinuarsi nel fresco limo di un Nilo disorientato. La vasca del pesce richiama tentazioni proibite, tutto si fa metro quadro. Intanto sotto al ponte, miliardi di minuscole lampadine s’accendevano e si spegnevano al ritmo cardiaco dei tecnici parolieri, a veleggiare in comitive di tre dalla centralina fino al bancone dei tatuaggi. Codici identificativi, numeri di serie e licenze d’autore a inchiostro colorato. Una seria ragione per accettare l’incarico, il salario e tutto il resto. Ancora una volta, eccovi in prima linea, pronti a morirci tutti d’amianto e considerazione. Dal ponte, sedicenni si scambiavano occhiate languide, sicuri di non esser riconosciuti, e le aspettative dei più si fermarono a un ghigno veloce e un nuovo tuffo carpiato dritto nel torrente senza fine né quadratura delle speranze future. Occhi verdi di smeraldo trovarono insegne luccicare senza posa, mostrare riguardo alle sole vecchie conoscenze di tempi andati e carezze che furono. S’intenerivano al solo pensiero di nuovi tramonti che potessero acconsentire alle ricapitolazioni di quanto non fosse già stato dimenticato in abbondanza. In lontananza le sagome scure dei portatori di piombo sforzavano i muscoli facciali in manovre contrite di ordinaria disperazione. Poco distante, omuncoli in miniatura si lasciavano vivisezionare dai microscopi dei grossi pali portanti d’acciaio, dall’intelaiatura impigliata nel cemento armato. Uno di loro si chinò per terra, e con le ginocchia infuocate ebbe virtù di tirar fuori la lingua e abbandonarla, finalmente rinsecchita, lungo le asperità dell’asfalto. Ne uscì inghiottendo sospiri di sollievo e lisciandosi il pelo sul pietrisco liquefatto dalle manie di protagonismo del Sole. Posizione di riguardo quella dei rispettivi centralinisti, che sotto alla grande campata del ponte, si radunavano nelle roulotte di servizio a scansionare le minacce della loro permanenza. Uno di questi signori giurava d’aver sentito parlare un bullone, una volta, e non la smetteva mai di raccontarne ai quattro venti i frutti della conversazione. Diceva che il bullone si era lamentato della sua funzione, della sua stessa origine di vita, monouso, insignificante e ben poco remunerata. Invidiava le sacre virilità dei cacciaviti, dei martelli e persino delle più ambigue chiavi inglesi che lo avevano accompagnato durante l’ultimo viaggio. Non si seppe molto del resto, ma pare che poi quel bullone sia rimasto esattamente inchiodato dove l’avevamo lasciato, borbottando in altre lingue qualche verso sconosciuto e incomprensibile, affidato all’atmosfera come alle cure d’una madre apprensiva. Il frastuono dei grossi cavalloni dell’Oceano Pacifico risputava a nuova vita le rimembranze lontane dei pozzi di periferia, i quali assunsero sempre nuovo potere, diritti sociali e capacità amministrativa. Di lì a breve, si riuscì a stordire a tal punto il maestoso tirante principale del ponte da farlo vacillare più di una volta, in occasione del passaggio dei treni sul binario centrale della grande opera. Starsene seduti lontani significava starsene ad aspettare. Aspettare il momento del crollo, della rivelazione, del niente di fatto che finalmente poteva mescolarsi liberamente con un nuovo e ritrovato senso di colpa, personale a tutti gli effetti. Non si poteva chiedere di meglio da una sbirciatina rapida e indolore. Il ponte dichiarò la propria resa, le roulotte si scoperchiarono lasciando abbronzature irrispettose sui capi dei funzionari, e tutto si risolse con qualche deceduto contenibile e nessun ferito. Nuovo giro e nessuno dei nostri colleghi restò presente abbastanza da potercelo raccontare.