Io sapevo di quello fenico, ma poco importa se il tradimento è la via della sussistenza. Lentamente mi scesi di bocca il combustibile e la memoria gusto lime prese possesso delle mucose, lievemente frizzante intorno alle pareti della lingua. Quando ripresi a guardare verso la strada mi resi conto che la storia stava procedendo verso un cambio di direzione. La lasciai perdere e mi infilai in una macelleria affrescata a olio stile condominio di una vecchia nobiltà palermitana decaduta. I grossi rasoi d’acciaio tintillavano sul costato gelido delle carcasse gocciolanti in un coro di silenzi di cristallo, lasciandosi dietro solo uno strano odore di comodino e moquette impolverata. Ci volle solo un lieve riavvicinamento alla vita, da parte del gracile macellaio, prima di sospendere gli occhi a mezz’asta e incorniciarci dentro la mia figura confusa e probabilmente anche troppo poco integra rispetto a quella che potesse aspettarsi da un semplice cliente. Domandai la porta del bagno con una lamina di sillabe quasi impercettibile a orecchio nudo, dopodiché seguii la punta della lama fino a una tromba metallica di scalette a chiocciola che si diramavano dall’angolo delle bistecche di maiale fino al luminosissimo sotterraneo. Uno stretto corridoio bagnato al neon rifletteva vampate metropolitane di elettricità clandestina lungo la ceramica delle piastrelle tirate a lucido. Un tappeto invisibile stuprato da continue cascate di basalto fuso. Ogni passo poteva sorprendere anche il più avventuriero degli imperturbabili, dall’assoluto silenzio metafisico di quella cornice. L’impotenza di turbarsi le orecchie al suono dei tacchi a spillo mi diresse a velocità crescente verso l’oblò della porta scorrevole che dava fin sul vespasiano. Accanto a me, le sagome ingiallite di milioni di incontinenti, come ombre polverose tutti quelli che erano passati di lì prima di me, alcuni addirittura provvisti d’accompagnatore adeguatamente prescelti per l’occasione tra le fila dei parenti stretti, mi si stringevano al collo nella morsa di antichi spiriti insoddisfatti dalle genie concepite. Come risciacqui gengivali in lontananza finalmente riuscivano a riemergere i primi suoni, simili a martellate d’ovatta sulla pelle d’un tamburo tribale, e nessuno ti chiedeva in cambio una mezza sigaretta o uno spicciolo per fare festa, per poterti osservare, affogato nell’ovatta. Tutti gli occhi addosso, e in pochi possono sapere quanti, a rubarti a gratis le soddisfazioni d’una pisciata isolata. Veleggiavano intorno, nelle loro orbite celestiali, con pupille affilate a sventrare a metà certi grossi occhi di quercia secolare, puntati dritti sulle strettoie della piccola grata metallica dello scarico. Veniva quasi da domandarsi come mai pareva girasse in entrambi i sensi, il vortice del risucchio. Non avrei saputo descrivere fino a che punto esatto di collisione potesse confermarsi quella verità, e tra le unghie bagnate di mousse delle schiere profanate di pisciatori, chiamati a raccolta da incastramenti astrali epici o qualcosa di simile, preferii rimandare la questione del risucchio fino a quando non fossi riuscito a interrompere il risciacquo gengivale. Se non il mio, perlomeno il loro. Realizzai questa speranza quando già non riuscivo più a vedere altro sotto le caviglie se non il riflesso esausto del cadavere rigonfio del vespasiano perduto in melmose rive di ambrata desolazione. Continuai a non credermi fino a quando non ebbi modo di sentire il primo brivido gelato lungo l’interno coscia sinistro, nell’atto di ritirare su i pantaloni lasciati sfibrati a marcire liberi sul pavimento. Chinai il capo in un cenno di saluto, raccolsi con soddisfazione il reciproco ricambio dei coinquilini, e cambiai direzione. Risollevai l’oblò della finestra dal suo oblio di disinteresse assoluto e con qualche sforzo navigai fino a raggiungere nuovamente la tromba delle scale. Continuai a scendere seguendo i pendii traballanti degli scali metallici, dai quali esalavano lontane eco come di confusi mazzi di chiavi violentati dal pollice del guardiano, a ogni rintocco di suola. Il piano al di sotto del sotterraneo, nuovamente i piedi si saldavano nell’asciutto, l’aria viziata e in un lato del piccolo bunker squadrata la figura rifinita di quella che riconobbi come la moglie del macellaio, dalle descrizioni della cicatrice sul collo che se ne facevano nei passaparola del bar. Stava in piedi dietro alla robusta vetrata di un casottino, improvvisato biglietteria, e dal piccolo forellino rotondo posto all’altezza del mento mi chiese di svuotare almeno una delle tasche dei pantaloni, di lasciarle il contenuto qualsiasi cosa fosse e procedere verso l’apertura del muro coperta dalle striscioline di plastica trasparente di quella specie di macabra tendina. Di là dal muro ritrovai Georg, imbustato dentro una sacchetta di quelle per i prelievi del sangue e riposto accuratamente dentro una cassaforte lasciata col coperchio socchiuso. Lo presi per mano, lo rinfilai nella tasca e imboccando nuovamente la tendina mi riportai verso le scale a chiocciola e continuai a scenderle fino all’uscita. Il mondo all’esterno s’era fatto giallo e umido; le nuvole riflettevano i primi raggi del sole, sortiti in ritardo dal mosaico delle nubi per rischiarare gli ultimi traffici del tramonto. Fuori da quella baracca infernale, affrescata alla palermitana, un Cristo irredentista versava fialette d’orina infetta nella gola dei mendicanti, e cercava poi di convincerli ad alitarmi in faccia. Fortunatamente, bagnato fino al cavallo dei jeans fuori dalla macelleria, dovevo pur contare qualcosa più di lui, e nessuno s’azzardò a dargli retta. Alcuni, i più orgogliosi, continuarono ad osservarmi ancora per qualche momento, poi anche loro realizzarono, e fu calma piatta fino al sopraggiungere della stanchezza. Mi strinsi la tasca in una risata e c’addormentammo entrambi sul primo sedile macchiato di sperma della carrozza per le biciclette d’un treno in demolizione, al deposito della stazione centrale.
Nel bel mezzo della demolizione.