Vapori di carne essiccata pendevano in forme plastiche lungo i corrimano d’ottone delle vecchie scale alla turca. Croste di sangue rappreso vomitavano rassegnazione in mezzo alle rughe di plastilina stampate sulle facce inermi delle donne sedute sulle pile di cassette di legno svuotate dalle compravendite. Cesti maciullati di insalate dimenticate rovinavano fragorosamente nella polvere del grosso chiostro, rotolando sulla terra battuta tra le fessure dei formicai e le chiazze di unto e salamoia del mercato. Una stampella del posto cominciò a correre tra le fila dei venditori abusivi, sputando l’ultimo vigore dalle palpebre socchiuse dell’infermiera. Lo scintillio delle monete frantumava il forte odore di spezie e conservanti chimici, liberando bagliori nauseanti nell’aria esasperata di un prima mattina rassegnata a un insolito silenzio mortuario. In lontananza, il risucchio delle cannucce ai tavolini d’alluminio levigato del piccolo bar all’antica risvegliava l’ultima disperata immedesimazione negli affari della vita quotidiana. Le apprensioni evaporate della calca si trasformavano in salivatori automatici al rallentatore, in mezzo agli sciatori di fondo della terza età, spremute nei succhi gastrici di un intera zona residenziale tirata su dalla saliva delle cavallette. Ogni respiro era inequivocabilmente convinto d’essere l’ultimo e tanto bastava per appiattire l’umore di tutti i presenti al minuto immediatamente precedente la soglia del dolore. Si vedevano crocifissi di bambini appesi alle parete in lontananza strofinarsi gli occhi arrossati dalla polvere e massaggiarsi il collo stretto dal guinzaglio con le dita sudaticce dei piedi. L’ossigeno era paura di aver a che fare con qualche riflesso di sé: si respiravano nugoli infranti di calme storte e naufragi falliti, schivando con cura odontotecnica ogni spiraglio di superficie riflettente. Non c’erano vetrate, né tantomeno specchi, e il piatto delle bilance era foderato da strati vellutati di moquette per pavimenti. Le facce senza volto delle espressioni tumefatte dei clienti venivano rinchiuse a gruppi di quattro per volta dentro il portafogli dell’ortolano, e in quella tasca dei pantaloni consunti venivano condannati al confino per l’eternità. Le parole si rincorrevano nelle trachee indifferenti delle controfigure, abbaiando ventiquattr’ore al giorno per andare a pisciare da qualche altra parte. Non c’era nemmeno l’ombra di una fonte di calore, ogni costruzione si basava sull’incapacità artigianale del vicino, e nel complesso, tutto il mosaico si reggeva intorno alla propria negazione. Il grande porticato dell’ingresso era un cumulo di macerie abbandonate al tempo, e pareva vederne fuoriuscire le grosse assi di legno massello di un tempo, come aggrappate alla memoria di un periodo vitale del passato. Il mercato era una basilica sconsacrata, ricolma di pietrisco grottesco e scritte oscene. Dalle grosse lampade appese al soffitto sfiorivano fuochi fatui dentro gli aspiratori per il fumo, e lo spirito all’ammoniaca delle suole delle scarpe calpestava le teste consumate dei vecchi aborigeni nella morsa di un marciapiede spigoloso e fuori controllo. La rabbia era muta. Piccoli animali di varie razze incrociate calpestavano i denti sparpagliati del teschio deforme dei vecchi rancori, con il loro insopportabile zampettio bastardo, ticchettante all’infinito sui gradoni della scalinata centrale. Dalla scalinata si accedeva al piano superiore, l’ultimo dell’imponente edificio, massacrato dalle ricostruzioni rituali che nel tempo le avevano divorato l’anima. Il piano superiore era costituito da un lungo corridoio, ai lati del quale s’infiocchettavano quantità incalcolabili di piccole porticine, ognuna l’accesso delle rispettive celle. Le celle erano la residenza estiva dei commercianti, l’ultimo posto fresco raggiungibile durante le temperature magmatiche delle settimane più calde. I commercianti erano riuniti in ordini religiosi di diverso tipo, e a ogni ordine spettava una sezione predefinita del corridoio. Chiazze confuse di ustioni silenziose e convulsioni notturne si alternavano il podio delle grandi sorprese di quel luogo segreto e inarrivabile. Pareva che si svolgessero vere e proprie ritualità di un malassortito entusiasmo esoterico, nel cuore della notte, che per loro valeva da addestramento psicologico pre-lavorativo. Nessuno, in ogni caso, sapeva come si procurassero la merce che puntualmente ogni giorno riempiva le loro cassette e i loro scaffali, dato che per la maggior parte del tempo se ne stavano rinchiusi nel grande albergo al mare o sparpagliati nel labirinto di quel corridoio nella basilica. L’albergo era la vecchia sede di un carcere di massima sicurezza. Venivano portati lì tutti coloro che dovessero scontare periodi di isolamento forzato o altre faccende simili. Una volta dismessi gli uffici e trasferiti i prigionieri, i commercianti vi si erano trasferiti in massa a giocare a dadi e rovinarsi in scommesse azzardate sui combattimenti delle nuove matricole. I commercianti, a loro modo, si divertivano, e avevano bisogno di quelle ritualità notturne lungo il corridoio per non lasciarsi annientare dai clienti. Nell’effettivo, quando decisero di addestrare quei vecchi rincoglioniti a fare i clienti non avevano idea che la loro mutilazione cerebrale potesse ritorcerglisi contro in termini di terribile noiosità e sfiancamento assoluto. La loro breve provincia autonoma senza appartenenza fu lo sbandamento di un millisecondo. Feci la tessera dell’ordine, fui iniziato lasciandomi ustionare l’interno coscia con un fiammifero, vendetti il primo cesto d’insalata a una delle salive della traiettoria orientale, e me la detti a gambe verso i misteri di Spagna da un’altra parte.