Il sedile posteriore girava intorno a se stesso ruotando sull’asse delle mie spalle. Le radici di un godimento, una vorticosa debilitazione nelle meningi, si mescolavano al cranio traslucido delle nuove occasioni. Capitani invisibili lanciavano dritte tecniche feroci a conficcarsi nelle retine, in mezzo a chiasso di risa e velocità primordiali. A passo di valico la forcella del rabdomante guidava i pensieri distratti delle chiazze di colori. Unità di misura decimate dal conflitto d’attribuzione dei significati senza piombo di una serata sprecata dietro a rincorse infantili e minuti dispersi negli angoli smussati dell’ombra da marciapiede. Amplessi di vagabondi a tinteggiare le cornici del cielo in fetidi stordimenti profetici al sapore di naftalina e disgregazione. Coppie fradice di modeste vanità si rincorrevano sotto il brivido gelido degli pneumatici nei venticinque minuti di combattimento, dispersi tra le giostre casuali di una guerra di successione. Pochi ma buoni i sorsi di spirito, scornati, si intrappolavano lungo le caviglie ammorbidite dalla foschia dei viandanti. Vietato giocare a pallone con le mani insanguinate, parevano sussurrare le cinghie che ci stritolavano le caviglie della sera, entusiaste dalle loro circonvoluzioni forzate e irrefrenabili. Il mosaico delle mani pareva tenere il conto a pallottoliere delle vite sprecate dal mondo, cadute finalmente preda dei cacciatori di fantasmi. E c’era chi osservava, con l’adrenalina conficcata nelle sottocoppe di feltro di un tavolo incrostato a doppio malto. Tra i finestrini delle fronti appannate rimbalzavano gli odori delle basette fresche, il mentolo rarefatto dei dopobarba, allungati col passito e corolle di seta cucite intorno come madri compassionevoli. Per una nuova prima mossa, correvano flussi di casualità a riempire i margini vuoti e sconclusionati dell’entusiasmo prigioniero, che progettava l’evasione ticchettando le unghie rifinite sugli stemmi incisi ad alte temperature sulle brutte ghigne delle grate di scarico. Pacchi e pacchi da venti di teste di pesce si scagliavano di sotto dai terrazzi rimbalzando modi di dire, frasi lasciate a metà e risate viscerali, sputacchiando pezzetti di fegato e ghiandole surrenali dentro i calici di vetro accanto alla vetrata lussuosa dei lounge bar nelle piazze dell’antiquariato. Armonie in crisi d’identità sovraffollavano i centri di reclutamento e le caserme per l’impiego, e si scrollavano dalle spalle fino all’ultimo dei nostri personalissimi secondi di gloria. Del tutto non in vendita. A meno che l’offerta che non si può rifiutare non preveda un contrattino del tutto favorevole, una sistemazione vantaggiosa per tutti, non necessariamente legale, non si discute, un qualcosa di avvincente, uno stipendio fatto di caramelle e mozziconi bruciacchiati dal vento caldo del primo pomeriggio. Tu convincimi, caro amico, e poi dopo diventiamo sorelle d’amore e prostituzione minorile. Si sentiva in lontananza come l’eco di un cravattaro confuso che in preda al panico si fosse gambizzato le vene dell’interno coscia col suo stesso coltello incrostato di globuli epatici, cani randagi, che se lo trascinarono in un vicolo appartato e cominciarono a leccarlo dalla testa ai piedi, mentre lui schiamazzava per il solletico e reclamava progressismi interiori che ne rendessero sopportabile l’esistenza ravvicinata con se stesso. Ognuno se la godeva, a suo modo, e poi arrivarono i confessori, i ciarlatani porta a porta che correvano nudi sui marciapiedi intorno alla stazione per vendicare profeti massacrati centomila anni prima da camionisti distratti in preda a qualche famelico colpo di sonno. Le croci diventavano asterischi, i chiodi andavano verso la fine, e si correva ai grandi magazzini per riempirsi le tasche di nuovi sacchetti porta-chiodi da rubare sotto gli occhi della cassiera nevrastenica che ormai parla da sola, si chiede consigli, si ringrazia per le dritte al momento giusto, poi corre a casa a stritolare i bambini con cappi ben arrotolati di file di scontrini non battuti e chiavi inglesi trovate in mezzo agli ultimi scatoloni abbandonati nel magazzino. Poi tornammo tutti sulla strada giusta, nel quartiere che ci spettava, e corremmo a mandare i confessori in visita dai loro padri, avvinghiando viscere e chiodi in sovraccarichi ormonali di ustioni notturne. A noi piaceva, a loro faceva godere, e nell’orgasmo di un millisecondo, c’era chi osservava, chi si impiccava all’elastico delle banconote, chi ululava pietà e chi se ne leccava le mani distrattamente, altri si sporgevano dalla punta della lingua e si lasciavano vomitare sull’orlo d’una teca di vetro da acquario ricolma di binari vivi e treni in malattia. Nelle corsie del reparto si vedevano file di passaggi a livello in attesa spasmodica che un dottore qualsiasi, o anche un semplice millantatore a caso che se ne appropriasse dell’identità, li andasse a tranquillizzare sulle condizioni fisiche del loro caro amico, compagno di tante avventure. Così in preda al panico mi ci buttai io e cominciai a rasserenare le acque con orde di misticismo laido sull’importanza del loro livello, che mantenessero sia il livello che il passaggio, o magari anche solo il passaggio ma che il livello non superasse tot predefinito di decibel, che altrimenti avrebbero svegliato la discepola quindicenne dei confessori, e sarebbero stati nell’effettivo, guai per tutta quanta la baracca. Così loro mi dettero la mano, io le strinsi tutte una per una, divincolandomi in mezzo alle strutture cercando di salvarmi la testa dai traumi cranici in cui m’avrebbero abbracciato quelle loro sbarre altalenanti, che non riuscivano a trattenere dall’alzarsi e abbassarsi frenetico continuo. Mi tolsi la vestaglia lilla che spacciavo per camice e tornai nell’auto in corsa, saltando al volo dentro al finestrino chiuso del sedile posteriore. Un lampione s’intromise di colpo, spostandosi sulla carreggiata e intimando l’alt. Mi chiamò per nome, mi sussurrò le solite paroline sconce dritte nel cervello e mi convinse a scendere dal veicolo, strangolato nel cappuccio della felpa. Lo punii per quella sua stramaledetta classica impudenza, e passammo le successive otto ore a farci massaggi intimi e complimenti per lo stato di forma vicendevole. Qualche tempo dopo tornai in clinica per farlo abortire e mi intravide la quindicenne, così scappai e raggiunsi finalmente i miei amici in mezzo alla brughiera. Accendemmo un falò e mi cicatrizzai le ferite sul fuoco. Poi mi alzai e feci il bagno in un pozzo naturale che si era formato in un’insenatura carsica leggermente spaesata. Quella sua indecisione, tipica del turista disperso in mezzo a terre sconosciute, fatte di palazzoni e musi lunghi dal coltello facile, mi convinse a molestarla, così persi le successive diciannove ore nel tentativo di trovare una drogheria ancora aperta che mi vendesse un costume da lupo cattivo. Non la trovai e mi lasciai convincere a tornare verso il tepore domestico del mio sedile, fratello posteriore.
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