Mi asciugai le chiazze di bava bianca ai bordi della bocca strusciandomi sulla grattugia del marciapiede. L’elegante chauffeur privato m’aveva scatarrato fuori dalla bara di famiglia, un lungo sarcofago nero a rumore, non appena uscito dalla zona di sua giurisdizione, e stavolta di nuovo mi toccava farmela a piedi fino alla stanza. Ritirai la mano nella tasca del cappotto e presi a massaggiare il sasso. Lo stringevo tra le punte arrotondate del pollice e dell’indice, mentre col terzo dito compievo ritmici movimenti ondulatori sulla superficie liscia e biancastra. Infilai dentro al primo bar sulla destra con la stessa naturalezza spontanea con cui si ritirano su i pantaloni dopo aver intasato la tazza del cesso. Lo portai al tavolo all’angolo dello spazioso locale in stile moderno del quartiere bene della cittadina, cosparso di bianchissimi rosari al neon che rimpallavano impazziti sulla carta da parati rosa argentata, aggrappata al muro nel mezzo a ingombranti specchi inchiodati a casaccio lungo l’intero labirinto delle pareti. Sprofondai nell’imbottitura della panca e reclamai da bere. Mi divertivo a farlo arrabbiare roteandolo confusamente sul piano del tavolo, grondante vecchi strati di birra appiccicosa che gli si incrostavano addosso otturandone la dura pelle porosa. Lo guardavo mentre senza riuscirci cercava dentro di sé uno strillo da potermi conficcare in fronte; sorridevo e mi ripagavo d’ogni sforzo, nascosto dietro all’odio tenero che tentava in tutti i modi di sputarmi sulle mani, in improbabili tiri al bersaglio che mi facevano uccidere dal ridere. Intorno, frangette allineate scomode di disinvolte quindicenni a ultrasuoni spiccavano dagli alti sgabelli d’alluminio, riflessi dorati di ciuffi biondi sprecati nelle macchie di fango del pavimento, gelide maniglie penzolanti facevano da ornamento agli sbalzi di volume delle conversazioni. Sottili manici di penne stilo tentavano la sorte gettandosi nel vuoto dalla tasca del grembiule che ricopriva la mise da discomusic del giovane barista. Orchestre sinfoniche evacuavano sfregamenti di suole a ritmo sostenuto sul tappetino dell’ingresso, mentre appassiti inservienti di leva infilavano e sfilavano senza tregua lo stipendio dai portaombrelli, spiaccicandosi sorrisetti compiaciuti sul volto lapidario. Sbornie vergognose si nascondevano in tragiche sottolineature rosse sotto gli occhi schizofrenici del pubblico più contenuto, liberando nell’aria vorticosi avanzi di frasi sconnesse che si mescolavano ai cappotti e alle pelliccette spruzzate di fucsia in disorientanti, equilibrate, armonie. Una lunga tavolata di una decina di piante carnivore lanciava occhiatacce in cagnesco ai giovanotti ben integrati nella seconda stanza. Il maschio alfa era un trentenne sbarbato con un occhio gonfio di birra appoggiato sulla lunga mascella affilata, svaccato sulla schiena d’un ragazzotto stondato coi ricci castani, mentre il più magrolino di loro, esile figurina ebraica con file prominenti di denti da squalo tenuti in bella mostra e due baffetti neri pieni di schiuma e briciole, fischiettava sermoni che non facevano ridere nessuno. Abbracciato al sasso, mi godevo silenziosamente uno di quei posti in cui non si può star da soli nemmeno rinchiudendosi dentro le vertebre della propria fronte, uno di quei posti di cui si sentiva parlare da certi tizi spericolati che frequentavano le altre stanze. Mi avevano parlato di grosse teche di vetro opaco sulle cui pareti venivano riflesse le ombre cinesi di spogliarelliste sedute su raffinati cessi di cristallo, testimoniando il brivido di quella sottile linea di piscio che si riusciva a intravedere. Giravano voci che i tavoli fossero gabbie traslucide di grossi cobra in combattimento tra di loro, che li si potesse osservare mentre si inghiottivano per intero a vicenda e che ci fossero anche apposite griglie perforate per raccogliere sangue, veleno e squame dei serpenti, da aggiungere all’alcol per correggere gli aperitivi. Un tale mi parlò di una cameriera che scorrazzava nuda per il locale con un grosso cartello appeso al collo, con su annotato un registro dettagliato di tutto ciò che aveva tenuto in bocca nei suoi intensi sedici anni, anche se le aspettative più comuni erano rivolte a quelle sedute collettive di vivisezione dal vivo di seni umani sorteggiati tra il pubblico. Forse in particolare per quella delusione fummo subito inquadrati da altri due con tutti i crismi del novizio, in divisa da giovane coppia di adolescenti vagabondi, ripiegarono le labbra sul vetro caldo dei grossi calici e giusto per osservanza religiosa verso il locandiere vennero a sedersi con noi. La ragazza aveva l’aria silenziosa e pareva volercisi appostare in attesa di sedurre il prossimo con la malignità della sua risata cavernosa. Il ragazzo emetteva grugniti da paramilitare da una bocca slabbrata da overdose di grasso e coltelli. Il suo commento mi sbalordì: Una cameriera un giorno mi rivelò che nel linguaggio dei sordi l’attività del ‘lavorare’ si traduce con un gesto molto simile a quello universalmente noto come simbolo del buttanculo. Occhio a scopare con le sorde, che poi ti risvegli sotto contratto. Rimasi a interrogarmi dentro gli occhi della ragazza, mentre quello si trangugiava una birretta squallida quasi quanto le sue squallide pupille, spente come i fanali d’un vecchio motorino spazzato via da un treno deragliato. Mi accorsi solo dopo che quella ragazza era molto più di quanto mi entrasse nella testa e che riuscivo a contenerla soltanto sotto le attenzioni della lingua. Teneva una mano infilata nella tasca del paramilitare e una nella mia, e doveva aver ritenuto non fosse ancora il momento di mettermi finalmente a parte delle sue capacità. Aprii la bocca del sasso a forza e chiesi di rispondere: “Tempo fa conobbi una ragazzina sorda. Dalla faccia non le davo più di tredici anni e aveva trasformato la camera da letto della nonna morta da poco nella sua sala giochi personale. Passava il tempo costruendo e disfacendo casette di plastica di mattoncini componibili. Nella più grande delle casette aveva ricomposto la struttura esatta di casa sua, e nella stanza della nonna di lego morta aveva piazzato una mia controfigura legata alla rete del letto e imbavagliata. Tutt’intorno, dalle pareti pendevano lunghe picche di ferro battuto, fionde avvelenate, freccette con la punta arrotondata svitata, cinture sfibrate con fibbie a entrambi i lati del cuoio, statuette indiane in ceramica, gomitoli interi di corde logore da pianoforte, un paio di attizzatoi per carboni ardenti, arpioni slegati dalla collezione di fiocine del vecchio padre, borracce in alluminio piene del sangue che si era prelevata e thermos ancora caldi, scatole intere di lime per le unghie, tagliasigari, pomate e forbicine, lame svitate dai temperini rubati, resistenze da forno a incandescenza rapida, piccole betoniere piene di lacrime e peluches in continuo movimento, set di fialette piene di sudore e rispettive siringhe, tavolette del cesso colorate a pastello, aeroplanini di carta arrotolati sulle pagine del corano, collane di perle incrostate d’escrementi, termometri incrinati da cui spuntavano goccioline di mercurio come rugiada sulla punta di un cazzo orientale, pezzi di ringhiera con carcasse di cani ancora legati al guinzaglio, martelli pneumatici a forma di vibratore, candele nere a forma di piede di porco, formine da torta a forma di formine da torta rotte, chiavi inglesi infilate in toppe spagnole, spirali da cavatappi infilate alla meglio in una piccola piazza di materasso disteso sul pavimento sotto grossi paioli di saliva bollente lasciati penzolare a mezz’aria dalle funi inchiodate al soffitto. Ogni volta che la bambina entrava nella sala giochi, mi slegava una mano, cominciava a gattonare nuda intorno al letto chiedendomi a ripetizione senza mai zittirsi come mi trovassi a lavorare con lei e aspettandosi in cambio punizioni sempre più rigide e fantasiose”. Niente male, la nonna mi ricorda lo spacciatore di borocillina dello stadio, mi fece lui, solo non vorrei che poi la bambina di lego cominciasse a sua volta a giocare coi mattoncini mentre la sodomizzi. Alla fine le stanze sarebbero troppo piccole per infilarci il cazzo. Gli riconobbi col capo un segno d’intesa col resto di mancia, andai a pisciare gli altri spiccioli e in breve tempo l’effetto della confusione lasciò il posto a qualche fitta militare, un cesso di cristallo e qualche applauso.
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