Più che una zuppa venne a svegliarmi una poltiglia di riso infettata d’orzo e schizzi d’avena e segale. Leguminose impolverate pendevano dalla lingua strangolata in templi sadici di saliva catramata e bava d’Oriente. Scodelle gassose m’avevano incastrato con la complicità di un fornello unto di grasso. Il cucchiaio sembrava fondersi al peso della vergogna, ogni volta surriscaldato dalla compassione sprigionata dalla faccia ancora ubriacata dalla sveglia. Macchie di cera e caffè grondavano affusolate lungo le ciglia spente, in attesa del ritorno del terzo giorno. La cenere spalleggiava il pavimento dissolvendosi in nugoli di polvere da sparo lasciata all’abbandono nella stiva di una nave cargo ormeggiata al porto dell’aldilà. L’insignificanza che sprigionava in ogni dove cedeva il passo soltanto alla mia distanza, sbigottita di rabbia e d’attenzione. Le tende di seta bianca colavano sulle palpebre in simbiosi osmotiche di secco confondimento. Abbandonai l’idea e le fiammelle blu riacquistarono vigore in girotondi epilettici di calore e superiorità. Mi rassegnai alla loro sicurezza e bevvi ciò che potevano offrirmi. Una volta seduto mi veniva molto più facile contare il denaro, ricordare di non aver mai avuto un portafogli, inforcare i jeans e uscire a leccare il marciapiede del giorno. Mi fermai a un semaforo sotto le frecciatine morbide di un gruppo di sordide cinquantenni in calore. Il tiro a bersaglio che facevano su di me mi gonfiava di sangue tiepido le venature ripiegate negli angoli del cranio. Una di loro dimenticò nella mia tasca i robusti occhiali da vista pieghevoli, e si segnò sul cellulare di ricordarsi di tornare a volerli indietro. Continuai a fissarle allontanarsi, coi loro occhi dietro la schiena fissi sulle macchie di farina dei miei pantaloni. L’ape regina del branco tirò fuori il coltello a serramanico e segno il territorio facendomi pisciare sangue dal ginocchio. Fu così che ci leccammo passatempi di confidenze, per poi lasciarsi andare distrattamente, nel sollievo generale. Distrazioni di poco conto assillavano il mazzo delle chiavi appeso al moschettone d’acciaio. Rientrai a casa, me lo sfilai e annotai qualche appunto di routine sul taccuino accanto al telefono. Mattina di sole, temperatura accogliente, tintinnio di chiavi e di piccioni, il forno e la donna sono terra bruciata. Entrando nel bagno notai che qualcuno aveva sistemato tra i lavandini uno studio per tatuaggi. Ritrovai l’impermeabile del veterinario appeso al gancio degli asciugamani. Indossava guanti traslucidi sopra una calzamaglia aderente di pelle nera. Anche stavolta riusciva a non perdere d’eleganza, di maestosità, fosse per la mie paure o per la sigaretta che spuntava dalla punta inumidita del bisturi. La sagoma armoniosa del corpo sedeva sul bidet, aspettandomi con un grosso tagliere da salumeria appoggiato sulle ginocchia. Mi accavallai sul pavimento e ripiegando la manica gli lasciai adottare il braccio destro sul tagliere. Sapeva convincermi coi giochi di luce; ammaestrava i faretti alogeni con la padronanza d’un domatore di cavalli, cuccioli disinibiti di iene silenziose affrontavano composizioni di colori da zoo, si disperdevano in angosciose maestranze di riflessi di fumo e se la spassavano sui centimetri quadrati del mio collo in gabbia col sorrisetto acido da mangiatori di carogne. C’era un che di animalesco in ogni sua persuasione. Mi sfilò due etti di crudeltà dal gomito, e prese a massaggiarmi le squame giallognole della pelle con occhio incallito da professionista. A testa bassa, osservavo il sangue claustrofobico trattenere sospiri di sollievo lungo la ceramica della camicia in segno di rispetto per i compagni ancora ostacolati dalla circolazione rallentata della posizione scomoda del braccio. Sentivo la lama, disinfettata sulla punta di un grosso accendino d’argento, dipingermi sfumature d’ustioni sulla carne cruda. L’acciaio del bisturi descriveva ad alta voce la mia situazione, come leggesse da una cartelletta i risultati d’un esame ospedaliero, compensando l’assoluta impassibilità del suo affascinante proprietario con una vocina stridula da neolaureato. Mi rassicurò una N sul gomito, forse una E sull’avambraccio, fino al sussulto di dolore che mi si spiaccicò cruciale tra le curve della S sul polso. Il veterinario si tolse la sigaretta di bocca, segnò una rapida firma strusciando il mozzicone ardente dentro le valvole in crisi d’identità, perse senza occupazione nelle loro vene prosciugate. Con quel che restava della sigaretta e dei brandelli di carne ustionata che si distaccava dai contorni arrossati del mosaico, diede da mangiare alla grossa lingua, che arrotolandosi come uno straccio strizzato tornò nuovamente a far visita alle mie preoccupazioni. In tutta risposta, quel grosso animale peloso che teneva in bocca masticò rumorosamente il pasto, tirò fuori un rutto polifonico e venne a strisciarsi sul braccio, temprando la carne ustionata coi vapori del raffreddamento e movenze fedeli sparpagliate qua e là per la stanza in segno di ringraziamento. L’uomo mi assicurò il bisturi dietro l’orecchio, ripose la cartelletta nel lavandino, si accasciò sul suo bidet a dondolo e prese a lisciare il dorso della lingua, sazia e assopita. Senza alzare il capo, ritirai umilmente il braccio ancora elettrizzato dai formicolii, facendomelo colare fino alle gambe rannicchiate; caratteri mastodontici brillavano luccichii mielosi, abbracciati alla calde vampe alogene dei faretti addomesticati. Ci addormentammo tutti, per una volta in famiglia a tavola tutti insieme, pantografati.
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