Uscii solo dal bar e me ne andai verso il klan. Tardo pomeriggio, giornata piovosa, ombrello reclinato in avanti sul capo per discrezionalità e passo senza volto, mi fermai davanti alla porta di casa di uno degli affiliati, lanciai un occhiata al marciapiede e ci scaraventai sopra una pozza di mozzicone galleggiante. Dentro, si stava già consumando. Mi tolsi il cappotto, raggiunsi il bagno e vomitai facendo attenzione a non ripulirmi subito dopo. Nel suo specchio arrugginito il nerolucido slabbrato degli occhi logorava i piccoli contorni azzurri in profonde guerre di predominio. Nella sala, il grosso neon penzolante annusava i confratelli; seduti in cerchio a occhi chiusi tastavano i rispettivi foglietti degli appunti sognandone appendici bibliche e postfazioni geometricamente allineate. Le dita si spostavano a proprio piacimento sulle righe, avanti e poi indietro, inseguendone gli orgasmi perduti nell’odore penetrante di chiuso e nel fetore delle fuoriuscite involontarie di liquidi organici e sudore lubrificante. Uno di loro tirò indietro la sedia di colpo, si slacciò i pantaloni e cominciò a misurarsi il cazzo con il volume di paleoantropologia, contando il numero di pagine sui centimetri arrossati. Presi posto nel cerchio, senza farmi notare, e con una grossa enciclopedia a portata di mano presi a fare lo stesso tralasciando di annotarne i risultati. Con l’altra mano cominciai a tastare numerose frasi di senso incompiuto. Senza pensarci due volte compresi il valore della sensibilità femminile nella fila all’ufficio del catasto, mi convinsi dell’inadeguatezza dei mammiferi di fronte alla ginnastica artistica del lunedì pomeriggio e dell’importanza dell’autostima nel perlage dello champagne. Uno schizzo di spumante mi bagnò gli zigomi nudi, e cominciai a rimpiangere i bei tempi andati di palpebre funzionanti. L’arabesco intricato di muscoli facciali scoperti frizzava come piombo fuso sulla nuda mandibola di un esiliato. Mi alzai di scatto lanciando nel vuoto l’occhio sinistro, e corsi nuovamente al bagno per vomitare. Stavolta senza fare attenzione ad accendere la luce, seppellii il vecchio pasto sotto una seconda crosta di gengive scoperte. Vidi una camicia tagliuzzarsi il cazzo di baguette con un coltello da cucina, mentre sul lavabo si spezzettava l’aglio per recuperare le energie di una lettura impegnativa. Intuii l’andazzo e abdicai.