L’ultima cella della piramide era la stanza dell’incantatore. Un vecchio animale di cattività, ricamato intorno a eleganti abiti lunghi violacei, varcò la soglia per chiedergli informazioni e si trovò straniato da un particolare senso di familiarità, conficcato di forza nel bulbo oculare al posto dell’occhio sinistro, insieme a una moneta arrugginita. Lira lituana, di quelle più grandi, leggera come fibra di carbonio. L’incantatore si guadagnava da vivere praticando ripetizioni di latino e greco, sodomia e travestimento, anche se tutto il mobilio pregiato e la collezione di quadri se li era pagati facendo l’informatore. Chiunque avesse bisogno di qualche dritta, sapeva di poter contare sulla discrezione e sulla curiosità di quella vecchia cariatide deforme. Lo chiamavano incantatore per la sua rinomata abilità nel comunicare con i testicoli. Nel tempo trascorso in sua compagnia, si diceva che i testicoli emanassero vapori di putrefazione, nel tentativo disperato di ribellarsi a un padrone cui non riconoscevano tanta autorità come all’incantatore. E non mancava mai gente disposta a sborsare onorari drammatici pur di provare l’eccitazione di quell’estraniamento corporale. Non avevo mai fatto prima di allora la donna delle pulizie, e fu col detersivo nelle vene che per quel secondo lavoro smisi di mangiare carne animale. L’aria di un profondo senso di rispetto nutriva le frizioni dei gomiti, colandomi addosso con rapidi colpi di spugna. Il fetore profondo della sua voce penetrava nelle vertebre e ogni volta mi faceva perdere l’equilibrio per qualche minuto, come se mi fossero arrivate in faccia una trentina di palate consecutive di escrementi, smanacciati di fretta dal fondo della gabbia di uno zoo da una squadra di muratori senegalesi con le labbra ingiallite dal fumo e dai reflussi intestinali. Nella sua cella si respirava sabbia umida e calcinacci; mi si era fulminato il rene sinistro da un calcolo grosso come un pompelmo, così mi visitò. Mi appoggiai al bancone da macellaio adibito a scrivania, carezzando le incrostazioni di sangue con il grembiule di servizio. Mi tolsi i vestiti fino a sentire il brivido di freddo trasferirmisi addosso telepatico dalla grossa moneta lituana. Sentivo il riflesso distaccarsi dall’alluminio e corrermi sulla pelle come un vitello rimesso in libertà dopo l’avvelenamento della carne, per una dose combinata di fretta di vaccino e steroidi. Uno spettro di frizzante impiccagione mi gelava i pori della pelle, segnando vampate di pneumatici sui tessuti a disposizione, fino a sprofondare dentro di me, tra i nervi e le vene con sussulti euforici di freno a mano. L’incantatore mi avvolse il pompelmo, lo riempì di saliva e lo trascinò con sé fertilizzato. Cominciò a grattarmi la superficie inferiore del pene con le otturazioni dei denti di sotto, e senza rendermene conto eiaculai di nascosto il fumo della sigaretta, la cenere caduta sul letto a segnare le macchie di incontinenza, e poi pisciai il mio terzo testicolo. Con affetto materno, raccolse dalle mattonelle polverose del pavimento l’ovetto schiacciato alle estremità, strofinò le fresche venature pulsanti portandosi con l’unghia del pollice i granuli espulsi dai miei reni sulle gengive, per poi schiacciarli sotto i denti e farne fuoriuscire il succo. Ne bevve due, e piazzò i restanti in un raffinato calice conico di vetro da aperitivo. Recuperò quanto possibile dal pavimento e dal bancone da macellaio, conficcò il testicolo in uno spiedo, leccò il bordo del bicchiere e ultimò il tutto con un velo di sabbia e polvere dei calcinacci. Dopo raccolse lo sguardo e me lo conficcò nelle pupille insieme a una piega sulle labbra appena percettibile, tamburellando col mignolo sul basso ventre a tempo di denti in bella vista. Presi i miei resti dal grembiule, mi lasciai cadere lungo il muro e crepai in un sorso. Servito freddo.
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