Ogni parola luccicava nello stormo sudicio dei pensieri, stordite dal fiato a gasolio degli avvoltoi scaraventati a corpo morto sulle scaglie di cranio intorno alla carcassa. Li seguivo da lontano, cercarsi le prede più succulente in mezzo ai grossi sacchi neri. Il pergolato filtrava dai grossi squarci della plastica bruciata; scorrazzava a passo di piombo lungo le rigature impotenti del mosaico di vene rigonfie, ancora imperturbabili a sovraffollarmi il braccio. I vapori delle fognature si infilavano nelle tasche, con le unghie tiepide mi accarezzavano i polsi irrigiditi; annodando le dita unte, stretti cordini di vetro mi laceravano la pelle screpolata dei polsi con l’insistenza di un morboso cappio interdentale sovreccitato. Distratto dalle bolle di ghiaccio e benzedrina che pendevano sotto le palpebre, un sordo brivido di freddo trascinava con sé la voglia strappalacrime di correre da sdraiato. In mezzo ai sacchi, inchiodavo ai cartonati della scenografia il grosso impermeabile nerolucido del mio nuovo veterinario, che mi contraccambiava espressioni senza volto con l’ombra di un cappello reclinato su quello che doveva essere il naso. Dalle gambe incrociate sulla sigaretta evaporavano strane condense rossastre; ogni vampata di quella merda veniva da me a pretendere il pegno, e per il fascino di una qualche insolita violenza domestica mi risucchiava di bocca tanta saliva quanta ne mancava alle mucose della sua nicotina, lasciandomi sotto la lingua solo il sapore ferroso del sangue che si lasciava sgocciolare lungo i riflessi violacei dell’impermeabile. Senza interesse disdegnava lo stormo d’avvoltoi, che dal riparo delle sue spalle stracciavano impuniti gli ultimi rimasugli di carne dagli zigomi di qualche straccione malcapitato. Di quell’uomo penetrava solo la lingua ai bagliori del cielo. Un grosso animale pulsante usciva da contorni indefiniti del colletto rialzato, come uno straccio strizzato disperdeva peli e vapore lungo gli sporchi riflessi giallognoli del tardo pomeriggio, quasi come cercasse di leccare il pavimento dello scomparto dimenticato del cesso di una stazione metropolitana, all’ombra di un enorme water di ceramica scheggiata, sul cui riflesso umidiccio l’intero nostro universo aveva voluto vomitare le radici della vita. Avevo cominciato a giocare con quel veterinario già da parecchie ore; nei momenti in cui risucchiava la lingua dentro l’impermeabile cercavo di convincermi le terminazioni nervose che non mi stesse osservando, e non appena tornava a flettere alla luce quel pezzo di carne flaccida, mi ritrovavo qualche metro più vicino alla sagoma confusa della sua sigaretta. Non so bene se fossi io ad avvicinarmi oppure lui, ma continuai a dipendere dalle sue contrazioni e dalla pelle immobilizzata che mi ricopriva di catrame terrorizzato i lineamenti spossati della faccia, crogiolandomi nella nausea spremuta nelle tempie dai gridolini acuti degli uccelli che avevano preso a masturbarsi con le ossa dei loro cadaveri d’aperitivo. Si rese necessario fare amicizia, presi a masticarlo, sentivo la sua lingua sotto i denti, appiccicato al cappello consumato, i liquami mi afferrarono per una gamba e cominciarono e scivolarmi una mano aperta lungo i pantaloni. Il femore fuoriusciva in spiragli gassosi dai pori della pelle, intrappolato dai jeans mi gonfiava di conforto e tiepido filtrava via dalla cintura, abbagliando i muscoli storditi dal sonno con le escandescenze improvvise a tempo di singhiozzo di brevi fuochi fatui. I capelli bruciavano dell’insistenza dei bagliori acidi, e si contendevano la testa strattonandomi un po’ a destra un po’ a sinistra. Come un marinaio quindicenne, orfano di madre imbarcato su una petroliera, vomitai dal parapetto della nave i liquami che mi rimbombavano sulle meningi affrante, avvilite dal mal di mare. Finalmente recuperai temperatura, odorandone le esalazioni incrostarsi sulle gengive. L’impermeabile mi leccò con tenerezza ai lati della bocca ricongiungendosi in un morsetto complice sul mento, poi mi prestò il cappello e mi richiamò a sé. Tra le sue braccia di plastica respiravo sciroppo di denti corrosi, avvolto di paralisi e sgarbate risate atrofizzate. Il fischio dei freni; per quanto si prendesse gioco di me, eravamo amici.
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