Cominciai a pedinare un nucleo familiare di quelli col purtroppo lavorativo. Il padrone era un tipo di quelli col sorriso sulla fronte, coperto per buona parte del tempo dai lunghi capelli neri da trentacinquenne circa. Mi trovavo discretamente male con lui, per quanto fosse un personaggio tutto sommato positivo. Severo dalle circostanze, riempiva i suoi spazi con la controfigura di uomo impegnato a sopravvivere controvoglia, saldo nel proprio impero di opinioni confuse, tanto gli bastava per integrarsi. La sua isola deserta da una quarantina di coperti veleggiava in mezzo alle arterie disabitate di un piccolo centro cittadino monopolizzato da negozi di vestiti e biancheria. Dalla noia se ne erano andati anche gli spacciatori, preferendo nuovi mercati alle tradizioni consolidate. Pareva fossi l’unico della famiglia ad essermi reso conto di quella sua ossessione per l’infedeltà coniugale. La compagna, e madre del loro piccolo figlio indemoniato, era una donnetta poco più giovane di lui, coi capelli corti spianati sul teschio di due occhi di montagna tinti a olio, sopraffatta da una coltre fumosa di rassegnazione perenne. Non ero ancora riuscito a capire se l’ossessione si limitava alle narrazioni autoerogene del desiderio oppure se già si era confermato da entrambe le parti il patto di cinque pizze in cambio di prestazioni sessuali con le due negre col carrello del supermercato e le taniche di plastica bruciacchiata da riempire alla fontanella comunale, che ogni due ore passavano davanti alla vetrata sulle spalle dei clienti con sigarette di complicità nascoste in mezzo al sedere compresso nei jeans bianchi. L’altra ragazza dell’isola era una giovane poco più che ventenne, vittima dei riti tribali che la comprimevano in vortici ansiogeni di appariscenza. Si dava da fare in ogni modo per dimostrarsi, e il suo nuovo ruolo di insegnante soddisfaceva il feticismo materno delle sue ambizioni, costringendola a periodici sussulti di eccitamento e fascinazione. Il che non guastava. L’ultimo, un calciatore dilettante coi risparmi da parte, sprizzava omosessualità indiscutibile rinnegata dalle vicissitudini. Non ebbi molte occasioni di parlarci, ma si dimostravano rotaie di amicizia ipotetica sovrapposte al capolinea della complicità. Gli aloni opachi restavano avvinghiati ai bicchieri controluce, e solo più coinvolgente, ai fornelli, un altro fantasma da marciapiede si dilettava a sfidarmi in scacchiere inesauribili di soli difensori, in cui l’indifferenza delle rispettive squadre rivelava soltanto spiragli sempre nuovi per il contropiede. Me ne tornai a casa con scatole di avanzi, attraversando ossigeno intriso di spugna e lavastoviglie.
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