Mi capitava di rado di vagare nel mondo degli altri. Non che non fossi abituato a uscire dal monolocale, le volte che lo facevo, che mi trovavo catapultato per qualche strana ragione all’esterno dei placidi recinti delle mia minuscola prateria, mi sentivo scorrere gli scenari addosso. Il più delle volte camminavo rasente i muri, con lo sguardo leggermente reclinato verso l’alto, e una strana sovrapposizione in volto di espressioni, ognuna mantenendo la sua integrità si rimetteva a conversare con le altre, in un misto di incredulità infantile, discrezionalità burocratica e simulata professionalità nel giudicare tutto ciò che mi ritrovavo a destra o a sinistra, seguendo le convulsioni del collo. Poteva trattarsi grossomodo di qualsiasi cosa, il più delle volte si trattava di piccoli oggetti, dell’arredo urbano, o qualche segno di deturpamento, per il tempo o per il vandalismo di un adolescente annoiato. Intorno a me si distendevano intere platee di imputati, che seduti immobili parevano rinunciare al tentativo di sottrarsi, cercando piuttosto di non attirare la mia attenzione guardando altrove e fingendosi del tutto indifferenti al dito indice evocato dalla mia presenza. Il rituale poteva aver luogo tranquillamente anche in presenza di persone, in quanto fondamentalmente rientravano per loro scelta a pieno titolo nella platea dei giudicandi. Le difficoltà cominciavano a sormontarmi quando intorno a me apparivano oggetti, individui o interi frammenti di scenografia che involontariamente riconducevo col pensiero a contesti differenti. In tal caso, ebbi all’inizio seri problemi col processo di smaterializzazione, volendola chiamare così, tramite il quale riuscivo a ridurre ai minimi termini l’epilessia di freddo che quei componenti mi rilasciavano senza permesso direttamente nelle viscere, fino a far risuonare il rumore sordo di cartongesso che più nel profondo mi pareva appartenerle. Quelle difficoltà di annientamento circumnavigavano il mio desiderio di insussistenza, e mi costringevano a piroette non indifferenti, sforzi sempre più disinibiti per riuscire a superare il grosso limite della riconoscibilità. Se fossi stato capace di odiare ancora qualcosa, non poter sentire il tonfo di cartongesso da persone e situazioni conosciute sarebbe stato irremovibilmente in cima alla lista degli atti vandalici del mio cervello. A volte mi pareva di sentirlo, ma in buona parte si trattava soltanto di sussulti eterogenei di contrapposte forze immaginarie, pronte a evadere in violenti urti elettromagnetici. Solo sforzi di fantasia, non avrei potuto dirlo onestamente. E di certo non c’era niente che poteva aiutarmi a capirne il perché. Era come se mi trovassi a scontare i rigurgiti di uno strano, atavico, senso di fedeltà. Un retaggio del passato avvinghiato con forza a tutti i suoi rimasugli, sempre sull’orlo di una dichiarazione di guerra contro il compiacimento delle mie cattiverie, o almeno contro tutto ciò che per lui doveva suonare così. Forse una questione di sopravvivenza, magari un istinto, che tentasse gli ultimi disperati appelli, con voce accorata e malinconica mi pare quasi di sentirlo inveire contro nemici glaciali, indisponenti, implorando di non rinunciare proprio a tutti gli schemi mentali. Implorando di non annientare proprio tutto, di lasciare qualche briciola, qualche appiglio per i casi di emergenza, almeno uno o due collegamenti, anche piccoli, con il mondo delle sue assolute verità insindacabili, quelle che prescindono dalle visioni dei singoli. Sono sicuro che per lui la questione si giochi più o meno su questo piano, che siano all’incirca questi i motivi per cui non vuole farmi sovrapporre personaggi e scenografie, per cui mi priva del cartongesso. Per non impazzire lui stesso, forse, il misero. Dev’essere proprio per questo che non ho mai smesso di provarci, e forse solo per la commiserazione e la pietà che ho di lui che alla fine mi rassegnai a vincere, ancora, una nuova prima volta. Un’alzata di spade, a metà della morte.
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