Sapevo che non c’era niente di salutare nelle mie decisioni, che molto probabilmente mi sarei presto trovato a doverne scontare le conseguenze dirette sul mio fisico, ma come la fiamma dell’accendino si picca nel vizio prima di esaurirsi senza dare preavviso, così il corpo non aveva bisogno di ribellarsi per dimostrare la superiorità indiscutibile che la mia dipendenza gli assicurava. E questo doveva bastargli per soddisfare ogni presunzione, ogni vanità, ogni piccola innocente violenza gratuita. Mi diceva ‘amico, devi prenderti ciò che vuoi quando te lo vedi svolazzare davanti, distratto. Dopo è troppo tardi’, e subito dopo giurerei qualsiasi ricchezza che mi pareva di vederlo ridere, senza troppa premura di non farsi sentire, di restare nascosta nell’ombra della sua immaginazione. Mi si piegava in due dalle risate davanti, sempre nel preciso istante in cui finiva di parlare, qualsiasi cosa avesse appena detto, e mi penetrava con un certo sguardo all’acido fenico che guizzava dalle vene del collo, tenuto di tre quarti, fin sulle increspature delle labbra. E come per privazione ulteriore, ogni volta tornava a ribaltarsi l’espressione scomposta dal corpo, restituendomi le spalle nel rito chirurgico di un gesto armonioso, uno di quelli che vengono così bene proprio perché spontanei, perché non si ha nessun interesse o necessità di prepararseli. Un’espressione d’una sinuosità raccapricciante mi riportava ai fumi evanescenti della lucidità, quantomeno quella sufficiente per lasciarmi l’energia di ipotizzare un nuovo fallimentare tentativo di reazione.