Undici di sera. Il ronzio della televisione continua a farmi compagnia, nelle ore interminabili dopo la cena. D’un tratto sento qualcosa afferrarmi il polso, correre lungo le vene, massaggiarmi la pelle con fare delicato ma deciso. Il collo, bloccato dal terrore, mi impedisce d’abbassare lo sguardo verso il telecomando, che con estrema naturalezza aveva cominciato a violentarmi. Sentivo l’energia delle batterie confondersi con la mia, creando lievi cortocircuiti elettrici, confusi tra le opposte stimolazioni del ritmo cardiaco e delle pile alcaline. Uno per uno i piccoli tasti di gomma dura sprofondavano all’interno della griglia di plastica del telecomando, scomparendo dentro di me. Non sapevo come reagire, e fu così che non reagii affatto. E probabilmente fu quella la mia unica salvezza. In breve tempo tutto il telecomando mi era rientrato nel braccio, e i suoi movimenti ondulatori, così ritmati, stuzzicavano il muscolo dell’avambraccio con estrema capacità e precisione. C’era qualcosa di profondamente piacevole nella riluttanza che m’ispirava quell’inconveniente così incomprensibile. Chiusi gli occhi e mi abbandonai a quella sensazione paradisiaca, quasi come se finalmente un dito invisibile fosse riuscito ad alleviare un prurito nascosto sottopelle nel punto più inaccessibile delle proprie isterie. Mi vergognavo, per qualche ragione, di quel godimento stupefacente. Appena riaprii gli occhi mi accorsi di non avere più controllo sul mio braccio, che adesso si agitava scomposto in movimenti contraddittori. Nel giro di pochi minuti simulò passi di diverse danze, altri spettacoli di marionette o la gestualità inconfondibili d’un alcolizzato nel bel mezzo del suo ultimo racconto sconcio con gli amici. Lo lasciai andare, e gradualmente cominciò a smettere di darmi informazioni su di sé. Cominciò ad annodarsi su sé stesso, e mi ricacciò nuovamente nel terrore più esasperato. Poco dopo finalmente riuscì a staccarsi, e con passo agile ed elegante, prese ad accarezzare lo schermo della televisione, cospargendo tutt’intorno sul tappeto macchie sempre più ingombranti del sangue gocciolante. Per un ultimo momento mi fissò, mi avvertì che avevo fatto male a tradirlo, che saremmo stati bene insieme, di là. Poi si voltò e con la psicosi in volto sprofondò all’interno dello schermo traslucido. Per non fare più ritorno.
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