Posts by maleComune

poiquandopuoi

Ma perché mi scrivi se sono qui?
Tutto appiccicato poi. E comunque ci vuole tempo, non dipende da me. Vedi di darti una calmata che sei ridicolo quando ti fai prendere dagli spasmi, e mi metti pure ansia tra l’altro. Come quando mi cammini intorno quando siamo a tavola: è una cosa che non sopporto, lo sai, eppure me lo fai sempre. Non lo so se lo fai apposta, e t’assicuro che mi viene quasi voglia di pensarlo. Non è possibile, come quando entri in camera e accendi la luce grande, che poi una delle due lampadine è pure fulminata da non so quanto tempo ormai e quell’altra fa una luce biancastra gelida che sembra d’essere in un mattatoio. Mi fa impazzire, sempre per non parlare di quando sposti la roba che butto sul letto sugli scaffali della libreria, sopra i libri o peggio ancora davanti. Ma come fai a non capire che dà fastidio, che poi non si capisce più che libri ci sono in mezzo a quella montagna di casino, no? Non lo capisci? A me non sembra difficile. E quella trovata della polvere di caffè nell’affare per la fonduta per profumare l’aria, così difficile da sopportare per te? Anche se lo so che non ti interessa io ho bisogno di un clima favorevole, e soprattutto delle luci giuste per scrivere. Ti ricordi? Te l’avevo già spiegato, quella raccolta di possibili finali tragici alternativi a tutte le vicissitudini in corso della mia vita, tutte le disgrazie che potrebbero succedere in quello che faccio, così un po’ per superstizione un po’ per divertimento, ma penso possa venir fuori qualcosa d’interessante, tipo quella rubrica che tengo sul blog, dove non so se te lo ricordi ma ho preso l’impegno di commentare i temi forti dell’attualità con due articoli contrapposti, che partono dallo stesso argomento ma arrivano a conclusioni praticamente opposte, studiate però in modo da non rappresentare due filoni di pensiero contrapposti ma da poter essere incomprensibilmente accettati entrambi e allo stesso tempo dallo stesso lettore. Non so se mi spiego, ma tanto a te interessa il giusto, vero? Te c’hai ancora la mitologia del lavoro, te lo dico io, un vero e proprio feticismo, te ne rendi conto? Non ci riesci mica a uscire da quel tranello mentale in cui t’hanno invischiato, anzi te ne vai tutto contento la mattina in giro, vero? A guadagnarti con il lavoro quella miseria che ti permette soltanto di campare fino alla mattina dopo per tornare a lavoro, e così via in un circolo della morte infinito, ma te figurati se questioni qualcosa, se vai a sindacare, tutta roba da intellettuali impazziti, magari pure snob per te, parassiti coi soldi di famiglia. Gente fuori dal mondo, per te, e io non sono certo di meglio, giusto? Vivo fra le nuvole, riesco solo a stressarti, a prendermela con te senza ragione, no? Sono la tiranna io, giusto? Ma mi ascolti o no? Non è così? Amore? Oh! Cazzo stai facendo, sei pazzo?

Subaffittasi

Tutto il corridoio era illuminato da una sola lampadina, avvitata sulla parete davanti all’ultima porta. Non riuscirei a giustificare quanta e quale fu la mia sorpresa nel ritrovarmi lì dentro, in quel preciso istante. Non mi ero reso conto di esserci entrato, né ricordavo altro di quel che poteva essermi successo fino a quel momento. E non ci mise molto, qualsiasi cosa fosse, a scatenare il panico. Solo un momento per ricominciare. Così guardando meglio mi ero già rialzato e mi stavo avvicinando a quella lampadina; avevo voglia di succhiarla e chiudere gli occhi, appoggiato col gomito al muro nello sforzo di immaginarlo abbastanza solido da trattenermi. Ricominciare, da zero, un’altra volta. Sempre che non mi tornassero alla memoria i discorsi di quella bambina, così innocentemente letale, che mi ripeteva quanto fosse pericoloso prendersi troppo sul serio, credere in qualcosa di quello che ci si racconta, con quell’aria così rassicurante, vestita di candido, che mi avvelenava. Ancora una volta, ti prego. Così guardando meglio gli occhi si erano riaperti ma il corridoio aveva l’aria di tutto meno che d’essere verosimile: la vernice rosso sangue dell’intonaco scrostato aveva lasciato quasi ovunque il posto alle bombolette opache, senza lasciarmi nemmeno il tempo di farmi sfiorare dal sospetto che fosse stato possibile per qualcun altro ritrovarsi lì dentro prima di me. Una soltanto. Ci pensai soltanto dopo, quando guardando meglio ormai le gambe erano partite senza dire niente a nessuno; e le vedevo guardarsi intorno pettegole, sghignazzando tra di loro a ogni oscenità sputata a spray dritta sulle loro zone erogene più terrificanti. Solo per oggi, lo giuro. Mi ricordai che ormai doveva essersi fatto tardi, ma restai inchiodato nei polmoni, sopraelevato come quel lungo tubolare, tanto familiare quanto arrogantemente inutile. Mi guardava con disprezzo, e si divertiva a nascondermi anche l’ombra di un gradino apparente che mi lasciasse scendere. Non succederà più, ti devi fidare di me. Così guardando meglio avevo freddo e mi avvicinai alla lampadina, mentre le valvole delle vene e delle arterie con un ottimo lavoro di squadra spronavano il coraggio fino alle mani, per convincerle ad avvicinarsi e scaldarsi. Come se non ci fosse, l’odore di vomito rinunciava a sé stesso, tiepido lungo i nervi sfilacciati dei pantaloni, e mentre libero da concorrenze sleali osservava rispettoso la plastica bruciare sotto la lingua, due lividi di palpebre scivolavano via fino alle dita, ingoiando la polvere di un macchia giallognola nei pressi. Mai più, ti prego. Mi venne a esiliare la madre ignota di un ritrovato interruttore fine-di-mondo, sempre più chiuso in se stesso ma anche da spento sapeva farmi sbellicare come solo lui. Ti prego… Così guardando meglio ero morto, e finalmente potevo lasciarmi vivere. …aiutami

Voltapagina

Quando la comitiva di turisti, uno per uno, si apprestò a entrare nel fastfood greco in fondo a via Merulana, ancora non si era staccato dal bancone metallico della cucina. In un primo momento non si era neanche accorto di tutti quei giapponesi con cappellino e scarpette fluorescenti e dell’incomprensibile fracasso dei loro chiacchiericci. Fino al momento dell’incidente rimase lì appoggiato sui gomiti, disorientato dalle traiettorie degli occhi disegnate lungo le incrostazioni di cibo sul tavolo da lavoro. Il titolare del posto, il signor Katsikaris, lo aveva tenuto come cassiere fino a qualche mese prima, quando una rapina andata a buon fine gli aveva portato via tutto l’incasso della giornata. Aveva dato la colpa a lui convinto che in qualche modo non si fosse dato abbastanza da fare per impedirlo. Nonostante tutto, aveva chiesto il permesso per continuare a spendere come sempre le sue otto ore al giorno davanti a quel bancone, un po’ per la totale mancanza di applicazione nel trovarsi un altro lavoro, un po’ per il rispetto dovuto al suo equilibrio mentale. Fino a prima del licenziamento tutta la sua vita si reggeva intorno a quel posto di lavoro: ogni sua prospettiva per il futuro, per quante poche ne avesse, contava sulla miseria di quei trenta euro del buono giornaliero. Quella sera non c’erano motivi per aspettarsi una giornata diversa da tante altre identiche, passate a compatirsi accasciato sui gomiti, eppure si sentì molto più sollevato del solito quando finalmente arrivò lo psicologo, un ex professionista in pensione con cui quando ancora lavorava aveva avuto una mezza discussione per via d’un resto sbagliato, e subito dopo erano diventati amici.
E poi insomma, quello che mi ricordo è che in qualche modo era come se io fossi il Colosseo, proprio come se mi ci fossi ritrovato per caso, per dispetto di qualcuno che gli avesse voluto ficcare uno dei miei nervosismi per ogni colonna, ogni angoscia in quei bei mattoni bianchi tutti in pila uno sopra l’altro. Non lo so, mi ci trovavo incastonato dentro, e c’era un elefante. Grande, tanto quanto me; non so se fossi io a essere un Colosseo molto piccolo o lui una bestia così gigante, fatto sta che subito dopo mi trovo di spalle a un bancone tipo questo, solo in un bar molto più vintage, una luce soffusa alla francese e la moquette sui muri, tipo il pavimento di una camera da letto bagnata di piscio ripetuto verticale, copiato e incollato su ogni superficie della stanza. Neanche il tempo di guardarmi meglio intorno e quest’elefante mi dà un calcio sul petto, con una zampa di certo diversa dal solito, come di cavallo. Un cavallo magro ma forte, col pelo ambrato. E io non potevo muovermi, e alla fine è come se m’avesse ucciso schiacciando il petto del Colosseo. Sono morto soffocato, non so cosa possa significare esattamente, che dici?
Riaprire gli occhi adesso era più un riflesso condizionato che un vero e proprio sforzo di volontà; sentiva di non riuscire a sopportare oltre l’odore bagnaticcio che il velluto bordeaux dei pantaloni dello psicologo gli spingeva di forza dentro le narici. Non è che ne fosse proprio infastidito, però in qualche modo sentiva di avere il bisogno di definirlo in un’immagine. E l’immagine di sé che ne ricavò fu di colpo quella di un povero esaurito, nuovamente sopraffatto dalle sue funzioni riflessive, svenuto dai suoi stessi pensieri e steso in terra, con lo psicologo seduto sopra di lui e buona parte delle faccette rotonde dei turisti che lo fissavano vai a sapere con quanti e quali interrogativi giapponesi finalmente liberi di sbizzarrirsi dentro le testoline, ora che le loro preoccupazioni non si limitavano più a trovare il fuoco migliore per fotografare i lampioni della città. L’unico suono che riuscì a percepire fu il rumore del voltapagina del taccuino, e una voce distaccata da sé stessa che lo pregava di andare avanti.

Curriculum

Poi appena ebbe finito di parlare, subito prima di fare per alzarmi e andare via, qualcosa mi costrinse immobile a fissarlo, come ipnotizzato. Era quasi come se i suoi gesti, in fondo, non me la raccontassero giusta, e mi sentivo sorpreso da uno strano senso di turbamento. Non che m’aspettassi di certo parole più incoraggianti, e già da tempo ormai circoscrivevo quelle situazioni a poco più di una fastidiosa e logorante routine. Assuefatto dalla spirale senza risposte della giungla quotidiana, la mia concentrazione si limitava a disperdere altrove ogni attenzione e ambizione. Piuttosto c’era qualcosa tra le dita tamburellanti sul piano moderno della scrivania; o magari nella piega della cravatta, annodata intorno al collo fino all’inverosimile, che si doveva forse attribuire alla stiratura frettolosa di una moglie distratta. Qualcosa di nascosto, di ostile. Non ne compresi esattamente il motivo, ma sapevo che nell’aria stava veleggiando un secondo e imprevisto tono di sfida.
Senza esitare, presi di nuovo per il collo le sabbie mobili e ricominciai dall’inizio, ancora convinto che tutto sommato quella storia era tutto ciò che c’era da sapere sul mio conto. Il giorno in cui entrai per la prima volta all’asilo, trascinato per un braccio, m’ero già predisposto a tutta la rassegnazione necessaria a quel percorso obbligato. Cercando di stimolarmi con il pretesto delle nuove amicizie, mio padre fermò il primo rifiuto umano che ci si presentò davanti e gli chiese quanti anni avesse: il bambino alzò una mano e fece come il gesto dell’ok, mostrando uno zero rinchiuso tra l’indice e il pollice. Quando mi resi conto che in realtà intendeva il tre delle restanti dita cominciai a frequentarlo, probabilmente più per avere qualcosa da fare che per vera e propria curiosità. Nei giorni che seguirono diventò il mio migliore amico: condividevamo una delle casette di plastica del grosso salone dell’asilo e nel pomeriggio, mentre gli altri godevano nel pisciarsi addosso svaccati sulle brandine del pisolino, ci chiudevamo dentro e pianificavamo strategie per rompere i coglioni il più possibile alle maestre che ci avevano urlato contro per tutta la mattinata. Scoprii che si chiamava Dimitri e che la regola principale dell’asilo era di non andare in giardino fuori orario, senza gli altri bambini e le maestre. Così pianificammo un modo per uscire e un pomeriggio riuscimmo a evadere: facemmo tutto il giro dell’edificio e restammo sul prato tutto il giorno, nascosti sul retro fino a quando ovviamente ci scoprirono e, nel ricordo vago che m’è rimasto di questa seconda parte, s’infuriarono. In ogni caso avevo la sensazione di aver fatto una scoperta incredibile e mi cominciai ad appassionare alle potenzialità del covo che quella casetta di plastica gentilmente ci forniva, fino al momento in cui, da un giorno all’altro, vidi Dimitri fissarmi e successivamente cercare di colpirmi in faccia, senza ragione. Subito dopo uscì dalla casetta e non mi parlò più.
Da lì mi resi conto che in realtà la mia immaginazione aveva assegnato a Dimitri un ruolo che nei fatti non gli competeva, identificandolo in un qualcosa che effettivamente esisteva solo nel mio cervello, e che per tutto quel tempo me l’ero trascinato dietro costringendolo ad attività che non solo non gli interessavano ma che probabilmente addirittura lo turbavano. Per il resto del tempo all’asilo non ho parlato con nessuno e mi sono sforzato di guardare i bambini che giocavano con le caccole o che seduti in cerchio si lasciavano così misteriosamente coinvolgere dalla settantanovesima lettura della gabbianella e il gatto, pensando che tutto sommato Dimitri non era poi così male. Fosse anche soltanto perché gli altri Dimitri potenziali, quelli veri, forse non avrei mai avuto modo di conoscerli.

Stavolta fece entrare la sicurezza.

Se lo dici te

Ripensare alle nostre vite, spesso è quel che ci uccide.
Ma smettere di farlo, senza esser mai riusciti a farne a meno, è la sola cosa che ci seppellisce.

Questo lasciò scritto su un fogliaccio di carta spiegazzato, tirato via di fretta dal cassetto della stampante prima di uccidersi. Due frasi che sul momento sembravano più che sufficienti come necrologio, o forse come ammonimento, magari addirittura vendetta; di sicuro pareva qualcosa di intelligente da lasciare scritto su un fogliaccio spiegazzato, tirato via di fretta dal cassetto della stampante. Eppure tutto lasciava immaginare che il gesto fosse stato ben studiato, preparato accuratamente. E d’altra parte da un personaggio del genere non ci si poteva aspettare di meglio: aveva un carattere particolare, tutto suo, spesso impossibile da decodificare con assoluta precisione anche per i più affezionati, per tutti coloro che erano in vita gli erano stati più vicini. Il fatto non venne scoperto subito; si pensa che fossero trascorsi almeno tre o quattro giorni, prima che la vecchia vedova della stanza in fondo, l’amministratrice della palazzina condominiale di proprietà del Comune, si rendesse conto del silenzio insolitamente esasperato della sua stanza. C’era qualcosa di misterioso in tutto quel tempo trascorso dall’ultima volta che ne aveva ricevuto notizie, anche se probabilmente fu proprio il forte odore che penetrava dallo spiraglio sotto la porta a confermare i suoi sospetti una volta per tutte. Proprio in tema di spiragli, un dettaglio in particolare incuriosì il padre, una volta sfondata la porticina metallica chiusa a chiave dall’interno. Alla piccola finestra della camera era stato maldestramente inchiodato un listello di legno, dall’aspetto fragile e con tutta probabilità già ben avviato alla putrefazione; era sistemato tra le due ante in modo tale da rendere impossibile che le correnti del vento accostassero del tutto il vetro socchiuso, e formava uno spiraglio che sembrava studiato di proposito per lasciar intendere a qualcuno la possibilità di entrare dall’esterno. Mentre veniva rimosso il cadavere dalla pozza di sangue della stanza, suo padre si fermò a riflettere, come tutti noi quando ce lo venne a raccontare: stava aspettando qualcuno? Era da considerarsi un messaggio, una prova, una dimostrazione? Ma destinata a chi, poi? Gli interrogativi si rivoltavano irrequieti tra i fumi delle sigarette, mentre seduti sul divano del salottino condiviso al terzo piano restammo tutti in silenzio a squadrare il televisore senza volume e il volto severo della madre, che girando la rotella del fornello si apprestava a servire il caffè bollente. Stranamente aveva rispolverato per l’occasione proprio il servizio di tazzine di ceramica, quello preferito dalla vittima, che non sopportava il fetore della plastica bruciacchiata dei bicchierini usa e getta, a cui solitamente si ricorreva un po’ per tutte le occasioni durante i pasti in famiglia. La soluzione al caso, comunque, riuscii a trovarla soltanto io, qualche mese dopo, ormai rimasto l’unico ancora a ripensarci. Non che mi ci tormentassi più di tanto, però a volte involontariamente mi veniva voglia di soffermarmi un istante a giocare con quel piccolo tarlo rimasto rinchiuso in uno dei cassetti dimenticati dal cervello. Una sera entrai per caso nella camera del ragazzo, quasi del tutto svuotata dagli impiegati comunali, con la timida speranza di ritrovare un accendino d’argento ereditato alla morte di un vecchio parente aristocratico, e invece dovetti accontentarmi di un secondo fogliaccio spiegazzato, inserito di fretta nella custodia impolverata di un dischetto musicale lasciato dalla vittima sull’ultimo scaffale ancora rimasto inchiodato alla parete. Niente di interessante, l’opera prima di uno sconosciuto cantautore giapponese, un affare inascoltabile che però mi dette modo di ricordare di quando lo facemmo autografare all’autogrill, insieme a un cartone di scadente vino rosso, da due nudiste tedesche che avevamo conosciuto nell’albergo al mare la sera in cui si ubriacò pure il suicida, che a vederlo sembrava un seminarista e che di certo non lasciava immaginare d’essere capace anche lui di sbizzarrirsi in quel modo alle feste. I suoni, i colori ricominciavano a rimbombarmi in testa: tutto il divertimento, le voci sgraziate che urlavano sulla spiaggia, i riflessi dei grossi fari del palco sulla risacca del mare, la tempesta ormonale che si infuriava nel nugolo di aliti vinosi e magliette sudate, i granelli di sabbia che non ne volevano più sapere di darmi tregua all’interno coscia, il campo minato dei preservativi annodati e lasciati a marcire sulla riva, le grosse nocche della vecchia vedova della stanza in fondo che battevano sulla porta ed era pronta la cena.

Il lampadario

In quell’istante aveva appena violato l’embargo internazionale.
Era rientrata nel suo paese sfruttando proprio un convoglio militare che trasportava rifornimenti alle truppe dell’accampamento. Grazie a un suo cugino ammanicato negli uffici dell’amministrazione logistica per le emergenze era riuscita a far posticipare il vero convoglio al giorno successivo al suo arrivo, facendo comunque partire il camion, i cui stemmi del Comando Nazionale d’Intervento non trovarono difficoltà nel superare la frontiera. Il Belgio era a quel tempo ancor più democratico di adesso, celebre in tutto il mondo per la sua eccellente diplomazia, per la burocrazia efficiente e tempestiva e per il suo alto numero di giocatori di scacchi. Rischiò la sedia elettrica proprio per giocare a scacchi.
Molti dei più famosi ed applauditi maestri di scacchi che affollavano le grandi competizioni internazionali erano frutto del glorioso vivaio della scuola scacchistica belga. Ma questo non le interessava più di tanto, la sua partita doveva essere giocata contro il padre, un uomo robusto, dall’aspetto burbero e discretamente alcolizzato e non aveva mai neppure conosciuto le regole di quel gioco che tanto appassionava la figlia; tanto da farla scappare latitante all’estero in una località tuttora sconosciuta anche a chi scrive, dopo esser divenuta oggetto di inquietanti e sempre più ossessive attenzioni da parte dei servizi segreti locali. Appena tornata, si concesse il lusso tanto atteso di una passeggiata notturna lungo i viali della sua periferia, immersa in tutti i ricordi della sua brevissima infanzia, così disperatamente fuori dal comune. Ben presto le nostalgie ritrovarono la serietà e la determinazione del suo viaggio tormentoso, e si diresse verso il vecchio appartamento scalcinato di famiglia. Sua madre e sua sorella erano morte in un incidente stradale poche ore prima, ma nemmeno questo sembrava turbarla più di tanto. Arrivata alla soglia spalancò la porta accostata e vi trovò il cadavere di suo padre appeso per il collo al lampadario, si avvicinò al massiccio tavolo di noce della cucina su cui stava ancora adagiata la prima scacchiera della sua vita. La osservò, pulita come adorava tenerla lei, spolverata e lucidata fino alla sera precedente, come da rituale. Lanciò un’ultima occhiata al viso pallido del padre, sorridendo alle sue vecchie rughe che ancora sembravano cercare una via di fuga arrampicandosi lungo i boccoli cespugliosi della barba.
E si mise a sedere, dalla parte del nero, aspettando.

Boris

Le cose prima si fanno, poi si pensano.
A volte capita di trovarsi di fronte a momenti di particolare ispirazione, di grande verità. E sembra strano che a confermare le tue teorie sia nientepopodimeno che Boris Pasternak in persona. E ancora più strano trovarselo alla pesa dei carovanieri, con le stampelle e un berrettino sgargiante con la bandiera della Germania. Avevi perso sei anni in pochi giorni, e non ti quadrava molto come intrigo. Magari ci pensi ancora, magari no, di certo sei ancora seduto sui gradini, poi ti alzi e ti lasci ciondolare per un momento aggrappato alla ringhiera, ma comunque lo vedi: lo vedi che ti fissa la mano stretta sul chivas, allora lo fissi anche te e vedi che ti vede mentre lo fai. Così brindiamo, io e Boris Pasternak, alla pesa dei carovanieri, in una serata non particolarmente promettente che di colpo ti senti precipitare addosso, fracassare sulla schiena con la forza d’un vecchio bastone nodoso. Nel quadro compare anche una vecchia amica del liceo, che in realtà si disinteressa del tuo giochino nuovo. Stasera regalo biglietti, omaggio. Ogni fortunato possessore del biglietto ha la possibilità di ritirare il suo premio in schiaffi all’autore, contusioni, cazzotti in pancia, gomitate nei fianchi, e parliamo preferibilmente del gomito con l’ingessatura a scadenza mensile irrigidito come mai si potrebbe immaginare. Tutto quanto senza nessun tipo di ritorsioni, da parte mia. Se volete ci spostiamo un attimo, andiamo dove nessuno vede e dove nessun inconsapevole avventore possa trovarsi a dover pensar male assistendo alla violenza della scena. Andiamo dietro a quel furgone, andiamoci subito che sto già morendo dalla voglia. E tra un premio e l’altro, i biglietti li tengo ancora ben stretti nei pugni, perché Boris Pasternak mi dà l’idea di volermi fare concorrenza, così insieme torniamo a bere, a turno, due sorsi a testa, a ricordare il Futurismo, il suicidio, la resurrezione. E recuperi sei anni in cinque minuti. Ragazzi, fatevene un ragione: come quando vedi un caro vecchio amico dopo tanti anni di distanza forzata, e lo riconosceresti fra mille altri figli di puttana, per quello che dice, per come si muove, perché lo sai e basta. Non è che ci dobbiate credere per forza, d’accordo, ma è sciaguratamente così, fatevene una ragione e la chiudiamo qua. Alla pesa dei carovanieri.
Con Boris Pasternak.

Il cucchiaio

Per qualche ragione aveva fatto partire di sottofondo un nastro col rumore del mare. C’era scritto rilassante sopra la confezione e sul momento era sembrato un buon motivo per aggiungerlo al carrello delle nevrosi: immaginarsi le storie degli altri, leccarsi la punta del dito dopo averla strofinata nella cenere e guardare su internet i prezzi dei pacchetti vacanza cinque giorni quattro notti per San Pietroburgo. Ultima indiscrezione di partenza: era un uomo. Aveva i capelli lunghi, le fattezze e pure il nome da ragazza, non si piaceva ma non voleva cambiar sesso, né metteva in discussione la concezione comune prestabilita di orientamento sessuale; in verità l’argomento lo lasciava del tutto indifferente. Piuttosto se ne stava seduto in camera sua a immaginare il risultato delle sue mosse nelle scacchiere degli altri, quasi di nascosto, a immaginarsi finalmente a braccia aperte e polmoni pieni lungo le frizzantezze invernali della Prospettiva Nevskij. Aveva un amico, col quale di solito parlava attraverso il suo computer. A volte gli piaceva e si sentiva sollevato da quella distrazione, altre volte pure lui rientrava a pieno titolo nel ricettario di ingredienti e frastuoni che si buttavano a mosaico nella sua nausea personale. Se ne riempiva le narici nelle giornate più intense, e per adesso bastava così. Quel giorno scoprì la sua nuova prima passione di sempre: far sciogliere direttamente in bocca le compresse effervescenti delle scatole di medicine che sua madre teneva nel mobiletto della cucina, accanto alle forchette. Se n’era accorto per sbaglio, quando una di quelle scatole se l’era misteriosamente ritrovata in camera e per non aver avuto voglia di alzarsi a prendere l’acqua se l’era fatta sciogliere sulla lingua. Aveva subito sentito tutte le bollicine impazzire dentro di sé, e questo adesso gli dava una nuova, indifferente, dipendenza. In poche ore aveva svuotato tutte e tre le listelle metalliche di pellicola protettiva delle compresse, e stava cercando di convincersi che gli effetti lassativi sbandierati sulla confezione stessero effettivamente cominciando a fare il loro effetto. Non era vero, ma d’altra parte cosa cambiava? Andò fino al bagno, aspettò seduto fino a quando gli si cominciarono a informicolire i polpacci e i segni dei gomiti appoggiati sulle cosce presero la forma di due grossi soli di un rosso compasso, mai così acceso e abbagliante. Sconfitto, se ne tornò davanti al computer, attraversando prima la cucina per risistemare la scatola vuota al suo posto, segretamente, accanto alle altre. Nel farlo, si accorse che nel mobiletto, in mezzo alle forchette appena uscite dalla lavastoviglie, sedeva un grosso cucchiaio, incrostato di spinaci.

AVVISO DI MANUTENZIONE

– LE ESTERNAZIONI SONO SOSPESE CAUSA RIASSESTAMENTO PSICOLOGICO –

Mah

“Oh aspetta, l’hai visto quello lì?”
“Cosa? Chi, quello col cane?”
“M’abitava accanto, è un tipo assurdo. C’ha una storia incredibile…”
“Guarda, m’hai fatto venire in mente. Ieri fuori dalla facoltà, ero sul gradino dalla parte di là della strada. Guardavo un tipo davanti al portone che se la rideva con un gruppetto di gente amica sua e poi sento ridacchiare uno seduto accanto a me. Allora per due secondi netti mi sono detto: ma è possibile che tutti c’abbiano da ridere. [Poi senti, gli dico, non è che ti puoi mettere a ridere così a caso, senza collegamenti con il discorso e senza preoccuparti che gli altri prima o dopo capiscano il perché di tutta st’allegria, perché poi ti pigliano per matto. Che ti ridi te?, gli ho detto. E questo mi fa: nulla, pensavo a una cosa. E che pensavi? Mah, una storia di due tipi vicino a casa mia, ma via lascia perdere. No, come lascia perdere, ora me lo dici, gli faccio, sennò mi lasci così, nel dubbio. Mah niente, praticamente lì dalle parti mie, un tipo ha sparato a un altro, tempo fa, per questioni… vabbè dai, niente.
Ma come niente, parla! Mah nulla via, è roba vecchia, e non ne voglio parlare via. Dai, ora non mi puoi lasciare così a metà: chi ha sparato, perché gli ha sparato? Mah guarda, te l’ho detto, è una storia particolare, questo qui è una bravissima persona eh, poi è roba di parecchio tempo fa.
Ma che è successo, si può sapere? Via, non mi fa parlare, poi senti non mi piace che si sappiano ste cose, mi fa. Guarda io non so nulla, so solo che riguarda sti due tizi, non so mica chi sono, non è che possa andare in giro a ridire le cose, via, che è successo? Praticamente a questo qui gli facevano dei dispetti, continuamente, e lui poi se l’è presa. Ma dispetti di che tipo? Guarda gli facevano un po’ di tutto, gli andavano a tirare la roba, poi gli spengevano la luce mentre mangiava. Aspetta, che vuol dire gli spengevano la luce: ora che s’ammazza uno perché ti fa i dispetti?] Poi questo s’è rimesso a ridere, abbassando il mento e tirando su le sopracciglia, mezzo nevrastenico come a volersi mordere la lingua.
Lì mi si sono cominciate a accendere le lampadine. [Eh lo so, ma si fa presto a dire, era una situazione strana, mi dice].
Allora riparto, stavolta più frenato: [via, spiegami, io non so nulla eh, se mi dici le cose a metà, come faccio a sapere]. Cercavo d’essere prudente, qualcosa m’aveva fatto scattare l’allarme, e ora mi interessava tutto ancora di più, in realtà. [Praticamente questo qui, mi fa, aveva perso la pazienza e gli ha sparato. Va bene, ma perché? Che gli avevano fatto, ancora non ho capito. Se la rideva e continuava: guarda lui e il su fratello, lo si tormentava guarda, una volta s’era montati sull’albero delle pere e gli si faceva, gli facevano la guerra delle pere, gliele tiravano in casa, di tutto guarda, gli si faceva di tutto, cioè, lui e il su fratello insomma. Ho capito, e poi insomma? E poi nulla, questo perse la pazienza e gli sparò, ma aveva ragione eh, io sono dell’idea che non gli dovevano andare a rompere i coglioni, almeno io la penso così, insomma, poi questo è una bravissima persona, non gli dovevano andare a rompere i coglioni. Poi è una storia strana, non è che sia il caso, voglio dire, poi non mi fa piacere che si sappia, ecco, vabbè].
A questo più volte gli era scappato il ‘noi’, il ‘ci’, cioè lui c’entrava direttamente, e parlava del su fratello, e non ho capito poi se al su fratello gli avevano sparato o se era stato lui a sparare, perché da quel che diceva non si capiva, voglio dire, continuava a dire che lo sparatore era una bravissima persona, che aveva ragione secondo lui e che non gli dovevano rompere i coglioni, che c’avevano a pensare prima, e lo diceva con una sicurezza e una velocità tutta sua, come se non ci credesse più di tanto alla brutalità che stava dicendo, ma più come se si sentisse in dovere quasi come per spirito di corpo, per senso d’appartenenza, di proteggere il nome di qualcuno, anche magari facendo propria la giustificazione di un qualcosa che aveva fatto questo qualcun altro. Fatto sta che questo sta a due metri da un omicidio e io non sapevo nulla, e me l’ha detto ridendo, isterico ma ridendo, e lì per lì m’è venuto da pensare se questo qui si trovasse a dover raccontare cazzate in un tribunale quanto pochissimo ci metterebbero a scoprirlo, visto che in due discorsi già m’aveva fatto capire che c’entrava il su fratello, e quanti modi c’aveva per non farmi capire nulla di chi erano questi due tipi, bastava che mi dicesse: guarda, m’è venuta in mente questa storia, che m’ha raccontato quel tizio al bar, di questi due, amici suoi, vai a sapere dove abitano e chi sono, e dice che uno ha sparato a quell’altro, e via. Non so, non ti fa strano?
Io ci sono rimasto un botto di tempo a pensare, sia per sta cosa dello sparatore che non si capisce chi è, poi per il fatto che questo ci rideva e per di più non era riuscito a sviare per due secondi, tanto che era preso dalla questione e dalla velocità senza filtro del filo diretto tra la bocca e il cervello.
Poi, seduto dall’altra parte, c’era un altro tipo amico mio, che mi sentiva fumare e se ne strafotteva, stava lì con la testa buttata fra le ginocchia e non ha sentito nulla, cioè dopo quei cinque minuti assurdi, finita la sigaretta questo s’è rialzato e non aveva capito nulla, e ancora non sa nulla, e di certo a me me ne frega anche il giusto di andarglielo a dire, insomma, però il punto è che comunque nessuno di chi lo conosce sa sta storia, e io la so per caso solo perché lì per lì avevo voglia di ragionare, tanto per distrarmi un po’, e l’avevo fatto venire a sedere accanto a me per una volta, perché sto qui è uno che quando attacca bottone non la smette mai e di solito c’è da stare attentissimi a mettercisi a discorrere, e avevo voluto sapere a tutti i costi perché s’era messo a ridere. Poi vabbè, te non lo conosci questo qui, quindi insomma magari te ne freghi, però ecco, m’ha fatto strano. Tanto di più perché uno aveva sparato a quell’altro perché gli lanciava le pere in casa e gli spengeva la luce a tavola mentre mangiava. Che ti devo dire, m’ha fatto strano, un po’, ecco.”

“E poi?”
“Poi nulla, ci siamo alzati e siamo tornati dentro, che avevano messo pure il tavolino col vino e le valdostane.”
“C’avete fatto proprio l’aperitivo?”
“Eh sì, tra l’altro dovevi venire eh, tutto improvvisato ma c’era da ridere. Ma poi il tizio col cane che aveva fatto?”
“Nulla, tifa la Juventus tra l’altro, ne parlavo ieri con una che c’era rimasta male perché gli aveva visto tirare una palla di ferro grossa come un’arancia addosso al cane, come per farlo giocare e tra un po’ lo schianta, pare un giorno abbia ammazzato la moglie a martellate in casa sua a Livorno, va sempre a giro tutto storto col cane, lo conoscono tutti ma non parla mai con nessuno.”
“Mah, la gente è strana”
“Guarda, lascia stare…”
“Mah”.

peramah b-n

[insidiato]

E poi capita anche
il mentolo
delle sigarette da qualche
bar nella testa.
dove continua piatta
piatta
e carceriera
la frenesia di una serata silenziosa.
raccapricciante e umida
sotto al davanzale
fuori nel mondo
freddo
della tua prospettiva negli altri.
e capita anche quando
di colpo
una colpa
ti mangia dentro.
e nudo ti alzi e
osservi
tutti che ti guardano
lì fuori
nel mondo delle rette vie
lungimiranti
scintillanti dolcissimo
succo di buona fede
e adeguatezza.
un secondo: tu guardi
e stai a guardare
mentre ti cola
il miele viscido sugli stinchi
e l’unica parola
è sapore di fango
per il tuo quadro che non si
riempie mai
lo guardi e squallido non si riempie e lo vedi
provare disperato a parlarti
a convincere te
disorientato
delle tue introvabili
[canaglie inviperite]
qualità.
che stavolta pure
si rassegnano e
lasciano fare
al rumore di contrazioni
spontanee
delle solite ossa che si fanno aria
nell’aria.
per il sacro che non ti meriti
ma che t’aspetta
a mezz’altezza
equidistante.
senza motivo
ti insegue pure lì
dove non vuoi stare.
nella distanza di un’ambiguità
soffocante
e carceriera.
ma ti insegue
chiuso tra due
fuochi
e te ne fai schifo.
tutto intorno
il dolciume
[appiccica]
sui denti che ti servono.
che ti piacciono ancora
anche a mezz’altezza
dove ti vedi e ti riconosci
mai del tutto
morto per miracolo.
e la testa
è immagine di altri
nella voce di un distacco
che ti vede e si scansa
rivoltando immagini nuove
di te che ti sfotti
da fuori.
fiacco sputo di febbre
disperso
voga sulla gelatina
sfiancante
di parole come di giornale
dette da altri fuori
che ti sparlano dentro.
ma te che ne sai?
è per l’equilibrio, è un problema d’equilibrio
come quando ti sembra uno zoom
quello che ti fanno gli occhi.
o come quando
bambino
non sai dirlo e ci provi
a spiegare che è da
qualche tempo
ormai
che a volte sogni in
due dimensioni, senza
profondità
e te che ne sai, comunque
parli.
prego, ci mancherebbe.
tanto al coperto
a prova di vermi
e coi concerti degli amici da compagnia
quando torna il mentolo
malinconico si disperde lungo il
ghigno
da fotografia ingiallita della tua
[cresciuta storta]
parte di sopra.
eccitante
storta e conturbante se ne va
ah: sì.
per i cazzi suoi.
[si accomodi, faccia pure]
tanto al coperto
annusi fino all’ultimo spiraglio
e l’occhio a mezz’asta diventa
turgido
d’intenzioni migliori di voi.
di nuove prospettive lontane dalle vostre
ma di certo amare, e ancora più
amare e poi attentissime
sottovoce le senti remare
insistenti come forza d’esercito
[te l’aveva detto]
contro la tua stabilità.
pur sempre lei
pur sempre ti tiene
sicuro inchiodato tra una luce e una viscosità
che ti sbrana di un fascino
gelido di sangue.
prima di prendere il peggio da uno dei te.
che in una vita
esasperato insolito stop
ha fatto solo danni mentre voleva
perdutamente
[così, ancora]
essere danneggiato.
[ti prego, ti pago: insidiato]
e come per dispetto ti ritrovi lì
col silenzio isterico che sbraita, affanna
e ti si fa tagliola in gola.
seppur forse
in punta di felicità, isterico
comunque equidistante e
non hai sonno
non hai fame
non hai voglia
non hai crepe
né attaccamenti
e ti piace
lo schifo
di un distacco ancora
mentre il bicchiere
per una nuova prima
volta
gode e ti chiama
mamma.

fumolettoscura

Malabitùdini: Sete nel mondo

Ogni tanto capita di leggere anche cose interessanti.
Per esempio, ogni uomo espelle in media cinquantatre litri di sperma nel corso della vita, grazie a un totale di settemiladuecento eiaculazioni, di cui duemila solo di masturbazione. Ora, essendo un calcolo medio, sarebbe curioso conoscerne gli estremi statistici, vale a dire per esempio i quattro maggiori produttori. E visto che i quattro minori saranno stabili verso lo zero, i quattro maggiori quantomeno sui cento, ma considerando tutta la quantità di preti e simili, che teoricamente non dovrebbero avere niente a che fare con gettiti di sorta, può darsi benissimo che i maggiori arrivino anche a quote intorno ai 300/400 litri, o forse anche di più.

Ad ogni modo, già la cifra media di per se è significativa: basti pensare che sarebbe sufficiente a riempire una mezza vasca da bagno, oppure a farsi una doccia ininterrotta di tre minuti e mezzo. Facendo i conti, se con 7200 eiaculazioni totali si produce un quantitativo di 53 litri, sappiamo che 14,72 di quei litri sono da soli il risultato delle 2000 eiaculazioni a testa dovute all’autoerotismo.
Potrebbe sembrare un numero riduttivo e non universalmente rappresentativo della frequenza masturbatoria, ma rimettiamoci fedelmente ai numeri e limitiamoci alle statistiche scientificamente dimostrate: sorge comunque spontaneo come il presentimento di un grande spreco.

Facciamo qualche conto.
Riconoscendo come ormai sia diventata abitudine comune e generalizzata l’atto del pulirsi, dopo l’autoinflizione del gesto erotico, con dei fazzolettini di carta usa e getta, e considerando che in media un’eiaculazione si attesta intorno ai 7,5ml di prodotto seminale fuoriuscito, si potrebbe arrivare a dire che ogni getto spermatico medio equivale circa alla capacità assorbente di un singolo fazzoletto usa e getta, quattro veli standard in pura cellulosa 100%, peso medio di 20g/mq, che vale a dire circa 1g a fazzoletto.
Mettendo in croce qualche numero, per asciugare tutti i 14,72 litri di semenze dovute a una vita di masturbazioni occorrono più correttamente 1962,6 fazzoletti, poco più di 245 comuni pacchetti da 8.
Circa duemila fazzoletti totali a testa, in media.

Ma continuiamo: sapendo che un fazzoletto equivale a 0,0441mq, che 1kg di cellulosa è pari a 0,0036mᶟ di legno estraibile da un albero e che da un comune pino di medie dimensioni e altezza 15m si ricava 1mᶟ di legno, basta fare ancora qualche calcolo ulteriore per capire che, se mille fazzoletti, arrotondando, fanno 1kg di cellulosa, da ogni albero si possono produrre un totale di 277.777,7 fazzoletti.
Molti meno di quanto si potrebbe pensare, in realtà.
Ora, essendo precisamente 1962,6 il fabbisogno di fazzoletti pro capite medio nella vita per assorbire fino all’ultima prova del divertimento intimo di ognuno, non ci vuole molto a capire che ciascuno di noi consuma 0,007 alberi solo per asciugarsi gli attributi dopo la consueta passeggiatina sui siti sporchi di internet.

Potrebbe sembrare accettabile, ma se calcoliamo tutti i maschi in età fertile, facciamo tra i 15 e i 64 anni, nella nostra Italia, rinomata patria di allupati, si ottengono 19.596.708 masturbatori ufficiali, per un totale ben presto calcolabile di 137.176,5 pini di 15m, equivalenti a un enorme albero di circa 9 chilometri, più alto del monte Everest, oppure a una quantità di deforestazione pari a 50 volte l’intero patrimonio arboreo del Parco Nazionale dell’Abruzzo, il più antico parco del paese e ben noto a livello internazionale per il ruolo svolto nella conservazione di alcune tra le specie faunistiche locali più importanti, quali il lupo, il camoscio d’Abruzzo e l’orso bruno marsicano.
Quindi sì, oltre al grande spreco di semenza, si può dire senza tema di smentite che la masturbazione rappresenta altresì una grave minaccia per l’ambiente, ritagliandosi un ruolo di prim’ordine tra i principali nemici della Natura, amata casa madre della nostra umanità.

Ma pensiamo per un momento a come potremmo sfruttare per il meglio le infinite potenzialità di una risorsa di così vitale importanza, magari prendendo ispirazione dalla già battuta strada della semeterapia e delle sue rivoluzionarie applicazioni in campo gastroalimentare.
Considerando che ogni eiaculazione (7,5ml) contiene mediamente intorno alle 10 calorie, e ponendoci come obiettivo di qualità per il dignitoso mantenimento delle funzioni vitali un fabbisogno energetico giornaliero minimo di 500Kcal per ogni essere umano, non ci vuole molto per capire che se anche la sola popolazione maschile, compresa nella fascia di età tra i 15 e i 64 anni, della ricca e feconda Unione Europea (vale a dire 166 milioni e 387.695 persone) fornissero sperma al terzo mondo, invece di distruggere 1.164.715,865 alberi totali, con i loro ben 2.449.226.870,4 -duemiliardi449milionie226mila870,4- litri di sperma estrapolato in solitudine, si sfamerebbe un totale di addirittura 6.531.271,6 persone.

Sei milioni e mezzo di persone, praticamente il numero di ebrei uccisi dai nazisti, che invece, a 70 anni dalla fine della guerra, continuano a morire nella loro shoah silenziosa, al riparo da occhi, orecchie e coscienze dei tanto avanzati e ingordi popoli europei; il tutto mentre 3,1 milioni di bambini sotto i cinque anni muoiono ogni anno per disfunzioni legate a fame e malnutrizione, per di più insieme a 1.164.713,865 alberi, solo perché nei salotti del primo mondo turbocapitalista globalizzato, dopo la miseria di qualche filmino stuzzicante, non c’è spazio per nessun occhio di riguardo né per l’ombra di un singolo rimorso nel fare i nostri porci comodi e poi gettare via tutto con disprezzo e noncuranza nei fazzolettini, schiavi delle nostre, squallide, cattive abitudini.

Roço

La senti dentro,
come un richiamo alla nausea, si muove;
implorazione sottomessa, adesso preme.
E tutto il resto dietro, travolto dall’oceano
delle cattive intenzioni.
Ancora vivo, ancora sussurrato, segreto.
Poco più di una confessione.
Un atto di fede.

Non sai se tornerai,
non sai se lo farai,
dicono che ti ucciderai;
ti masticherai e
sotto ai denti,
travolto da nuove ferite,
ti stritolerai.

Ancora una tentazione,
l’incertezza di un momento fermo,
una parola attesa,
che adesso torna a rinchiudersi nella speranza
di una luce rotonda dietro agli occhi,
adesso e solo per te, chiuso in un angolo,
stuprandomi.

Imparerai a volerti,
a sentire le spine piantare radici,
dentro le ossa di un momento vuoto;
una luce accesa dietro agli occhi,
che torna quando non la cerchi
e ti lascia morire il resto dei tuoi giorni,
abbandonandoti alla polvere,
alla tua cenere malaticcia.

Ancora l’attesa,
e una sola la tua sicurezza:
corone inattaccabili, eroiche sul capo,
ti travolgono e stringono,
ancora affamano, e non lo sai,
ti uccidono,
nel vuoto di una realtà mai stata meno credibile,
balorda e tremolante.

Non la vedi ma senti come si diverte
a colare lungo i lineamenti, soddisfatta di sangue,
ancora torna e si scioglie,
e scende fino alla punta del cranio,
fino a farsi vedere, impercettibile.
Ancora la tua uscita,
e calma ti guarda,
lontana e maliziosa, ancora nel terrore.

Salvo dalle tue braccia,
forte della tua forza simulata,
non lo capisci ma ti vedi correre,
adesso sempre più forte,
scappando, abbaiando, urlando,
corri e ti trovi malato,
e debole e stupefatto la senti allontanare,
scappare via.

A fatica scendere,
scorrere nell’abbraccio del tuo corpo,
e lo fai di nuovo, non ci potevi credere,
ma lo fai e lo rifarai, per sentirla correre,
scivolare, ridendo,
addosso a te.

Solo un paio d’ore,
proprio adesso molte di più,
non sai perché ci fai caso,
ma continuerai, fino a vederne altre;
continuerai fino a farti male,
per sentirti ancora rinchiuso,
eroico e destabilizzato;
e ti viene da ridere.

Ridere e scappare, affossarti sul collo e
andare via col freddo nella pelle
che ti morde d’affanno,
e non sai come mai ti mastica le dita
e non vuoi neppure saperlo;
sai che quando lo farai
saprai come fare, come uscire,
sbranandoti di fame e delirio,
stuprandoti.

Qualcosa ti serve,
ti serve adesso per compiacerti,
per sentirti ingrato nella tua personale,
tradita, linfa vitale;
ti serve qualcosa,
qualcosa per continuare a correre
e rincorrerti.
Ancora.

Ci provi senza riuscire,
adesso senza nemmeno volerci provare,
e continui a sentirle,
strette come corone nella tua carne,
le sue labbra,
gonfie di sorrisi maledetti,
di risate infami e meravigliose.

E adesso nient’altro.
Nient’altro, inquieto,
come sempre, nient’altro.
Oltre l’oceano del sangue,
caldo lungo la schiena
come freddo il tuo sudore,
perso e incontrollabile.

Una tempesta addomesticata,
mentre soffochi nella deriva delle tue vene maltrattate
e aggrappate ai suoi denti,
ancora divertiti nella carne,
stretti nella danza,
fermi sulle ferite di una ferocia ammutolita,
in caduta libera attraverso la spirale
di una nausea ordinaria.

Allevia, quello che non riesci a dire;
consola, nel vortice di elastici che risuonano contro loro stessi
in orge festanti di sguaiata depravazione.
Tanto perduto, tutto conquistato,
nei corpi sventrati dei tuoi pochi superstiti,
e ancora ferro,
morbido sotto la lingua,
che non ha tempo per ascoltarti,
nessuna voglia di purificarsi.

E non lo farà,
certo non lo farà;
non per questa tua calma guerra,
né per il rumore pallido delle tue cicatrici,
assordanti nel sogno di un mistero svelato,
di un nodo sciolto sopra la fiamma della
tua realtà.

Quella vera,
a spasso con la prima,
si tiene per braccio e
fortificando ride,
sicura della propria esaltazione;
arde nel braciere inciso sulla tua fronte,
logora ancora per lei.

Se loro mordono,
mordi anche te,
finiscigli i denti e sapranno come ringraziarti.
Sapranno come sdebitarsi,
e allora sarà gioco,
insieme per mano,
a braccetto con i tuoi mostri.

Come fa un bambino
che frenetico insegue il padre
nella sola speranza di una risata più forte,
e scappando si sazia del suono tiepido
di un’espressione complice,
di una smorfia potente ma ancora una volta amica,
alleanza di vita.

E una volta ancora piangi,
nell’isteria di un ultimo,
infuocato,
fremito inorganico,
incatenato alle pareti
di uno stomaco dolorante,
chiuso in trappola dalle tue abitudini
devastanti.

E una volta ancora respiri,
tenendo per mano le pulsazioni
dei tuoi prossimi cinque minuti;
aspettando all’ombra di un’incertezza,
sotto il portone di una dimensione privata,
il riflesso di quel sangue che instancabile
mescola ossigeno e riempie i polmoni.

E una volta ancora danzi,
sul pianto versato del mio vino caldo,
vomitando via l’ultima delle sensatezze
dal riparo dei luccicanti disorientamenti,
in balia dei nervi, nell’abbraccio di una promessa
nascosta e segreta,
in cui torno ad affogare.

E una volta ancora ridi,
violentando l’ultima sopravvissuta ferita,
che ti aspetta, ti riconosce e crolla,
adesso che smette di chiederne il permesso;
d’istinto si libera, intorno alla sua improvvisa frenesia,
primitiva schizofrenica tenerezza,
e parla con voce sincera una fantasia di ribellione.

E una volta ancora cado,
preda della tua giocosa spietatezza;
il sogno antico di una perversione più vicina
ora che mastica rabbia e sovverte.
E ridi mentre rido,
delirando vita,
sconvolti di roço e d’amore.

giuditta klimt

Dalla parte giusta

Ci sono cose di cui non parla mai nessuno.
Per esempio, esistono persone con un profilo migliore.

Una volta avevo un’amica, una vecchia conoscenza dei banchi di scuola, che aveva trovato lavoro come casellante all’autostrada. Un lavoro tranquillo, senza troppe responsabilità, pagato ragionevolmente e soprattutto l’unico impiego più o meno fisso che era stata in grado di trovare in anni di ricerche, grazie alla buona parola messa da amici di amici presso le persone giuste. Così, senza fare troppe storie, si presentò negli uffici appositi per ritirare la divisa e prese posto nella sua cabina, all’uscita dell’autostrada. Dopo qualche giorno, però, dovette cominciare a fare i conti con un serio problema, un tarlo nel cervello ben difficile da estirpare.
Ora, come tutti sanno il casellante dell’autostrada ha una posizione standard da tenere durante il servizio in postazione: seduto davanti a monitor e pulsantiera, allunga il braccio attraverso la finestrella situata alla propria sinistra, per ritirare il biglietto insieme al denaro del pedaggio e consegnare l’eventuale resto all’automobilista in coda dietro la sbarra.
Senz’altro a molti questo potrebbe sembrar affare di poco conto, fatto sta che proprio a causa di questa situazione, la ragazza cominciò ad accusare una forte contraddizione con se stessa: fin da quando era piccola aveva vissuto nella più totale e assoluta convinzione di avere un profilo migliore, in particolar modo quello destro. In ogni fotografia dell’adolescenza, in ogni filmino del compleanno in famiglia, in ogni autoscatto delle vacanze con il fidanzato, mai la si era vista consegnare un lato sinistro a favore di camera. Non si era mai riuscita a spiegare esattamente per quale motivo, forse per la piega dei capelli e per la forma che le dava al viso, sta di fatto che quel lato della sua faccia non lo aveva mai potuto sopportare. Nessuno, tra familiari, amici e parrucchieri, era riuscito a toglierle quel problema dalla testa, e lei si era ormai rassegnata a ricorrere a strategie del tutto particolari, come ad esempio camminare sempre accostata al muro del marciapiede sinistro della strada, non salire mai sul sedile del passeggero davanti, e tanti altri piccoli accorgimenti simili.

Quando alla fine realizzò che anche lei si sarebbe trovata inevitabilmente costretta a sottostare alla posizione standard del casellante dell’autostrada, esibendo giocoforza il profilo sinistro per gran parte della giornata e lasciando così stampata nei ricordi dei viaggiatori quell’immagine laterale del suo viso, venne puntualmente travolta da un vortice di gravi frustrazioni e molteplici imbarazzi. Giorno dopo giorno cresceva in lei uno strano senso di inadeguatezza, il quale presto la portò a non sostenere più il peso di quel disagio continuo. Non poche volte si trovava a dover affrontare tanti piccoli istintivi nemici, impercettibili scatti del corpo, movimenti fisici spontanei, tra cui un leggero affossamento verso sinistra del bacino accompagnato dalla duplice torsione combinata del collo e del mento in direzione dell’interlocutore, in modo tale da annullare il più possibile gli effetti nefasti del profilo sbagliato, favorendo una più neutra, seppur innaturale, espressione frontale; ma la strategia nel giro di poco ebbe a rivelarsi controproducente, in quanto la posizione scomoda e legnosa del corpo non tardava ad assumere proporzioni di ridicolezza pari o addirittura superiori a quelle del semplice profilo sinistro di per sé.
Dapprima, pur di dare una svolta alla situazione, provò a cambiare pettinatura, a truccarsi in maniera diversa; poi tentò più drasticamente di studiare un modo per ruotare direttamente l’intero tavolo della postazione. Ancora niente sembrava poterla aiutare, pertanto, per uscire dall’impasse, provò anche a rivolgersi a uno psicologo, che la seguiva instancabilmente perfino durante i turni di lavoro, ma l’unico risultato di ogni suo sforzo era sempre e solo un progressivo e inesorabile crollo di autostima, a livelli decisamente preoccupanti. Tanto preoccupanti da convincerla a cercare un nuovo lavoro, e successivamente, in seguito a ogni ulteriore fallimento, a rivolgersi sciaguratamente alla professionalità di un chirurgo estetico, dal quale si presentò con la richiesta disperata di farle assomigliare, una volta e per tutte, il profilo sinistro a quello destro.

Il medico, senza troppe preoccupazioni, non mancò di stilarle un preventivo, fortunatamente troppo salato per le sue tasche; così la mia amica si rassegnò, fino al giorno in cui, durante un momento di desolazione notturna, fu colta da un’illuminazione improvvisa, un’idea pazza e decisiva per risolvere il problema direttamente alla radice. Decise di simulare una sua conversione spirituale all’Islam, di rimediare da qualche parte un velo integrale, una sorta di burqa o la prima cosa simile che avesse trovato, e di fingere, durante le ore lavorative, la necessità di portare tale indumento per motivi incontestabilmente religiosi. La prospettiva le piaceva, magari avrebbe sofferto un po’ di caldo nei periodi estivi, però almeno aveva la sicurezza di poter finalmente lavorare, durante quelle ore che adesso le parevano supplizi interminabili e angosciose mortificazioni, con serenità e spensieratezza, al riparo da tutti quegli sguardi severi che la tormentavano insopportabilmente.
Superate le prime momentanee ritrosie, comunicò la novità ai suoi superiori, i quali seppur infastiditi non avevano nessun pretesto a disposizione per allontanarla, né potevano rischiare pubbliche accuse di discriminazione o fastidi del genere, cosicché la mia amica poté cominciare a intraprendere una nuova routine quotidiana: la mattina si alzava e, dopo essersi sistemata e aver fatto colazione, infilava il burqa, per toglierlo solo una volta tornata a casa, dopo il lavoro. E così via per settimane: il velo le piaceva, le dava una forza nuova, la faceva sentire finalmente sicura di sé, determinata, e gradualmente ci si appassionò sempre di più, provando addirittura a tenerlo per più tempo, anche fuori dall’orario lavorativo, fino al giorno in cui decise definitivamente di cominciare a indossarlo con regolarità, tutto il giorno, senza interruzioni. Imparò a conviverci, a svolgere tutte quelle piccole azioni della quotidianità, senza rinunciare a niente: si allenò perfino a mangiare gli spaghetti, infilando la forchetta attraverso la fessura per gli occhi. Sempre più affascinata da quell’indumento, decise di cominciare a frequentare il gruppo di fedeli musulmani che glielo avevano venduto, dopo esser venuta a sapere che si riunivano settimanalmente in città, a casa di uno dei membri, per le preghiere e le altre forme di socialità tradizionali. In mezzo a loro sentiva addosso meno problemi, si vedeva accettata in pieno, senza critiche o pettegolezzi, e finalmente adesso sapeva di mostrare agli altri il suo profilo migliore, di essere dalla parte giusta.

Per molto tempo continuò a frequentare quel gruppo, dopo il lavoro: era sempre più presente in ogni attività, e un giorno fu invitata a partecipare a una manifestazione pubblica sotto al Comune, per richiedere che fosse loro riconosciuto ufficialmente un vero e proprio luogo di culto e poter così evitare di doversi continuare a ghettizzare in un garage privato. Lei si sentì fin da subito molto coinvolta e, quasi per sdebitarsi con quelle persone che erano state capaci di farla sentire così bene risolvendole col burqa quel brutto problema del senso di inadeguatezza, presa da moto istintivo si lanciò sui giornalisti presenti, non distanti dal gruppo di locali razzisti contestatori, e con tutta la passione e la foga del momento si aprì con la massima sincerità ai loro microfoni e alle loro telecamere, raccontando per filo e per segno tutto quello che le era successo da quando li aveva conosciuti. Convinta di testimoniare l’accoglienza e la disponibilità di quel gruppo di persone perbene, l’insolita storia consegnata alla stampa finì presto invece per ritorcersi drammaticamente contro la sua stessa protagonista: una volta uscita pubblicamente diventò molto conosciuta in città e, quando la voce arrivò alle orecchie dei dirigenti dell’autostrada finalmente regalò loro un appiglio burocraticamente valido per togliersi dai piedi la casellante islamica. Si dichiararono offesi dalla truffa subita, dall’inganno iniziale del velo che veniva tolto dopo il lavoro e della finta conversione, e a nulla valsero le repliche nel momento in cui le comunicarono, a mezzo stampa e di fronte a tutta la città, il licenziamento definitivo e irrevocabile.
La sera stessa la mia amica, disperata per aver perso il lavoro e avvilita dalla pubblica umiliazione subita, si andò a ubriacare, tanto grande era il suo dispiacere e, sopraffatta da uno scatto di rabbia improvvisa, di colpo prese la macchina e si lasciò andare lungo la sua amata autostrada a tutta velocità, fino a perdere il controllo della vettura nel tentativo di strapparsi di dosso quel vestito che alla fine dei giochi l’aveva condannata a rimetterci lo stipendio che le serviva per campare, restando fatalmente coinvolta nello schianto fulminante contro la monovolume di una famigliola felice, con tre bambini piccoli a bordo, di ritorno dalla settimana bianca.

Da allora ho capito che è meglio diffidare delle persone con un profilo migliore.

caselloautostrada2 bn

Provamotóri

[AVVISO DI SISTEMA. In una fotografia multisensoriale, il riflesso delle parole nelle pupille, lo scorrere delle righe col dito e il rimbombo delle vocali sulle tempie si mescolano assieme a terze parti, fornite insieme al testo: sarà bene ricordare che, per quanto inscindibili dalla compagnia originaria, anche quest’ultime godono dell’indipendenza di una vita autonoma, di un valore specifico di primaria importanza, in quanto elaborati originali dell’autore.
Avviate il lettore e consumate senza freni, nel rispetto dei ritmi stabiliti dal vostro gradimento.]

L’altra sera, guarda l’altra sera lascia fare.
Successo di tutto, davvero, guarda, lascia fare.

Fitte nello stomaco.
Il segnale della radio è disturbato, poco ma si sente.
Ora non si sente più.
Si sentono chiaramente invece le fitte nello stomaco, adesso difficile nascondersi.
Anche stavolta notte.
Una notte come tutte le altre, se non fosse per quelle palpebre che stavolta non pesano, non si chiudono, distratte da quelle maledette fitte che non ne vogliono sapere di starsene a bada, di lasciarlo dormire, di lasciarlo rischiare.
Le mani sul volante, piantate.
Ogni tanto qualche spasmo al gomito, contrazioni nervose, spontanee, fosse anche solo per ricordare al viso e alle mani che, per quanto sembri strano, ancora esiste qualcosa che li collega, che li tiene insieme, senza fare caso alla loro rigidità.
Le mani sul volante, gli occhi sulla strada, in testa l’idea di una sigaretta, di nuovo.
La strada di casa, anche stanotte tarda notte.
Uno è stato fuori tutto il giorno, non è riuscito nemmeno a dare un morso a un panino. Non che senta particolarmente fame, ma è ossessionato dalle fitte, così come da tutto ciò che appare più testardo di lui.
E sembra quasi che siano loro a disturbare la radio, proprio quelle fitte.
Ci sta pensando già da un po’, adesso praticamente non ha più dubbi: in effetti niente potrebbe essere più logico in questo momento, e si deve ricorrere a questo tipo di pensiero quando si è inchiodati su un sedile, soli con l’asfalto e una radio. La colpa dev’essere di qualcuno, e stavolta è delle fitte: sono loro che non gli fanno sentire niente, è quella strana fame nervosa che lo distrae, lo blocca.
Un gioco con se stessi, niente di più.
Un virus, uno straccio di interferenza, un’altra realtà a braccetto con la prima.
Tanto per rendere interessante anche le abitudini più monotone, e dare meno importanza ai problemi.
Anzi, i problemi non è proprio necessario ricordarseli affatto, né tantomeno ha senso cercare delle soluzioni, e Uno adesso è convinto che non gli serva altro, lo sa senza nemmeno pensarci.
Mani sul volante, occhi sulla strada, la radio a tratti ricomincia a disturbarsi, le fitte ritornano, più forti di prima, quel pensiero forse non basta, prova a resistere ma non basta, mani sul volante, occhi sulla strada, la voce alla radio è diventata ormai un gorgoglio misterioso e incomprensibile, ancora fitte, fitte nervose, nervi sensibili, senso d’impotenza: la voce praticamente non esiste più.
La macchina si ferma.
Verde, riparte, mani sul volante, occhi sulla strada.
Si fruga nella tasca, ritrova l’idea della sigaretta.
Manca l’accendino, ancora fitte, è caduto sotto il sedile sicuramente, di nuovo le fitte, di nuovo i nervi.
Una mano sul volante, la sigaretta spenta, la radio non esiste più, d’accordo.
Uno si rassegna distrattamente.
Vuole sentire cosa dirà dopo il tizio della radio: ormai si è convinto di volerlo sapere, e a questo punto pare non ci siano altre possibilità, deve farsene una ragione. Deve fermare le fitte, per sentire cosa dirà dopo.
Non è perfettamente sicuro che gliene freghi effettivamente qualcosa, però ormai se ne è convinto: il gioco di stasera ha deciso così, quindi nel dubbio vuole sentire, lo sa senza nemmeno pensarci.
Manca poco a casa, una mezza dozzina di curve.
Ma prima deve vincere il gioco: freccia, piede sicuro sul pedale, ancora pochi metri.
La macchina si ferma.
Intorno, il piazzale della stazione.
L’auto accostata accanto alla fila dei taxi, poco più avanti un’auto nera, vuota.
Ancora più avanti un finestrino socchiuso a interrompere una lamiera grigia.
Niente di particolare.
Uno scende dall’auto: ormai, distrattamente, si è rassegnato.
Senza pensarci, si è rassegnato al menù fisso della stazione.
Alla stazione vivono i tramezzini, in un rapporto del tutto particolare con i loro interlocutori.
Uno non li sopporta, come tutti. Li trova inconsistenti, mollicci, come tutti, ma non ha altra scelta: non ha niente di pronto a casa, non vuole mettersi a cucinare e, soprattutto, vuole tornare a sentire la radio.
Uno chiude la macchina, ancora deve riabituare gli occhi a non seguire più le linee bianche in terra e i muscoli delle gambe a non aspettare i comodi delle mani e del volante per curvare. Poca attenzione, giusto l’accenno di una diffidenza particolare verso quell’ambiente, anch’essa parte del gioco di questa sera.
Alza lo sguardo, a fatica prende la mira.
Il portone spalancato comunque non basta per fargli notare la sagoma di un tizio, seduto su una panchina nella sala d’aspetto, subito accanto a lui, nascosto dalla visuale precedente. Non ci fa caso, arriva ai binari, qualche gradino ed ecco la macchinetta. Ripensa a tutte le mattine che quei gradini li ha fatti di corsa, contando i secondi per prendere il treno e andare a scuola: aveva calcolato che il treno delle 06:47 arrivava sempre tra il quindicesimo e il quarantacinquesimo secondo del quarantasettesimo minuto delle sei, l’unico treno sempre perfettamente puntuale, l’angoscia di tutte le 06:45 della sua vita.
Gli occhi tornano alla macchinetta, le dita frenetiche sulla moneta. La guarda, prova a inserirla ma la fessura non la prende, sembra incastrato il meccanismo. Riprova, e ancora, niente.
Dai, non è possibile, proprio oggi deve smettere di funzionare.
Si sente minacciato dal gioco, non vuole perdere, accende gli occhi un momento, guarda meglio il display della macchinetta. È diverso dal solito. Sfondo verde, luce chiara, scritte blu.
Qualcosa di strano.
Solo qualche momento per capire che sono rimaste attive le impostazioni del tecnico, il menù di servizio.
Solo qualche altro secondo per leggere tra le opzioni la voce “prova motori”.
Nient’altro.
Nient’altro per spalancarsi, ferro e fuoco nelle vene, un sapore di vendetta nitido sulla lingua.
Legge di nuovo, per sicurezza. “Prova motori”. Non si è sbagliato, è vero.
Proprio adesso, proprio lì, l’occasione perfetta.
Un errore del sistema, tutto per lui, proprio per lui, legge ancora, scorre le dita sullo schermo, ma ormai ha capito, ha trovato una falla.
Ferro e fuoco nelle vene, si guarda intorno, si sforza di non mostrare l’eccitazione all’esterno.
Si butta di nuovo sul display, legge di nuovo, prova motori, tasto verde.
Numero del motore, facciamo quello del tramezzino, tasto verde.
Ferro e fuoco nelle vene, vede la molla girarsi, funziona, solo qualche secondo e sente il tramezzino sbattere sul fondo della macchinetta, come ispirato da un profondo fascino femminile, ammiccante. Funziona, senza monete, con la prova motori del tecnico.
Ha trovato il modo, tutto gratis, la falla del sistema, l’ha trovata lui ed è lì che lo aspetta, che lo chiama, e sembra lo chiami da sempre, che chiami solo lui.
Di nuovo, ancora: prova motori, tasto verde.
Numero motore, proviamo qualcosa da bere, facciamo the al limone, tasto verde e sbatte sul fondo, con un rumore sordo stavolta, stroncato dal tramezzino di prima, ma sempre, inspiegabilmente, eccitante come non mai.
Funziona, ancora.
Adesso non ci sono più dubbi, stavolta i fili li tira lui, è lui che può provare i motori, metti caso non funzionino, bisogna provare, proviamoli subito, uno per uno, proviamoli tutti, stavolta i fili ce li ha lui, nelle quinte ci sta lui, è lui che stende i rapporti, firma i registri, fa le prove, i test, la manutenzione, i controlli e le verifiche. Non ha più dubbi, stavolta è così.
Adesso è lui il sistema.
Uno sente la vendetta, la tiene per mano.
La sente accarezzarlo lungo i fianchi, salire fino al collo, sfiorargli i capelli e tornare giù.
Uno sa di avere l’occasione di rifarsi per tutti i torti subiti, di vendicarsi per ogni treno in ritardo, ogni treno soppresso la sera tardi che l’obbligava a dormire sperduto in chissà quale stazione a giro per il mondo, ogni disagio, ogni centesimo in più sul biglietto, per tutti quei panini schifosi pagati a prezzo di gourmeterie, per tutte le angosce, le esasperazioni, le disperazioni, la noia, la stanchezza, la fatica di anni e anni di viaggi interminabili buttato dentro un vagone, con l’unica consolazione che sapevano vendergli le macchinette puttane di quei ladri approfittatori.
Adesso quegli stessi che avevano riso di lui, tutte quelle merendine che avevano riso di lui, tutti i binari, i gradini, le linee gialle, i vigilanti dalle telecamere che godevano a giocare coi suoi nervi, tutti loro adesso stavano per perdere, era lui che avrebbe riso, sghignazzato, con i fili adesso stretti nelle sue mani. Stritolati, così come tutti i ricordi degli anni precedenti, che adesso, in un attimo, si dissolvevano: tutti quei nemici, tutti via, ribaltati dal loro stesso sistema che ora, per qualche motivo, senza nemmeno pensarci, li rinnegava.
Le fitte iniziano a scomparire, e al loro posto subentra un appetito malefico, insidioso, che non ci mette molto ad evolvere in una fame feroce, una necessità vorace. Le fitte non le sente più, avanti senza pensarci: ora non servono più, non se le ricorda nemmeno e probabilmente non ci sono mai state.
Ancora, un’altra volta ancora. Tasto verde, tramezzino cotto e funghi, tasto verde, radicchio e prosciutto praga, tasto verde, forse tonno e uova, poi ancora cotto e funghi, tasto verde, bottiglietta d’acqua, tasto verde, barretta di cioccolato bianco, tasto verde, merendina ripiena al cioccolato, tasto verde, e così via, ancora tramezzini, tasto verde.
La cassetta sul fondo della macchinetta è piena, non ci sta più niente. Ancora non ha tirato fuori niente.
Si guarda intorno, ancora una volta.
Farà ridere vedere uno che si porta via tutta quella roba, ma pazienza, che ci vuoi fare? Non c’è nessuno, se trova qualcuno di là farà finta di niente, che ci vuoi fare? Mal di poco, non c’è nessuno, magari qualche telecamera ma che vuoi che sia, al massimo si faranno due risate quelli della stazione, che ci vuoi fare? Ancora nessuno, solo qualche voce in lontananza di un gruppetto di ragazzi. Adesso è perfetto.
Tira fuori i primi tramezzini, li appoggia per prendere il resto della sua refurtiva. Un po’impacciato, in ginocchio per terra, prende dalla tasca dei pantaloni le chiavi della macchina, si infila l’anello del portachiavi nell’indice destro, per averle subito a portata, si carica tutta la roba in braccio, ancora un’occhiata prima di alzarsi, senza farsi notare, poi sicuro, in piedi, via a passo deciso, come di marcia militare, verso la macchina. Passa di nuovo accanto all’uomo, seduto sulla panchina nella sala d’aspetto: stavolta nota la sua felpa rossa e la testa calva, ma poco importa. Dritto verso la macchina, lì davanti a lui. Ancora la macchina nera, vuota, e poco più avanti il finestrino socchiuso di quella grigia, ma chiunque sia non può vederlo, e al massimo si farà una risata pure lui, pazienza.
Dritto in macchina, lascia cadere tutto nel sedile del passeggero, accanto al suo; il tempo di salire, mettere in moto, lanciare un’ultima occhiata di sfida, ora che può permetterselo, al finestrino socchiuso, poi la prima curva a sinistra e girato l’angolo scompare da tutti e per tutti, nessuno può più farci niente.
Stavolta è finita bene per lui, alla faccia vostra; eccolo, un posto libero tra un’auto e un cassonetto.
Si ferma e accende la radio.
Stavolta è finita bene per lui, alla faccia vostra, ricordatevelo.
Regola il volume, adesso sente forte e chiaro. Il tizio della radio ricomincia a blaterare ininterrottamente: ora sa quello che avrebbe detto dopo, questo è l’importante, per il resto pazienza, che blateri, adesso gli interessa molto poco. Adesso non è il momento per il gioco, solo il tempo del riscatto.
Si scaraventa sulla confezione del tramezzino e, giusto in tempo, subito dopo aver tolto tutto l’incartamento, ne strappa metà con un solo morso. Si riempie completamente la bocca, quasi ad affogare, la voce alla radio diventa immediatamente più ovattata, quasi seppellita dai rumori scomposti del masticamento. Non basta, altro morso: il sapore della maionese si libera dai due freschi strati di pane, all’interno della bocca sfiancata e ruminante; solo adesso riesce ad accorgersi dell’odore che gli sta riempiendo le narici fin da quando ha rotto la prima plastica. Il prosciutto tenero insieme a un forte sapore di funghi e strutto, e poi ancora maionese, per far scivolare tutto nell’amalgama di quel composto armonioso, un impasto gommoso dal quale si sente avvolto, rinfrancato, coccolato, stuzzicato e consolato, praticamente redento, mentre gli occhi si socchiudono per un istante, per lasciare subito spazio al terzo morso, quello definitivo, fatale per quel che restava del tramezzino, ormai massacrato. Ancora qualche colpo coi denti, poi la lingua, a ripulire tutto, insieme alla sua ultima saliva ancora aggrappata alle gengive, l’ultimo ricordo di quella tenera poesia della notte.
Uno non se l’aspettava, ma si rende conto solo adesso di aver riscoperto una sensazione antica, un piacere del tutto segreto e personale, un godimento intimo, nascosto, irraggiungibile e indecifrabile per chi non ne riuscisse a identificare gli ingredienti misteriosi, le coordinate esatte, e lui è l’unico a conoscerle.
L’unico al mondo, proprio stasera.
Non ricordava fossero così buoni quei tramezzini: certo, non sarà proprio esattamente la cena più raccomandata dalle migliori cucine francesi o dalle guide ufficiali di chissà quale gambero strano, ma niente al mondo gli avrebbe dato più sfizio, più soddisfazione di quel tramezzino, e lì dove prima schifava l’inconsistenza e la mollicciosità, adesso riconosce solo morbidezza, scioglievolezza, tenerezza, e quasi pentito della sua irruenza e voracità iniziale, si rivede come in una sorta di vendicatore raffinato, illuminato, elegante.
E di certo sa che non può finire così.
L’occasione è unica, irripetibile: la macchinetta è ancora piena e lui ha preso solo un po’ di tramezzini, di cui uno è già andato, e poco altro. Non può andare a casa adesso, quando ti ricapita un’occasione simile, una fortuna del genere. Senza nemmeno pensarci sente ancora quell’impasto sotto la lingua, inspiegabilmente molto più appetitoso di quanto non ricordasse. Si meraviglia di come abbia fatto a non apprezzarlo mai prima d’ora, forse sarebbe bastato per alleviare il peso dello stress durante i suoi viaggi in treno, sicuramente l’avrebbero aiutato, ma lui non si è mai soffermato ad apprezzare, sempre stato schiavo, rinchiuso nei pregiudizi. Adesso però sa cosa si è perso in tutti questi anni, adesso se ne rende conto. E a che prezzo? Gratis: adesso comincia a pensarci, l’ha avuto gratis. E può averne ancora. Un piacere senza prezzo, come è giusto che sia, senza soldi, una conquista, solo per lui.
Davvero, a che prezzo?
Magari giusto l’imbarazzo iniziale di farsi vedere con tutta quella roba in braccio, di sicuro non molto piacevole, ma adesso che importa. Chi l’ha visto? Chi poteva prenderlo in giro? Quel tipo con la felpa rossa? Ma figurati se si mette a dire qualcosa, come minimo lui era lì a pensare che fosse Uno a prenderlo in giro per quella buffa testa pelata che spuntava dal colletto. Anche se magari si sarebbe messo il cappuccio se avesse avuto paura di esser preso in giro. E comunque pazienza, a lui cosa gliene frega di uno che passa con dei tramezzini, voglio dire, avrà i suoi problemi senza dover pensare agli altri. Nessuno l’ha visto, di certo non quel finestrino socchiuso, e comunque al massimo si saranno fatti una risata. Sicuramente le telecamere, ecco; ma voglio dire, perché dovrebbe interessargli, mica sono delle Ferrovie le macchinette, né di certo dello Stato, al massimo una risata. Forse però magari la ditta che si ritrova la macchinetta svuotata fa una denuncia e poi controllano le telecamere, ma siamo addirittura a questi livelli? Difficile, senz’altro molto difficile, al massimo una risata, molto più plausibile, figurati a chi è che gliene frega qualcosa di quei tramezzini, sanno assai loro, dicono che sono mollicci e inconsistenti, magari gli fa solo piacere d’essersene liberati, al massimo una risata. Ai binari non c’era nessuno, forse qualche ragazzo, ma dall’altra parte della stazione, impossibile che abbiano visto qualcosa, sanno assai loro, e sicuramente aspettare il momento giusto, aspettare prima di prendere e portare via tutto è stata la scelta migliore, è stato attento, al massimo le telecamere ma non è possibile che siamo arrivati a questi livelli, voglio dire, il bello è che la gente se ne frega, se ne frega sempre, una volta che fa comodo a lui, vuoi che non se la facciano questa stramaledetta risata? Solo un po’ d’imbarazzo, e il piccolo sforzo di fare attenzione, di guardarsi intorno: questo è l’unico prezzo.
L’unico prezzo per quel pane soffice, per quella sensazione unica al mondo di completezza, di realizzazione personale, nel momento in cui si inumidisce sotto la lingua e ti si scioglie in corpo, e ti fa venire quei brividini un po’ frenetici, un’insieme di soddisfazione perversa per il successo inatteso e di rilassante godimento fine a se stesso.
E l’occasione è unica, irripetibile.
Deve ritornare, deve farlo per forza, la situazione è troppo invitante per una sola manciata di tramezzini.
Mette in moto, adesso senza nemmeno pensarci, di nuovo la radio.
Giro dell’isolato e torna nel piazzale della stazione.
Di nuovo, l’auto accostata accanto alla fila dei taxi, poco più avanti l’altra auto nera, vuota.
Ancora più avanti il finestrino socchiuso spunta dalla lamiera grigia.
Ancora niente di particolare, che vuoi che ci sia di particolare?
Il collo punta verso il portone della sala d’aspetto, deve attraversarla, come prima, senza problemi.
Così, en passant.
Gli altri tramezzini ancora sul sedile, li nasconde alla strada come può.
Scende, chiude l’auto, passo sicuro.
Ricordati: nonchalance, nessun problema.
Sala d’aspetto, ancora il tipo con la felpa rossa, ancora appoggiato coi gomiti sulle ginocchia, testa bassa a far risplendere la specchiatura del cranio: adesso si notano le cuffie piantate nelle orecchie, prima non ci aveva fatto caso.
Pazienza, dritto verso i binari.
Stavolta ci sono due ragazzi, forse quelli che sentiva prima in lontananza.
Sono seduti, sulla panchina, al secondo binario. Due interi binari di distanza, non molto ma ormai non può tornare indietro, ha già superato il cranio e la felpa, non può tornare indietro. I due ragazzi l’hanno visto, non può girarsi da un momento all’altro e tornare indietro, né ci sono altri posti dove possa esser credibile che volesse andare, a quest’ora di notte, quando i treni non ci sono, in una stazione deserta di periferia.
Arriva alla macchinetta, così, en passant.
Ricordati: nonchalance totale, nessun problema davvero, che vuoi che gliene freghi?
Si avvicina allo schermo, ormai conosce bene la procedura.
Si sente mille sguardi addosso, quattro occhi che bruciano come centinaia di spilli sulla schiena.
In più le telecamere, ma pazienza.
Cerca di non farsi vedere esperto, fa finta di riflettere sull’acquisto, ma sa già benissimo cosa vuole prendere. Ci sono ancora due file intere di tramezzini, più una terza a metà.
Cerca di coprirsi le dita con il corpo: segretamente, prova motori, tasto verde.
Gli spilli aumentano, sembrano qualche migliaio adesso.
Motore 22, tasto verde.
La molla comincia a girarsi, vede il tramezzino sporgersi sempre di più, scivolare sicuro fino a quel suono metallico, mortale, quando cade sul fondo. Adesso, d colpo, gli spilli gli pungolano la schiena con una forza insopportabile. Non prova vergogna, solo un certo tipo di imbarazzo, deve riuscire a dimostrarsi sicuro, deve dimostrare di essere quello furbo, il maschio alfa della stazione, che se ne frega di quei due e che alla faccia loro si gode i frutti della sua intelligenza superiore, della sua bravura.
È un gioco, ancora.
Adesso è cambiato, ma sempre un gioco: un’altra realtà, ma importante quanto e forse più della prima.
Ancora, prova motori, tasto verde, bottiglia d’acqua, tasto verde.
L’acqua non la voleva, la prende perché adesso, senza nemmeno pensarci, gli sembra giusto far sembrare tutto più credibile, quindi se prende da mangiare deve prendere anche qualcosa da bere. Una copertura, una falsa pista per sviare tutti i suoi nemici.
Gli spilli continuano, ormai difficile nascondersi.
Tutti contro la sua schiena.
Lo sguardo gli cade poco sulla destra del suo schermo rassicurante, e dietro la macchinetta, poco più lontano dai binari, vede un uomo. Un uomo dormire per terra, appoggiato in un angolo tra il muro e una cabina di quella per le fotografie, dove evidentemente alla buona era riuscito a trovare riparo.
Un barbone, evidentemente.
Uno vede l’Uomo, e senza nemmeno pensarci vede scorrere nella testa una tempesta di immagini gloriose, una furia di eroismo e generosità che sarebbe giusto trasformassero la sua fortuna miracolosa, il suo piacere intimo e segreto di stasera, in un altissimo destino rivoluzionario, di cui essere protagonista, benefattore magnanimo e orgoglioso, inamovibile protettore dei poveri, paladino degli oppressi e degli sfruttati.
Lo sguardo torna alla macchinetta, vuole prendere qualcosa da mangiare e da bere da lasciargli. Per qualche motivo non pensa a quel che ha già preso, all’acqua e al tramezzino già sul fondo del distributore, ma torna a cercare altro, forse qualcosa di più, forse qualcosa di meglio.
Cerca di capire cosa deve fare, adesso gli spilli tornano con una forza mostruosa, mai così insostenibile prima d’ora. Cerca di capire cosa deve fare, sente la schiena incendiarsi, sente il silenzio di quegli sguardi sfondargli i timpani, premere insistentemente contro il suo cervello, e tutto deve risolversi adesso, in pochi secondi, per mantenere i giusti ritmi, per mantenere credibile la situazione, per farla sembrare spontanea, improvvisata, per nascondere ai suoi nemici tutti i suoi piani, tutto ciò che gli passa per la testa, e che deve tenere a bada per risolvere tutto in pochi secondi. Senza nemmeno pensarci, improvvisamente gli torna in mente un episodio, la storia di una volta, sempre in una stazione, in un’altra stazione, quando aveva offerto del vino in cartone a un altro barbone, che offeso dal gesto era andato via risentito, guardandolo male e lasciandolo impietrito sui suoi passi, con quel cartone di vino in mano, subito dopo averlo informato che lui non beveva vino, che non era alcolizzato: come aveva potuto pensare a un’ingenuità, a una stronzata del genere? Che leggerezza, che stupidità. L’aveva offeso, ovviamente era in buona fede ma gli aveva dato dell’alcolizzato, del povero straccione alcolizzato, l’aveva offeso nella sua dignità inattaccabile: com’era stato stupido. E adesso, senza nemmeno pensarci, se ne vergogna di nuovo, per quella scena orribile del passato.
E non vuole ricaderci, non vuole fare lo stesso, stupido, errore schifoso e insopportabile.
Forse potrebbe semplicemente svegliarlo e dirgli che la macchinetta stasera non prende soldi, che può prenderci tutto quello che vuole, magari basta spiegargli come fare e farà da solo, probabilmente sarebbe infinita la soddisfazione di vederlo felice, però se poi invece si offende di nuovo? Magari, visto che sta tutto il giorno a chiedere spiccioli, vuole prendersi da mangiare con quelli, magari non vuole essere aiutato, magari a lui non sembra proprio che io sia nella posizione di aiutarlo, di aiutare nessuno, anzi magari è lui che deve aiutare me, che deve aiutarmi a recuperare un po’ di dignità, di attenzione, di presenza nelle cose. Non sa decidere, ma deve farlo. Ancora pochi altri secondi, ne ha già bruciati tre o quattro per non arrivare a niente. Con la massima attenzione, grazie a impercettibili movimenti del collo, cerca di guardarsi intorno, tira occhiate a destra e poi a sinistra, non c’è ancora nessuno, oltre a quei quattro occhi piantati dietro, quasi come se si divertissero con l’accendino a stuzzicarlo e bruciacchiarlo da dietro, con lui di spalle, da veri vigliacchi.
All’improvviso delle voci, accompagnate da rumore di passi, dalla sala d’aspetto. Forse era solo qualche altro annoiato nottambulo, o forse era arrivato qualche ferroviere, o magari qualche poliziotto, o peggio ancora il tecnico, che magari si era ricordato ed era tornato indietro per rimediare al danno.
Non c’è tempo, prende la sua roba: un’ultima occhiata all’Uomo, ancora addormentato appoggiato al suo angolo, e si volta. Vede i due ragazzi distratti, sovrappensiero, che probabilmente a malapena avevano fatto caso alla sua presenza, alla sua schiena, alla sua prova motori. Pazienza, adesso deve chiarire la situazione, risolvere il problema, poi tornerà a pensare al resto. Dritto verso l’uscita, quasi al portone e spuntano due uomini, due uomini qualunque, di una quarantina d’anni, insignificanti.
Non può voltarsi e tornare indietro, non sarebbe credibile, sarebbe una cosa da stupidi, soprattutto perché l’hanno già visto col tramezzino in mano, non può tornare di nuovo alle macchinette, non avrebbe senso, e poi ci sono i ragazzi, che magari sembravano sovrappensiero ma vai a sapere: lui gli spilli li sentiva bene, conficcati nelle vertebre, adesso non può farsi rivedere un’altra volta, in ogni caso darebbe nell’occhio molto più di prima, lo avevano già visto e non era credibile che tornasse.
Ormai alla macchina.
Entra, lascia cadere tutto sul sedile, insieme al resto, recupera il suo borsone del calcio, lo svuota da scarpe, maglietta e pantaloncini e comincia a riempirlo dei tramezzini e del resto del suo bottino.
Di nuovo: mette in moto, il tempo di lanciare un’ultima occhiata di sfida, ora che può permetterselo, al finestrino socchiuso, poi la prima curva a sinistra e girato l’angolo scompare da tutti e per tutti.
Dietro al cassonetto, ancora il posto libero, il suo.
Si ferma e di nuovo la radio.
Regola il volume, ancora nella testa quel che è appena successo. Sente forte e chiaro, e ci sarà il tempo per rimediare a tutto. Il tizio ancora lì al microfono che blatera; ancora non è finita, nessun problema.
Non può essere finita, perché non ha preso quasi niente e adesso, ancora una volta, si sente stupido. Si sente un ingenuo, perché anche stavolta come per il vino non è riuscito a comportarsi nel modo migliore, non è riuscito ad uscirne soddisfatto, non ha saputo decidere per il meglio, anzi non è stato in grado di decidere proprio niente, anche stavolta, non ha deciso. Si sente vigliacco, altro che maschio alfa della stazione, non è riuscito a pensare velocemente, non si è riuscito a dare delle risposte, e la conclusione è che non ha dato proprio un bel niente a quell’Uomo, non l’ha aiutato in nessun modo, non è riuscito a ricamarsi quel destino rivoluzionario di benefattore, che almeno per stanotte l’avrebbe fatto andare a letto sereno e compiaciuto. In più non è riuscito a riprendere che un solo tramezzino, e di certo non può pensare di aver sfruttato al massimo l’occasione unica, irripetibile. Non ci siamo, e poi per esempio, poteva essere utile prendere quei tramezzini anche per sua nonna, a casa, con mezzo dente sano, che sicuramente avrebbe apprezzato quelle fette di pane così morbide, così tenere, invitanti, fantastiche.
E a forza di assaporarsele in bocca, senza nemmeno pensarci, quelle fette di pane prendono il sopravvento. Gradualmente ogni pensiero, ogni sua ulteriore paranoia si affievolisce, diventa sempre più molliccia e inconsistente, perde il passo di fronte a quel pensiero, unico e irresistibile, di quel tramezzino, così vicino a lui, a distanza di pochi centimetri, mentre ancora una volta stava rischiando di farsi distrarre dal turbinio del suo cervello, e di sottovalutare ancora, con la sua solita orribile ingiustizia, il fascino di quella tenerezza.
Adesso basta.
Adesso è il suo momento, il tempo del suo godimento: il resto poi si vedrà, adesso è lontano da qualsiasi critica, da qualsiasi sfida, da qualsiasi impegno, rinchiuso in terra franca, nelle sue questioni private, nel suo, personale, giardino segreto.
Una mano ancora sul bottone della radio e, senza nemmeno pensarci, l’altra scivola di fianco, come a sfiorare la carne di una giovane donna bollente d’amore; si porta dolce e sicura, strabordante di un’inconfondibile carica sessuale, ad accarezzarne il bordo di quelli che si immagina come i suoi corti pantaloncini, fino a stringersi addosso al fremente interno coscia: il secondo tramezzino.
Lo stringe tra le dita, avvolge il suo guscio di plastica rigida trasparente, per un attimo si ferma a osservare il fascino di quella superficie ondulata, quelle curve perfette, ancora fresche di frigorifero: lo percepisce intorno a sé. Poi con un gesto liberatorio lo salva dalla pellicola, lo tira fuori e, reggendolo con tutto il palmo della mano se lo porta alla bocca, ancora chiusa. Ne strofina su di sé la morbidezza, chiude gli occhi e si ferma a godere di quella ruvidezza che gli sfiora le labbra, ammaliandolo, invitandolo ad alzarsi e a ballare insieme a lei, a stringersi in una danza sensuale, l’ultima della sua vita, la notte dell’addio prima di un lungo viaggio, ognuno per sé. Ogni morso è come il primo, ogni colpo di lingua è una seduzione sotto ai denti, una carezza dai due strati di pane, così soffici e accoglienti, inumiditi sapientemente dalla saliva, freddi al punto giusto da scaldargli il cuore, e ancora pronti per sciogliersi, con un trasporto da mozzare il fiato, in un maestoso abbraccio d’amore. Pochi istanti, prima di riaprire gli occhi e accorgersi di averlo finito.
Sul più bello, non ci sta.
Ne prende un altro dal borsone, solita storia: adesso torna ad apprezzarne i preliminari, le sensazioni iniziali, quell’atmosfera magica e surreale di velato mistero, mentre il senso di vendetta si appresta a lasciare il posto a un detto-non detto, un vedo-non vedo di eccitante provocazione. Sente la sua voce, la percepisce risuonare ridondante sulle tempie, rimbombare sul suo petto, chiamarlo a sé, ancora una volta. Una conquista che adesso stava per sfuggirgli di mano, per prendere in lui il sopravvento, grazie a un fascino magnetico quanto indescrivibile, un potere calamitico che lui stesso non era in grado di giustificarsi. Ne restava sorpreso, estasiato, e tornava, senza nemmeno pensarci, a chiudere gli occhi e a buttarcisi in mezzo, tornava ai godimenti del tatto, alle sensazioni nuove e peccaminose di quel suo fatale incontro con quel pane, micidiale come non mai, potente come non mai, seducente come mai niente lo era stato nella sua vita, fino a quel momento.
Nessun pensiero più tormentava la sua testa, il turbinoso vortice delle sue angosce lasciava il posto a un frenetico danzare di una tempesta di surrogati ormonali, che lo impegnavano completamente; tutto di lui ormai era fermo e concentrato in quella gara di seduzione, e ogni morso diventava una prova di forza, una gara di equilibri per l’assegnazione definitiva del ruolo forte della coppia. Di nuovo, ancora più convinto, si apprestava a disegnarsi un futuro imminente da maschio alfa, adesso era giustificato a ritagliarselo nella cornice delle sue passioni, e ogni morso, fino all’ultimo, restava lì a dimostrarlo.
Stavolta senza neppure consumare l’energia per chiedere agli occhi di riaprirsi, di nuovo fa scivolare la mano lungo il sedile, fino ai suoi prossimi cinque minuti di passione. Non si accorge di aver cominciato a ondulare, a muovere convulso e caotico il bacino, a spostarlo su e giù lungo il sedile, delirante. Ne apre un altro, e continua a danzare, stavolta con più decisione, ancora più trasporto e fermezza, mentre sta per conquistare il suo tanto ambito ruolo di predominanza. I baci si trasformano in morsi, la sua bocca comincia a sforzarsi, la lingua abbandona ogni compito ai denti, la mandibola sempre più affaticata dai masticamenti risoluti, ogni morso si fa più profondo, più incisivo, comincia a sentire i muscoli del collo sporgersi sempre di più, ritorna l’impasto sul palato, inizia a percepire chiaramente la tensione sui nervi, sente il pane intimorirsi, tremare; senza nemmeno pensarci i movimenti del bacino si fanno sempre più intensi e forsennati, mentre le sue vene iniziano a gonfiarsi, a pulsare ritmate come tamburi, e così ancora, ancora un altro tramezzino, sempre con più voracità, e poi il suo sesto tramezzino. Lo stomaco comincia a lanciare qualche timido segnale, ma a lui non interessa, e ricomincia a danzare, su e giù col bacino, su e giù con la mano, dalla bocca al sedile, fino al settimo. Ormai ha perso la testa per quella tenerezza, quella falsa innocenza: lo fa sentire potente, lo fa sentire uomo, maschio, il maschio alfa, è finalmente arrivato, non ci sono più dubbi, arrivato insieme alle prime fitte nello stomaco. I morsi si fanno spaventosi, con gli occhi chiusi continua a sbranare la sua preda, a colpirla, sempre più forte, e i morsi diventano ferite, sente il sangue scorrere lungo la giugulare, mentre il collo si gonfia, le fitte crescono, i nervi si strappano e le vene, adesso le sente scoppiare, a ogni morso esplodere in un bagno di sangue senza precedenti. Su e giù il bacino, adesso vibra tutta la macchina, ma non riesce a sentire quei cigolii, forti come urla, provenire dalla carrozzeria e dai binari del sedile. Su e giù col bacino, le fitte in pochi istanti sono diventate insostenibili e i movimenti si fanno sempre più scomposti: adesso nella foga dà un colpo col clacson e la sua bocca si piega in un sorrisetto beffardo, provocatore. Su e giù il bacino, e poi su e giù con la mano, verso il suo ottavo tramezzino: lo agguanta, stavolta lo apre e butta fuori dal finestrino riempimenti e condimenti, per cercare di accontentare il più possibile quelle maledette fitte, come a pregarle di lasciarlo continuare, di lasciarlo finire, di lasciarlo venire.
Si porta di nuovo alla bocca la fetta del pane, comincia a leccarla sul lato interno, e ormai si rende conto di aver perso la testa completamente, di esser arrivato all’impazzimento totale per quell’estasi multisensoriale. Continua a leccare i due sottomessi strati di pane e si diverte a succhiarne le chiazze umide lasciate dal ripieno, come per fargli un solletico cattivo, finale, prima di lasciarsi andare del tutto e senza troppi problemi a sbranare entrambe le fette in un solo morso, l’ultimo, definitivo, liberatorio.
E ora è pace.
Apre gli occhi.
Si pulisce come può, riabitua gli occhi a quella poca luce, le orecchie a quel silenzio dannato.
Senza nemmeno pensarci, solo ora si rende conto a pieno di quelle fitte nello stomaco, che in tutta evidenza avevano preso troppo sul serio quel gesto irrispettoso, quel tramezzino svuotato dal finestrino, e anche se le sue preghiere erano state esaudite, adesso doveva pagarne lo scotto.
Il dolore lancinante, la testa stordita, e la danza ormai assopita.
Con un tremendo crescendo d’intensità, tornano alla testa i pensieri, le angosce, i problemi. Adesso al senso di colpa ha aggiunto nuovo senso di colpa: se prima si lamentava di aver approfittato poco dell’occasione unica e irripetibile, adesso aggiunge di aver sterminato tutte le sue provviste in una sola serata. Se prima si lamentava di non esser riuscito a prendere una decisione su come comportarsi riguardo all’Uomo sofferente spiaccicato nell’angolo tra il muro e la cabina per le fototessere, adesso mette insieme al rimorso, per non aver alleviato il suo dolore, la vergogna per il suo godimento appena concluso.
Tutto alla mente, in pochi istanti, tutto è ritornato.
Neanche a dirlo, scomparsa insieme all’ultimo, adorabile, strato di pane anche tutta la bella storia del maschio alfa, della conquista, della preda e così via. Restano solo i sensi di colpa, che adesso tornano a galla e spingono, insieme alle fitte, sempre più forti contro il suo ventre.
Improvvisamente tutto è crollato, e lui diventa inadeguato, inconsistente, molliccio.
Non è possibile che faccia sempre la scelta sbagliata, che alla fine la vita finisca sempre per ricordargli quanto sia una nullità, non ha senso, anche stasera che aveva quell’occasione, unica e irripetibile, miracolosa; anche stasera che sembrava fosse girata la fortuna, fosse arrivato al suo piano l’ascensore e che si preparasse a venire trasportato sul gradino più alto del podio. Non è possibile che arrivi sempre quel momento in cui crolla tutto, senza spiegazioni, da un momento all’altro, senza preavviso.
Stavolta non ha senso davvero, non è possibile proprio. Dev’essere nella sua testa il problema, sicuramente è nella sua testa, perché oggi ogni segnale era positivo, ogni frase limata al punto giusto, ogni millimetro era quello giusto dove posare la punta del piede.
Basta, non è possibile, deve rimediare.
Deve farlo subito.
Deve tornare.
Deve tornare subito.
Tanto non l’ha visto nessuno prima, probabilmente adesso non ci sarà più nessuno, e comunque sarà sufficiente aspettare il momento giusto, l’occasione unica e irripetibile per entrare, prendere tutto quello che riesce a prendere, risolvere in qualche modo la vita di quell’Uomo, almeno per stasera e forse per domani, e uscire, trionfante, straripante di orgoglio, tramezzini e buone intenzioni, per sé e per i denti della nonna. Non lo vedrà nessuno, nessuno ci farà caso: forse le telecamere, forse lo troveranno, ma non importa, se ne deve convincere, e poi comunque al massimo una risata è la conseguenza più credibile.
Deve farlo, adesso, e mette in moto.
Il giro dell’isolato e si trova di nuovo nel piazzale della stazione, ancora una volta.
Di nuovo la macchina accostata alla fila dei taxi, di nuovo l’auto nera poco più avanti, di nuovo il finestrino socchiuso nella macchina grigia.
Freno a mano, luci spente insieme alla radio.
Il collo ritorna all’antico splendore, ricomincia a danzare su se stesso, inquadrando ogni minimo particolare, ogni zanzara, ogni millimetro di quel piazzale bastardo, un fottuto campo minato del cazzo.
Passa in rassegna ogni angolo, le auto in sosta più lontane, le insegne dei bar e le luci dei lampioni, cercando sempre di memorizzare le posizioni delle telecamere, di mettere a punto un piano d’azione il più efficace possibile, un piano perfetto, nonostante le fitte.
Ancora in auto, la mano sinistra sulla leva dello sportello.
Adesso potrebbe essere il momento, non c’è nessuno, ancora le fitte, la mano comincia a fare forza sulla leva, aspetta ancora, si guarda ancora intorno: solo qualche passante in lontananza. Potrebbe essere l’occasione, la mano comincia a sudare sulla leva, in tensione. Sente la pelle del collo tirargli, lamentarsi, ma non se ne interessa, non si interessa neppure di quelle fitte, sempre più costanti e maledette, continua a scrutare qualsiasi movimento, qualsiasi anomalia, qualsiasi potenziale nemico, e senza nemmeno pensarci, in testa tornano le immagini dei due ragazzi seduti al binario, e ancora fitte, del tipo con la felpa rossa e il cranio abbandonato sulle ginocchia, e poi ancora fitte, e ancora fuori, lampioni, auto in sosta; nel parcheggio le linee bianche cominciano a mescolarsi con le linee gialle dei binari, tutto diventa sempre più offuscato, mentre le fitte adesso cominciano a diventare qualcos’altro, qualcosa di più stringente, mozzandogli il fiato. Ancora un’ultima occhiata sul piazzale, poi dall’inquadratura di una telecamera un’occhiata al cielo, sempre più luminoso. Sta per fare giorno, entra nel panico, comincia a sudare lungo tutto il corpo, e senza nemmeno pensarci torna in mente l’immagine di quelle fette di pane, inumidite dal ripieno, e le fitte si trasformano in nausea, una nausea rabbiosa e viscerale. I passanti in lontananza si fanno sempre più vicini, adesso ne riconosce la sagoma, capisce in che direzione stiano camminando, e si rende conto che stanno venendo verso di lui, senza porsi domande, inspiegabilmente loro non lo fanno, procedono dritte, sicure, verso di lui. Ancora panico, sente la nausea piantare le radici dentro il suo corpo, i passanti si avvicinano e insieme sente distintamente l’avanzare delle radici, che si allungano, ridacchiando, verso il suo ventre.
La mano sudata esplode, tira con tutta la forza la leva dello sportello, quasi a volerla staccare.
Uno non ha tempo per replicare, viene preso alla sprovvista, e adesso non ha altra scelta: si catapulta nella strada, ancora qualche schizzo col collo fino alla giusta immagine del portone, ancora spalancato. Prende la mira e adesso il suo passo debole e confuso gli risuona in corpo come la più disperata delle corse contro il tempo: sala d’aspetto, ancora l’uomo con la felpa rossa, con il cranio specchiato spiccato dal colletto, piegato in avanti con le cuffie ancora lì incastrate nelle orecchie, ma non c’è tempo. Pochi istanti e si ritrova sui binari, e per un attimo cade vittima di una catena convulsa di impercettibili spasmi muscolari, al collo e alle gambe. Lo spazio così ampio, la visuale che gli sembra infinita, lo stordiscono per un momento. Poi il tempo di notare i due ragazzi davanti a lui, ancora sulla panchina dalla parte di là del binario, e stavolta entrambi lo osservano. Qualcosa sbatte a sinistra: un ferroviere accosta la porta di un ufficio, lungo il binario, mentre un gruppetto di altri due, già avvantaggiati, si avvicina.
Uno è nel panico, la nausea e gli spasmi muscolari gli tolgono il fiato, adesso comincia a ricredersi dell’entusiasmo iniziale che l’aveva portato per la terza volta a sfidare la sorte; si appoggia alla soglia che dalla sala d’aspetto dà sui binari e comincia a passare in rassegna ogni possibile disgrazia, ogni finale atrocemente negativo: già sente nella sua testa l’eco lontana delle voci di quei due ragazzi chiamare i ferrovieri per avvisarli di quello che aveva fatto, per fare la spia, da veri vigliacchi quali sono.
La sua testa comincia a vorticare ubriaca, stordita dai colori, dalle linee, dal silenzio folgorante di tutta quella nottata maledetta e, senza nemmeno pensarci, la testa si volta verso l’Uomo, ancora sofferente buttato nell’angolo tra il muro e le fototessere.
Improvvisamente sente l’aria comprimersi, gli spasmi scompaiono dal collo e dalle gambe, e con un rapido movimento della testa vede accanto a sé l’uomo con la felpa rossa farsi stretto per passare dalla porta semioccupata. I battiti a mille, ogni centimetro del suo corpo elettrificato in concerti di pulsazioni scomposte e scoordinate. Adesso lo vede in faccia, vede in faccia quel cranio possente che l’ha quasi sfiorato, e in tutta risposta quel cranio lo ripaga con la stessa moneta, fissandolo per qualche secondo, fissando la sua faccia spaventata, la sua espressione idiota tipica di quelle che si trovano a certi orari nelle stazioni. Forse è proprio per quello che la felpa rossa se ne stanca presto, e ritorna a voltarsi per continuare verso il binario.
Uno coglie l’occasione al volo, mentre la sagoma di spalle del cranio e delle sue buffe cuffiette bianche oscura la visuale dei ragazzi: ancora l’ultima occhiata all’Uomo, senza rimpianti né vergogna ma carica di una strana incomprensibile forma d’invidia, e poi, senza nemmeno pensarci, via alla macchina, di nuovo.
Riesce a malapena a tenersi in piedi, gli spasmi e i tremiti delle gambe adesso lo distruggono quasi quanto quelle fitte nella carne, e a niente servono gli sforzi per concentrarsi a seguire le linee bianche del parcheggio, che ormai si mescolano nella sua testa, in un impasto gommoso di luci, colori, suoni, odori e sapori, uno più schifoso dell’altro.
Di nuovo rinchiuso nel suo abitacolo, lascia cadere la testa sul bordo del volante, vittima di un corpo sempre meno suo, sempre meno controllabile, sempre più stretto e inadeguato. Nessun pensiero a quello che era appena successo, nessun rimorso, neanche la forza di un senso di colpa.
Solo il silenzio e lo spegnimento.
Nessun colore, nessuna luce, nessun sapore.
Solo spasmi, ovunque. Sempre più fastidiosi e irrefrenabili, che si espandono anche alle braccia.
Con l’ultima disperata e folle energia, Uno solleva il collo e si tira un morso fortissimo all’avambraccio, proprio all’altezza dell’attaccatura interna del muscolo in preda alle convulsioni. Il dolore adesso lo dilania, ma riesce a ripagarlo della dose necessaria di sveglia per poter ripartire.
Senza nemmeno pensarci, il sapore sanguinolento del suo braccio gli restituisce l’immagine del suo godimento, di quel denso strutto ferroso che si sentiva in bocca mentre assaporava quelle fette di morbido pane malefico, quando quella tenera e simulata innocenza si inchinava preda al cospetto del suo vigore.
Cerca di isolare quella soddisfazione, e senza nemmeno pensarci gira la chiave nel quadro, prima due, poi tre volte, finché non sente accendersi il motore.
Si avvia verso casa, freno, frena, aspetta, vai, vai ora, pedale, tieni il volante, ogni tanto un’occhiata al cielo, la luce adesso quasi a giorno ma ancora macchiata dal filtro acido dell’ultima coda di luna.
Gira, gira mi raccomando, vai, così ancora, ce la fai, niente panico, tutto dritto e ci sei.
Nemmeno più si ricorda della radio.
Lungo l’ultimo viale alberato tira giù il finestrino del lato passeggero e, senza né esitare né fermarsi, per cercare di fare caso il meno possibile alle fitte nauseabonde, raccoglie dalla macchina tutti i residui del suo rapporto col tramezzino, tutte le cartacce, la plastica e i fazzoletti, e scaraventa tutto fuori, al bordo della strada, come ultima vendetta.
Poi ancora dritto, l’ultimo pezzo, gli ultimi metri, gli ultimi rigidi e abbaglianti sfarzi della mattina.
Senza nemmeno pensarci, né rendersi conto dei movimenti, raggiunge il portone di casa, adesso ce l’ha quasi fatta. Adesso che ce l’ha quasi fatta tutto diventa ancora più difficile, come fosse fatto apposta, quasi come fosse la perversione di un destino maledetto o il gioco sadico di un santo maiale.
Davanti a sé il portone, subito più in basso il mazzo di chiavi, tra le dita tremolanti. Gli spasmi adesso non gli lasciano tregua, continuano a danzare insieme alle fitte, nel trionfo di una grande festa del dolore, tutto in diretta dentro le sue viscere, come a rinfacciargli le sue di perversioni, i suoi di godimenti.
La vista cala appannata, sempre meno presente a se stessa: la testa confusa ancora più ubriacata dal concerto squillante delle chiavi, abbandonate a sbattere tra di loro quasi come in una mostruosa orgia metallica, affidata a un polso fragile e indisciplinato, incapace di porre fine a quello strazio.
Ma ora nessuna energia più per queste cose, nessuna energia per giocare col vortice del suo cervello.
Solo un incontrollabile desiderio di morte.
Una percezione sinistra sputatagli in faccia da quel dolore come di pugnale incandescente, inzuppato nel veleno, bagnato nell’acido, spalmato nella merda e poi conficcato nel ventre.
E ogni tanto qualche sprazzo di spegnimento cerebrale miscelato a una disperata rassegnazione.
Trova la chiave giusta, adesso basta.
Adesso è finita.
Basta.
Il dito evaporato fino al tasto dell’ascensore, lo chiama.
Si appoggia al muro come riesce, le sagome del corridoio continuano a mescolarsi in macchie di colori.
Attesa.
Nella mente, senza nemmeno pensarci, di nuovo gli ultimi lampi: l’orgia delle fitte, e quella delle chiavi.
Arriva l’ascensore, col solito odore fetido della moquette e quella spenta luce biancastra da obitorio: entra.
L’immagine del suo volto strinato nello specchio unto, appeso alla parete.
L’orgia delle fitte, va bene, l’orgia delle chiavi, figurati.
Ma niente a confronto dell’unica che c’è stata davvero, niente come quella: va bene, avrò perso, sarò uno schifoso fallito, quello che vi pare, però di certo voi non riuscirete mai a provare quello che ho provato io, a godere come ho goduto io, mai nelle vostre luride vite piatte, banali e insignificanti.
E di colpo il corpo, a stento controllabile, ritrova improvvisamente chiusa dentro di sé una rabbia mostruosa, che strilla per uscire: giura che non finirà così, ci vuole un bel finale, un finale che si ricordi. Giura di volersi mangiare la testa, per sentire se magari pure quella è tenera, molliccia e inconsistente, adesso l’ha giurato, ha giurato di volersi mangiare la testa, ma sa di non riuscire nemmeno in quello, sa di tornare a casa con la testa immangiata, ma giura di mangiarsela, lo giura adesso, negli gli ultimi minuti, giura di mangiarsela, chissà nell’ascensore magari, sentirla sotto ai denti, schifosa, mangiarla subito, ma sa che resterà immangiata, pure quella resterà immangiata, anche quella, lo sa, tanto ormai lo sa, vedrai resterà immangiata, alla fine immangiata, per forza: incapace di tutto, incapace anche di questo.
La nausea è pari solo alla sua rabbia, le fitte lo stanno uccidendo, niente ha più senso dentro di lui.
L’ascensore si richiude, un rumorino elettrico di caricamento preannuncia lo scatto verso l’alto della cabina, e il momento del suo arrivo è il segnale inesorabile della distruzione.
Lo scossone destabilizza anche l’ultimo equilibrio posticcio, l’ultimo ricordo della sua prospettiva di una teorica armonia, una pace credibile, una quiete plausibile, una volta raggiunto un letto, o comunque un qualsiasi posto più amichevole.
Tutto perduto, sbatte la testa in avanti, sulle macchie di unto dello specchio e, senza nemmeno pensarci, si lascia morire in un vomito nervoso, disgustoso anche solo a immaginarlo, tanto inconsistente quanto acido, freddo e appiccicoso, che prima di vederlo accasciare sulla moquette impregnata di orrore e spegnersi finalmente in un sonno profondo, gli lascia giusto il tempo per ricordare la sua fantastica serata, la sua occasione unica e irripetibile, di quella stramaledetta prova motori infame e di quanto probabilmente avrebbe preferito infilare quella sua odiosa moneta, che ancora si sente in tasca sfiorandosi i pantaloni, dentro quella fessura, senza convincersi di avere meriti particolari nell’approfittare di una botta di culo, di una disattenzione altrui, e magari sarebbe stata quella la sua penetrazione immaginaria, il suo godimento surreale, e forse non si sentirebbe così idiota, così viscido e riluttante, non si sentirebbe stupido né vigliacco, avrebbe preso il suo, pagato il suo e fine, forse alla fine sarebbe riuscito anche a offrire qualcosa a quell’Uomo, sbattuto nell’angolo tra il muro e le fototessere, o forse no, ma non importa. Di sicuro non avrebbe il rimorso di essere tornato a casa con una di quelle storie che non si possono raccontare agli amici, o che almeno vanno raccontate diverse, per non passare da stupidi, da ributtanti e volgari vigliacchi.
Ma alla fine dei conti, di certo una cosa la sa: se fosse nato giusto non sarebbe mai riuscito a perdersi nella dimensione meravigliosa in cui si può raggiungere un orgasmo scopando con un tramezzino.
E a me è venuta fame.

macchinetta bn