29 febbraio

Il rombo improvviso dei grossi reattori dell’aereo di linea squarciò il silenzio marmoreo del mio terrazzo. Voltai lo sguardo verso l’alto, per rincorrere il mostro lungo le sue rotte prestabilite, stavolta quasi a volerlo ringraziare del momento di lucidità che aveva regalato ai nervi. Fino a quel momento ero rimasto seduto su una delle neroverdi sedie di plastica da esterno, sistemata sopra il tavolo per riuscire a farmi intercettare dagli ultimi raggi di sole che ancora non si erano lasciati fermare dal muro d’ombra del tetto. Continuavo a fissare la finestra dell’ufficio di fronte, cercando di ignorare i brividi di freddo che nonostante tutto tornavano spesso a tormentarmi. Fumavo distrattamente, senza averne né voglia né necessità, in attesa che arrivasse la comunicazione che ormai da molte ore stavo aspettando con ansia. La comunicazione poi non arrivò mai, ma è anche vero che dopo pochi minuti non la stavo più nemmeno cercando, rinfrancato dal calore domestico del termosifone. E fu così che diventai grande.

28 febbraio

La musica si fa quieta, all’ombra di un nugolo impazzito di parole infrante da sonorità dimenticate e pensieri riluttanti a sé stessi. Il rumore delle dita si mescola al suono del vomito e prosegue ondeggiando lungo perimetri prestabiliti di consueta improvvisazione. Ogni report di quei momenti non sarà mai sufficiente. Pare proprio che non si possa rimettersi inermi alla propria sorte, ma che si debba quantomeno trovare la voglia di pianificare le proprie evasioni, e forse anche questo va al di là della mia forza di volontà. Mi sento provato dall’idea di potermi terrorizzare immaginando di essere messo alla prova, o di mettermi alla prova da solo, pertanto forse sarà più difficile del previsto trovare certe determinazioni, coglierle nell’aria. Ordinare i respiri, e comandarne l’applicazione ai movimenti delle dita. Non dovrebbe essere così difficile. Non gli dovrebbe essere permesso, in nessun caso, essere difficile. Non se lo merita, nessuno. Dunque, secondo te per quale ragione eravamo ultimi in classifica ieri sera? Non posso credere riguardi il nostro livello di cultura generale, piuttosto deve avere a che fare col fatto che gruppi numerosi di persone, per quando così profondamente idiote considerate singolarmente, messe insieme mutano identità. E non si fanno domande ulteriori. Riescono, così semplicemente, distraendosi. Le parole divorano.

27 febbraio

Mi alzai dal mio tavolo, lanciando un’ultima occhiata all’incrostazione di cibo nascosta sotto la tovaglia già da molto prima del mio arrivo, e uscii finalmente soddisfatto. C’era qualcosa di così profondamente umano, in quel piccolo segno nascosto, da fornirmi un appiglio. Avevo un disperato bisogno di un segnale, l’ammonimento di un piccolo e insignificante errore di sistema, che potesse ricordarmi il motivo per cui avevo rinchiuso un pesce rosso in una piccola vetrina rotonda, così stupida quanto perfettamente imprevedibile. Avevo bisogno di ripensarci, di ricordarmi quell’immagine, di tornare a navigarci dentro, accennando qualche timido passo di danza a braccetto col pesce rosso e quei fantastici bruscolini di cibo che mi ero tirato da solo pochi istanti prima. Non potevo farne a meno, per via delle crisi. Riusciva ad apparirmi tutto così inquadrato da terrorizzarmi, disorientarmi. Ogni linea retta della mia vita ha contribuito al sovraccarico di ogni forma di navigazione; capitava spesso che mi riaffiorasse alla mente l’incubo di dover vivere dentro la boccia immerso in uno strano liquido vinoso e confusionale, cercando disperatamente di dimenticare l’ossigeno e ogni sua violenta imposizione fisica. A passo di marcia, mi esibivo in orbite ellittiche, proiettate intorno a un centro gravitazionale immaginario, al centro della boccia. E il resto non conta. Conterà più tardi, quando alzando la tovaglia non troverò tracce di anomalia, marce ungheresi, piroette cronologiche disposte in parallelo ai miei stessi, confusi, distaccamenti. Di nuovo, da capo la marcia, risuona nel caffè. Brucia, violento.

26 febbraio

Quando per la prima volta conobbi mio figlio, l’eco di una vecchia marcia militare ungherese filtrava dallo spiraglio di una lontana finestra lasciata socchiusa dalle temperature roventi dell’estate. Sonorità incerte mi si stuzzicavano in mente, a contorno del turbinio violento di esplosioni confuse, responsabilità, rabbia e sensi di colpa. In mezzo agli occhi, stampata la fotografia di un quattordicenne perfettamente normale, quasi patetico, altrettanto confuso. Lo presi per mano e cominciammo a camminare, diffidando l’uno dell’altro come due estranei stritolati in una conversazione obbligata a casa di un amico comune. Le note determinate della marcia per la prima volta intimorite dal silenzio impetuoso delle ultime ore di luce. Ci volle qualche altra ora prima che entrambi ci rendessimo conto che nessuno dei due avrebbe mai avuto intenzione di introdursi all’altro. E per il momento ci andava bene così. Non potevo fare a meno di fissarlo, di stupirmi di quanto non avesse assolutamente niente di particolare, nascosto da qualche parte sotto il maglione di lana, o i jeans sabbiati tenuti alti in vita dal quarto buco della cintura. Come da rituale, mi venne in mente soltanto d’andare a prendere un caffè e così fu, tanto per ossequiare la tradizione della mano stretta intorno alla sua. Me lo trascinai dietro fino al primo bar con i tavolini all’esterno, tra un’occhiata e l’altra della sigaretta che mi si consumava nervosa tra le dita. Accavallai le gambe sulla sua faccia annoiata, appoggiandomi saldamente allo schienale della fresca sedia di metallo. Il caffè aveva l’aria d’esser stato partorito di fretta, come quell’oscura controfigura che mi si parava a ostacolo tra la vita reale e il suo successivo momento di noia mortale. Il liquido viscoso nella tazzina si increspava con la geometria sinuosa d’un metronomo fedele, e mi sputava in faccia vibrazioni convinte di fumo e umidità. Notai che la sua fronte sembrava arricciarsi ogni volta che la mente mi trasportava verso l’idea di sua madre, e ancora non ero sicuro di quanto fosse consapevole che non avevo alcun sospetto di chi potesse essere quella donna. Le sue espressioni predeterminate mi prosciugavano fino all’ultimo istinto violento, rassicurandomi di frustrazioni, paranoie. Sembrava proprio che qualcuno l’avesse messo a conoscenza del copione, che avesse imparato le battute e che ne seguisse l’evoluzione con il distacco professionale di un commediografo navigato. Non ero sicuro di quanto si sentisse protagonista e quanto spettatore, della sua stessa vita. Mi fece tornare alla mente il gioco a cui ricorrevo da ragazzo per ristabilire i nervi subito dopo gli attacchi di panico. Da che mi possa ricordare, era tutta la vita che soffrivo di quelle crisi, e l’unico modo per riuscire a placare le mie isterie adolescenziali era un gioco. Convincersi, intimamente, con tutta la dedizione che incatena un artista alla più promettente delle sue opere, di vivere ogni singolo istante della propria vita come il protagonista del libro dai cui se ne potrebbe trarre ispirazione. Come un personaggio fedele rimettersi alle dita paterne dello scrittore, rassicurato dalla sua buona volontà, libero dal morso pressante del senso di responsabilità, del libero arbitrio e di tutti i suoi seguaci. Rimettersi, completamente, nell’attesa di cosa succederà dopo, di quale sarà la prossima assurdità partorita da una mente illuminata, capace di catapultarti in un vortice scombinato di sfortune talmente atroci e grottesche da non potersi sospettare di essere vere. In quel momento, appoggiato al fresco schienale della sedia metallica del bar, rivedevo incarnate fino all’ultima delle mie contraddittorie simultaneità. Entrambe le nostre tazzine avevano tutta l’aria d’essere possedute da un impercettibile demone musicale, come fosse talmente forte e persistente da riuscire a manifestarsi soltanto sotto forma di un soffocante silenzio assoluto. Il soffio tenue di vapore che sprigionava dalla ceramica bollente della tazzina sembrava rievocare l’umore di un detenuto sulla via dell’evasione, e mi lasciava preda di un certo irripetibile senso di inferiorità. Dall’altra parte del tavolo, altre due rètine impazzite seguivano stordite quello stesso soffio di vapore, le oscillazioni che disegnava in aria sublimandosi, e le stesse dita ustionate a stritolare la ceramica, irridevano in vampe nervose di urlante sottomissione. Chissà chi poteva essere quella donna, quella che tanto si dimenava per deformargli la fronte, ogni qual volta mi azzardassi a sfiorarla col pensiero. Di certo avrebbe avuto un aspetto almeno più umano dei nostri, magari di una calorosa vitalità, sanguinosamente ferita dalla violenza domestica d’un secondo binario, fatto di depressioni e fotografie; niente di originale in realtà, ma credo proprio che sarebbe potuta essere lei. O magari la commessa della tabaccheria, quella che ogni volta insieme al resto mi faceva trovare sul bancone l’accendino di quel colore osceno che compravo soltanto io e che l’aveva fatta innamorare. O forse di meglio, la bella cameriera del bar, che con le dita affusolate da poco più che ventenne veniva a portarmi il conto. Un bastardo foglio di carta, niente di più d’uno sputo d’inchiostro, che mi si avvinghiava intorno al collo. Ora che, di nuovo, di caffè non si sapeva più quanti pagarne, e nessuno di quelli aveva di certo l’aria del protagonista.

Plastica

Io penso che ci sia poco di vero. Molto poco nelle vostre relazioni, nei vostri report. Molto di più mi venne dato quella volta in cui, in un pomeriggio di siesta, mi raccomandai in spagnolo verso i più profondi significati delle parole nelle bocche altrui. Mi sentivo tutto sommato sereno, solo qualche difficoltà nell’apparire rassicurato. Ogni senso d’impotenza era polvere sulle dita d’un dattilografo sordomuto, e tanto pareva convincermi ad andare avanti. Avevo come la convinzione che i report fossero troppo importanti per essere tralasciati nelle mani di pochi addetti ai lavori come voi, mi sembrava fosse sprecato il talento richiesto, le vostre dita pullulavano di iridescente inadeguatezza e mi turbavano senza tregua. Non mi pare di appartenervi, ma senza gloria i vostri futuri mi appaiono grigi come madreperle fuori stagione, e tanto mi basta. Nella notte di gloria fuori misura, l’accomodamento è irrealtà, e voi mi sembrate plastica.

Bagliori

Sul grande tavolo di legno massiccio, la luce verde della vecchia lampada di vetro si intrecciava in bagliori acidi con il riflesso della ceramica, e non riuscivo a smettere di seguirne la perversione dei continui mutamenti di forma. L’espressione, elettrizzata nei consueti accenni narcolettici, mi inchiodava lo sguardo sulla scia di caffè, che dal bordo della tazza andava a disperdersi lungo il piano rotondo dell’imponente scrivania, quasi come venisse incontro a reclamare l’abbraccio delle labbra prematuramente sottratte. Scostai nuovamente la tazza, versando dell’acqua sul cerchio ambrato lasciato sul tavolo, e strofinai via con la manica quella mia distrazione. Per un istante lasciai sbattere la fronte sulla superficie inumidita della scrivania, sforzandomi di ignorare il segnale penetrante della sveglia, venuto a reclamare le mie ore di sonno. Un battere ingenuo venne a bussare alla mia porta, sferragliando nervoso come cinque unghie che sporte fuori dal finestrino tamburellano sulla carrozzeria metallizzata di un’auto in corsa. Il pistone della sedia da ufficio continuava a dare segni di cedimento e mi costringeva intervalli precisi di quiete tra uno scatto e l’altro del sedile regolabile. Davanti al naso, polvere e cenere si fondevano in sfumature sinuose e ondulate, interrotte dal solco distruttore che con la punta della lingua imponevo su di esse. Nell’aria profumo di incenso e yerba mate restituiva alla tranquillità l’idea di adeguatezza che gli scricchiolii del portacandele, provato dalle sue stesse temperature, avevano strappato alla mia quiete. Il braccio annodato su sé stesso bastava a convincermi dell’attesa, e cominciai a chiedermi quale fosse la spiegazione reale della mia ossessione per il bussare. Da solo era sufficiente a rovinarmi una giornata, e fu troppo tardi per farlo sapere ai miei, quando me ne resi conto. Probabilmente buona parte della mia esistenza era stata condizionata dalle disattenzioni di quella consapevolezza mancata; e forse in quel momento, al di là dei vincoli del mio stesso corpo, incastrato nel tavolo, ne percepivo il lamento, la compassione. La scia di caffè ci fissava impotente, costretta nei suoi bagliori acidi, e con fare disinvolto reclamava uso e consumo della sua punta di lingua personale. Annoiata dagli accenni narcolettici, e dalla mia folgorazione, dovetti aver pensato di accontentarla.

Undici

La prima volta che la vidi teneva le gambe incrociate appoggiata di schiena alla ringhiera del giardino di casa. La mia finestra dava sull’altro lato dell’edificio, così dovetti aspettare l’ora dell’aperitivo al bar prima di notarla; a giudicare dai jeans alti in vita e dai giochi di luce che le scorrazzavano in fronte sotto i capelli tagliati cortissimi pensai fosse una delle nuove accompagnatrici della vedova a cui avevo affittato il secondo piano. Non fu poco lo sforzo per tenere a bada le retine, e forse fu proprio lo stridio dei loro denti ad attirarne l’attenzione. A che poteva servire presentarsi quando ci si poteva tenere per mano? E tenersi per mano, quando ci si poteva baciare. E baciarsi, quando si poteva prendere e andare via, verso la prima scacchiera gigante che il mondo c’avrebbe messo sotto ai piedi, fosse anche solo per farci ridere delle facce buffe che quel gioco improvvisato c’avrebbe ispirato. E a che serviva giocare, quando il gioco potevamo essere noi? E come mai tante domande è difficile chiederselo sul momento, così rimandai fino all’incidente. Dopo la sua morte me ne tornai a casa, per la prima volta dopo tanti anni. Non era cambiato quasi niente, se non per l’espansione incontrollata della vedova, che aveva ampliato il suo harem personale al piano inferiore dello stabile, sentendosene pienamente in diritto dopo il rapimento della sua nuova vittima. In quella che era stata la camera da letto aveva sistemato una sala massaggi, con tanto di fanghi rivitalizzanti, armadietti stracolmi di creme benessere di ogni tipo e una quantità ineguagliabile di flaconi d’olio aromatizzato al caramello. Nella cucina aveva allestito una specie di spogliatoio improvvisato, direttamente comunicante col salotto, un esaltante bagno turco interamente piastrellato di arabeschi sfumati dal celeste pastello al blu oceano. La toilette era l’unico spazio rimasto come l’avevo lasciato, abbandonato al suo ultimo giorno di pulizia. Tentai alla buona una sistemazione temporanea, riadattando la vasca da bagno con qualche cuscino e una coperta; trascorrevo notti d’inferno tra le vampe fetide delle tubature otturate, le viscose incrostazioni di calcare e acidi lichenici e i fastidiosi andirivieni delle blatte notturne, anche se a tormentarmi in assoluto di più erano le eco tremolanti dei muggiti saffici di cui la vedova non riusciva a saziarsi mai definitivamente. Nessuna delle sue donne aveva scelto deliberatamente della propria sorte, ma per qualche oscura ossessione non erano più riuscite ad allontanarsi dalla vedova. La sua prima vittima era stata una giovane inerme postina, la seconda e la terza due baby-sitter attirate dalla promessa di un sostanzioso stipendio stampata su un volantino, la quarta una donna delle pulizie, la quinta e la sesta due passanti che avevano forato con la macchina. La settima fu mia madre, attirata nel suo appartamento con la più banale delle scuse subito dopo un’irruzione in casa mia all’ora di cena, che adesso non riusciva più nemmeno a ricordarsi di me. Le successive tre furono il suo vero capolavoro: spacciandosi per vittima di maltrattamenti domestici portò davanti a un tribunale il nome del marito deceduto. Il processo cadde inevitabilmente nel nulla dopo poche udienze, e la vedova se ne tornò a casa con l’avvocato, il giudice e una quindicenne cieca, presa di forza dalle braccia dei genitori che se ne contendevano l’allontanamento in un caso di divorzio nell’aula accanto. L’undicesima, tutto l’amore che abbia avuto in vita, era l’unica arruolata volontariamente. Per quanto insistessi, non riuscii mai a farmene spiegare il motivo, e ogni volta entrassi nell’argomento il volto le si contorceva in espressioni scomposte e riluttanti, come se sopraffatta dal brivido di un piacevole e misterioso fastidio intimo tentasse di convincermi a cambiare discorso. Ma più di ogni altro aspetto di quella vedova mi affascinava l’assoluta tranquillità e trasparenza con cui manifestava il suo indiscusso potere coercitivo. Quella che un tempo era stata casa mia si era adesso trasformata in una sorta di provincia autonoma, in tutto e per tutto indipendente da vicissitudini e organismi esterni, in cui ogni autorità era rimandata soltanto alla capacità attrattiva con cui convinceva giorno dopo giorno le sue lesbiche a vivere in completa dedizione alle sue manipolazioni sessuali. E il tutto si svolgeva con una drammatica quanto disillusa semplicità. La vedova, fatta eccezione per mia madre, era l’unica capace di gestire gli impegni della quotidianità e la sola sufficientemente abile da soddisfare esigenze e necessità di ognuno. Provvedeva personalmente al sostentamento di tutte, cumulando i risparmi che ognuna aveva messo a disposizione, e nonostante l’accondiscendenza generale nessun vincolo esplicito impediva alle altre di uscire, di mantenere interessi personali o frequentare individui esterni alla casa. Nel periodo di lontananza avevo perso ogni forma di controllo sull’edificio, così come ogni rilevanza nei processi decisionali. La vedova, col suo esercito di lesbiche, dominava in casa mia con la stessa brutale indifferenza di una mantide religiosa che squadra il partner prima del rapporto, e non ci volle molto prima che quella stanza da bagno si trasformasse nella vanga della mia quieta e distaccata sepoltura. Nonostante i continui sforzi per ridurre al minimo gli impatti della mia presenza, quel ritorno inaspettato sembrò turbare l’equilibrio naturale stabilizzatosi nel tempo; le presenze maschili non erano più contemplabili e il mio isolamento fu l’unica alternativa sostenibile all’uso della forza. La comunicazione mi arrivò per iscritto, in una lettera tenuta tra i denti e consegnatami per interposta persona dalla ragazzina cieca, la più giovane delle lesbiche, mentre dallo spiraglio della porta socchiusa filtravano i vapori del bagno turco accompagnati dal sapore tiepido degli incensi accesi notte e giorno. Puntualmente a ogni ora di pranzo la ragazzina tornava a farmi visita col suo vassoio di ceramica e le razioni abbondanti del consueto minestrone di cereali accompagnato da qualche fettina di carne e insalata. Provavo un certo fastidio verso quella sua cecità, anche se il vero ostacolo alla conversazione era il costante stato di imbambolata apatia che sembrava risucchiarle in un vortice di ulteriore inespressività il complesso mosaico di muscoli facciali e lineamenti delicati rimasti orfani della profondità dello sguardo. Il tempo trascorso insieme era per entrambi poco meno di un rituale, l’esigenza comune dei rispettivi obblighi professionali che ci costringeva a interminabili spasmi di silenzio e contemplazione a vuoto in compagnia di licheni e scarafaggi, e lo restò saldamente fino al giorno in cui lo sbattere delle sue nocche sul legno cadente della porta mi sorprese ancora svestito. Nelle stanze al piano di sopra le eco tremolanti dei muggiti circondavano la vedova insaziabile con la forza penetrante di un riflusso gastrico incastrato a metà strada in uno scarico otturato, e l’espressione divertita che per la prima volta terrorizzò di contraddizioni l’immagine sputata sulla cornice arrugginita dello specchio fu sufficiente a convincere la fronte scintillante sotto i capelli tagliati cortissimi e i pantaloni alti in vita, convincerla che l’undicesima era finalmente tornata a casa.

Musical

La prima volta che la vidi se ne stava appoggiata a un albero nel parco, rovistando nella borsetta. Gli appassionati di lieto fine e storie romantiche non riescono a comprendere la totale indifferenza del proprio mondo attraverso le retine degli altri, pertanto non sarà dato loro nessun avvertimento e si declinano per intero le responsabilità conseguenti. Nella borsetta, una conchiglia spaventata a morte dalla luce del giorno cercava riparo tra le cuciture rifinite del tessuto. E intendo proprio che stavolta non si potrà confidare nella tempestività di nessun eroico paladino difensore del pubblico buonumore. Le sue dita sbocciavano come petali dalla manica arricciata della fresca camicetta, solleticati dalla leggera brezza primaverile di un primo pomeriggio assolato. A questo punto non potrete più tirarvi indietro, e non avrete scampo quando le cose cominceranno finalmente a mettersi male. Io me ne stavo seduto in mezzo al prato, dall’altro lato del laghetto delle anatre, tamburellando nervoso sulle ginocchia incrociate senza riuscire a distoglierle lo sguardo dai riflessi dorati che si rincorrevano lungo i suoi capelli rosso sangue. Cominciate a sospettare qualcosa? Vorrei soltanto poter osservare le vostre facce, quando capirete che oggi non sarete consolati e rassicurati come al solito. Improvvisamente il volto le si corrugò in un’espressione stizzita, dovuta ai fastidiosi dispetti della conchiglia indisciplinata, e io restavo pietrificato a guardarla, vittima impotente della forza attrattiva tutt’altro che verosimile di quella donna. La mia predatrice, che ormai mi teneva in fin di vita stretto in mezzo ai denti. Continuate, continuate pure, tanto non c’è più niente da fare. Sapevo di essere incappato in un qualche maligno sortilegio, in un falso innamoramento letale che m stritolava col suo flusso continuo di manipolazione psichica e sconcerto esistenziale. Non uno dei soliti musical da adolescenti a cui siete abituati, giusto? Finalmente riuscì a trovare la conchiglia, e riappoggiandosi al tronco del grande platano la estrasse. Cominciò a contemplare le magnifiche colorazioni in costante mutamento che le si dipingevano sul palmo della mano, e senza lasciarle il tempo di stancarsene mi ero già seduto accanto a lei. Cominciò a parlarmi del suo rapporto con la città, di come quel parco stesse cominciando a diventare la sua unica ragione per uscire di casa e, solleticata dalla mia curiosità, iniziò a raccontarmi la storia di quella sua conchiglia. Mi disse l’aveva ricevuta in dono dal primo marito, grande appassionato di pesca subacquea e rimasto ucciso poco dopo il matrimonio da un terrificante incidente ferroviario. Prese tutto il tempo necessario per dilungarsi dettagliatamente sulla profondità del suo rapporto con la conchiglia, lasciandosi andare sregolatamente a esternazioni appassionate che fino a quel momento doveva aver rivolto a poche persone. Subito dopo mi si scaraventò addosso e iniziò a baciarmi, continuando a replicare sempre più violentemente alle mie sommesse riserve, all’imbarazzo che mi procurava doverla informare della mia ferma convinzione di annientare il lieto fine, in favore di un qualche emblematico risvolto finale che lasciasse l’amaro in bocca anche ai più spericolati. Resistetti anche all’eccitante fase di svestizione, ma non ci fu più niente da fare quando, spingendomi a forza la conchiglia contro la fronte, cominciò seriamente a farmi male.

97 febbraio

Una grossa palla di lardo inglese, un groviglio di caviglie stese sull’attaccapanni che mi fissano vestite con tutine attillate di varie sfumature primarie confuse l’una con l’altra, mi guarda dal terrazzino della cucina, un pomeriggio di tempo giallo, con la sua faccia tratteggiata a colpi di polsi slogati e puntini a olio sfuggiti alla sfera della biro tossica, un vestito elegante, lucido come il marmo, che si piega in avanti e indietro ai colpi leggeri del vento, e osserva il collega nel lavoro più meschino che si possa concepire mentre lentamente l’attaccapanni si allontana e una stretta di mano congelata ritorna sulla bombetta del nostro uomo violento, un sorriso molto più secco e ravvicinato, uno spessore impercettibile d’aria sospesa che mi trascina nel vuoto e rende omaggio riverente al Dio del Silenzio, incappucciato nell’anticamera davanti al cadavere di mia sorella legata mani e piedi a un traliccio del Bosforo trasportato per l’occasione dall’equipe di sicari dalla suola elementare morbida come il pane ammollo, il termostato segna il galleggiamento con tocco distratto e accondiscendente, quasi un’intesa segreta, il segno del tradimento che pende al chiodo della cucina accanto al calendario, il corridoio senza balaustra mi riporta indietro di una settantina di secondi e tutto ritorna ad allontanarsi gradualmente, senza conoscere gli autori del programma mi dimentico del corpo, mi butto in mezzo alla stanza senza nessun segno di orgoglio o dignità, l’autocontrollo in persona che s’inginocchia davanti alla statuina di Mercurio e chiede udienza, riporta le raccomandazioni prima in ordine d’importanza e poi in ordine alfabetico, come previsto dalle richieste ufficiali, dal protocollo di servizio per i casi disperati delle emergenze, una piccola coroncina d’alloro dorato che pende sulle orecchie del Signore e storcendo gli angoli della bocca in su o in giù decide del futuro dei piccoli contadini delle capanne di paglia fuori dalle mura, un sorso d’uva freschissima lo fa andare liquido di corpo proprio sul velluto dell’ottomana e dalla scompostezza delle sue risate la piccola ampolla con il nobile metallo fuso va a rompersi sulle mattonelle scure e rinforzate della stanza, l’attaccapanni si piegò a metà e lasciò scendere il signore delle caviglie che con pochi passi si avvicinò al mio orecchio, mentre la colombina inglese con la bombetta rassettata sui trecento chili di carne fetida mi risollevava con i movimenti delicati d’una masturbatrice colombiana appena scesa dall’aereo, venne all’orecchio e mi chiese come mai la pelle del suo amico in fin dei conti non puzzasse per niente, e un rigagnolo di sigaretta si formò in mezzo alle sue scarpe lucide rinchiudendo la stanza in un odore tanto penetrante e aspro da fare reazione con il mercurio morto evaporato e abbastanza per lasciarmi la bocca piena di risposte e verità, a tal punto da spingerlo fino al vecchio fumetto cinese del bue e dell’albero fiorito, tirandomi per la mano, e al posto della tavola vuota, da cui m’aspettavo consolazione, si trovava un uomo, insaponato da capo a piedi, senza uno dei lati del collo a chiudere il perimetro della grossa corporatura, e da quello spiraglio di collo mancante usciva una mezza fila di denti nerissimi e forati da parte a parte in più punti, che il piccolo uomo delle caviglie raccolse uno a uno per infilarle in uno spago spinato che aveva trovato dentro un cassetto, con mio grande stupore la mise al collo dell’uomo con la bombetta e cominciarono a baciarsi, in mezzo alla stanza, mezzo appoggiati sul nero tavolo apparecchiato senza tovaglia, mentre ancora l’inglese mi teneva sollevato, seppur con molta più evidente tensione di prima, l’attaccapanni si riaprì e con un solo movimento ci finii sopra senza nemmeno rendermene conto, schiaffato dall’uomo con gli occhi chiusi e tre quarti di collo sospesi nel mercurio combinato disposto con il rigagnolo di sigaretta, che continuava a svaporare sempre più minaccioso, sempre più voluminoso, sempre più veloce davanti agli occhi ammutoliti del calendario, e da sopra l’ottomana staccavo grappoli di pinze per i panni che molto spesso si rigiravano in gola e mi lasciavano senza il fiato necessario per seguire gli sviluppi della scena, volli provvedere a questo fastidio lasciando masticare dal rigagnolo i grappoli per infilarmeli in bocca già disossati, e per quest’inventiva e prontezza di riflessi mi meritai un’occhiata niente male dal piccolo sguardo attillato lucido dell’uomo delle caviglie, che dopo pochi secondi tornò a centrare con movimenti predestinati della sua lingua chirurgica la faccia molle dell’inglese che teneva stretto a sé, a quel punto il tempo giallo regnava sovrano sui miei capelli e si decise che dovesse essere osservato il riflesso arancione scuro, un colore nobile e prestigioso, quasi dorato, che un piccolo filo ramato del sopracciglio sinistro attirava sulla mia fronte per servirlo al palato di tutte le pupille del Monastero, e quando se n’ebbe abbastanza, la sigla d’un patto d’acciaio rinchiuse in un colpo solo tutti e tre i suoi fratelli in un negozio d’amore nero.