Posts by maleComune

Per oggi no

[AVVISO DI SISTEMA. In una fotografia multisensoriale, il riflesso delle parole nelle pupille, lo scorrere delle righe col dito e il rimbombo delle vocali sulle tempie si mescolano assieme a terze parti, fornite insieme al testo: sarà bene ricordare che, per quanto inscindibili dalla compagnia originaria, anche quest’ultime godono dell’indipendenza di una vita autonoma, di un valore specifico di primaria importanza, in quanto elaborati originali dell’autore.
Avviate il lettore e consumate senza freni, nel rispetto dei ritmi stabiliti dal vostro gradimento.]

Uno era seduto.
Davanti a lui un tavolo, un bicchiere, qualcosa da fumare, qualcosa per saziarsi.
Uno era sazio.
Respirava i suoi momenti, era in pace.
Respirava il suo vino, si perdeva nella sua cenere.
Uno era sazio.
Era sazio, quando arrivarono i soldati.
Sazio, costrette le orecchie, affamate le meningi.
Affamate, ma di questo ancora non sapeva.
Uno era sazio, quando vide la galera per la prima volta.
Una cella bianca, a motore, con uno stemma giallo e incomprensibile sul fianco.
Dalla cella scese l’uomo.
Il Primo.
Il primo uomo era un uomo.
Prima di tutto un uomo.
Subito dopo era un problema.
Ma dopo.
Solo dopo.
Malandato: Primo aveva pochi capelli.
Parlava di donne.
Parlava di acciughe.
Ma salmodiava.
Con armonia nuova.
Armonia diversa, tuonante.
Un’armonia che Uno non ricordava.
Non più.
Continuava a salmodiare.
Raccolto nel neroverde di una sedia.
Rinchiuso, riempiva il vuoto della plastica.
Salmodiava e continuava.
Aveva il sangue a cantilena, e questo Uno non se lo ricordava.
Non ricordava l’armonia.
Non esiste più, sepolta nel vortice.
Rinchiusa, ben lontana dall’elastico che riordina le sue ansie.
Ma l’armonia continuava, e Uno non aveva altra scelta.
Poteva solo copiare.
Imitarlo, o almeno provarci.
Rinchiudersi.
Rinchiudersi e scrivere, di un’armonia che Uno non si ricordava.
L’uomo aveva gli occhi vivi.
Frizzanti di luce.
Il più vero come di vetro, congelato da un celeste morbido.
L’altro si strizzava verso la normalità.
Quella di tutti e di sempre.
Provava a cercarla, a farla propria, tradito di corsa dal fastidio della sua armonia.
E adesso Uno sa di non ricordarsela, di non averla mai davvero conosciuta.
Adesso lo sa.
“Vittorio”.
Vittorio.
Vittorio!
Angelo!
Angelo un panino.
Angelo due panini.
Nel mio acciughe.
Nel mio acciughe e nell’altro mortadella.
Non ho mai rubato un panino, in vita mia.
Ma un panino a lei non l’ho mai pagato.
Voglio farlo, adesso.
Ma questo lo avrebbe pensato solo dopo.
Angelo!
Adesso vuole Angelo.
Primo lo cercava, cercava il suo.
Mentre Uno ingozzava i nervi.
Sazio, drogate le orecchie, affannate le meningi.
Angelo!
E adesso lo cercava anche Uno, il suo Angelo.
Angelo, un panino con le acciughe, allora, due con le acciughe e due con la mortadella, Angelo.
Vittorio!
Angelo, Vittorio!
Due panini!
A Primo serviva l’Angelo, anche per un panino. Così almeno gli avevano detto.
A Uno serviva Primo.
Uno, affamato, affannato.
L’uomo, Primo, aveva compagnia.
Era arrivato prima degli altri, ma non era solo.
Uno era molto più solo, rinchiuso nella solitudine di Primo.
Tempo poco, arriva la seconda cella.
Fabrizio vuoi una sigaretta?
Meccanico, ancora, come prima, stemma giallo su un fianco.
Scendono tre uomini.
Scendono due donne.
Pochi capelli.
Angelo!
Altra galera, stesso carceriere.
Il solito Angelo.
Gli uomini e le donne, ancora una volta, non erano soli.
Li avevano con loro, Uno non riesce ad accettarlo.
Affannato, pensa angeli, vede sbirri, qualcosa di simile, qualcosa, forse, oltre l’affanno.
La prima donna esce dal gruppo, si avvicina a Uno, al suo tavolo.
Si avvicina, ancora, sicura, prende un biscotto.
Un biscotto, avanzato.
Insieme al biscotto riceve il suo Angelo.
Lei lo vede, Angelo si scusa con Uno.
Lei la cella, lui un carceriere.
Che la tira via, si scusa.
Gli altri cantano, ancora.
Cantano salmodiando, ancora.
Un lamento, continuo, ancora.
E canta anche Uno, senza voce, perché non è solo.
Gli amici di Uno conversano, non sono presenti a loro stessi.
Non vogliono esserlo, adesso, non serve esserlo.
Gli uomini e le donne si riuniscono al loro tavolo.
Al tavolo che è stato scelto per loro.
Gli amici di Uno parlano.
Gli amici degli uomini e delle donne non esistono.
Gli uomini cantano di topa.
Le donne sono più vere.
Perché piangi?
La prima piange.
Perché piangi? Dillo!, chiede Angelo.
Non piangere, cantano gli uomini.
E tutto svilisce.
Svilisce se stesso, risvegliandosi nella sua tragica normalità, obbligata, infernale.
Tutto come sempre.
Insopportabile.
Normale.
Schiaffandosi contro canti che non gli appartengono.
Che non appartengono a nessuno.
Tutto già visto, come sempre.
Uno si osserva: è presente a se stesso.
Si riconosce presente.
Gli amici di Uno continuano.
E non si ripetono che tutto è normale, se lo ricordano.
Monica! Vittorio!
Angelo.
Prima piange, gli altri si ricordano il proprio ruolo.
Il tirocinio.
I progetti.
La vita.
Uno è presente a se stesso.
Adesso si vede.
L’uomo, Primo: si viene a sapere che è colpa delle suore. Da loro, lui che lavorava, per colpa loro, della loro distanza, della loro imprecisione. Colpa loro se Primo si è fulminato. Si è fulminato le braccia con l’elettricità, le suore, poi la cancrena, poi un niente da fare che lo travolgerà, lo scaraventerà nel mondo dei mostri, obbligato a baciare un aborto senza poterlo mai più abbracciare.
Colpa loro.
Colpa.
La sua vita.
In una colpa.
Adesso non è più normale, non è più tutto normale.
La cella è l’unica, l’unica che adesso trova ad aspettarlo.
Insieme alle corde del suo letto.
E Angelo.
Scossa, cancrena, e vede Angelo, per la prima volta.
Primo è a tavola con gli altri.
Disperazione atavica, dicono.
Una pena che non riesce a controllare.
Una pena, una cantilena, una pena, una cantilena.
Così dicono gli amici degli amici.
E Uno.
Gli uomini continuano a salmodiare, le donne sono più sincere.
Piangono.
Sono diabetiche, dicono, non li possono mangiare.
Dice Angelo.
Uno vede sbirri, ancora.
Mangiano, cantano, bevono, piangono.
Uno è presente a se stesso, non sa più come e perché, non riesce più a chiederselo.
Prima piange.
Il lieto fine, stuprato.
Vorrei un caffè.
Lo voleva perché vedeva Angelo, il suo Angelo.
Hai già preso un panino, per oggi sono finiti i soldi.
Per oggi no, dai.
Adesso si torna.
Mai più di qualche sorso.
Mai più di poche parole.
Vedevo sbirri.
Poche frasi.
Brevi.
Ancora, senza filtro.
Affamato, affannato.
Presente a me stesso.
Ucciso.

manicomiofinestra

Stanco di tifare rivolta

[Avvia la musica e leggi, se proprio insisti…]

Stanco di tifare rivolta.
Come se provassi a vivere.
Perdere tempo.
Dilatare un tempo infinito in posti sempre più accoglienti.
Voglio avere freddo.
Tanto freddo.
Sempre meglio.

Osare l’impossibile.
Anche quando è impossibile.
Anche se è impossibile.
Impossibile provarci.
Proprio per quello.
Provare.
Osare avere freddo.

Confusione.
E’ il riparo, non scappare.
Non ci provare.
Dammi retta, non scappare.
Agitati, è l’unico riparo.
Credimi.
E’ la tua forza.

Tentazione.
Attento, il riparo si sgretola.
Si sta sgretolando con te dentro.
Ma non scappare.
Non ci provare.
Non è quello che ti serve.
Non c’è niente che ti serva.

Guarda su, continua a guardare su.
Non ci provare, non scappare.
Non è quello che serve.
Mai niente di più, lo sai.
Non c’è niente che ti serva.
Vedi i nervi, vedi le vene.
Strappa i nervi, seduci le vene.

Continua.
Sempre, perché non c’è niente che ti serva.
Agitati, diventa agitazione.
Esalta il riparo ma senza morirci dentro.
Sfugge dall’agitazione, ti tenta.
Ma si sta sgretolando.
E tu ci sei dentro.

Non uscire, non c’è niente che ti serva.
Tu sei vivo.
Devi restarlo, in agitazione.
Perdi tempo.
Perdilo, scaglialo, mangialo, ubriacalo.
Divorati.
Non c’è niente che ti serva.

Non correre.
Non scappare, non farlo.
Domandati perché.
Non serve, lo sai.
Non correre.
Non scappare.
Non serve.

Coltivalo.
Va coltivato, istruito, guidato.
Guidati.
Continua a farlo.
In agitazione.
Odia i nervi, placa le vene.
Ama quel che trovi di più.

Ma non cercare, non correre.
Non ti inseguire, non tifare.
Più ti muovi e più si sgretola.
Fermo, ma in agitazione.
Come sempre, senza tifare.
Come sai fare tu.
Ricordatelo.

Non c’è niente che non ritorni.
Continua perché sai come si fa.
Lo hai imparato.
Ci hai perso sangue.
Stai sanguinando anche adesso.
Ma non ci pensare, non correre, non scappare, ti prego.
Dammi retta.

Hai perso sangue.
Ti sei divorato da solo.
Ma non sgretolarti, non cedere.
Diventa tentazione, cederà il resto.
Provocati, agitati, scalmanati.
Ma non correre.
Non c’è niente che ti serva.

Niente che serva davvero.
Non se le regole sono queste.
Cambia le regole o ti sgretolerai con le carte in mano.
Bruciale.
Agitale.
Ma non correre.
Ti seguiranno.

Ti faranno guerra.
E tu lo vuoi.
Ma sai che non serve.
Ma non importa, non ti piacciono i granai.
Non si sgretolano, non si agitano.
Tanto vale che non esistano.
E non esistono.

Dammi retta, datti retta.
Ascoltati, lo sai.
Guarda su, continua a guardare su.
Mangia i nervi, le vene ti piace guardarle.
Ma non ti serve.
Non cercare quello che ti serve.
Non c’è niente che ti serva.

Dammi retta, ti prego.
Impara il francese, fatti furbo.
Smetti di correre.
Fatti furbo.
Furbo ma da solo.
Da solo, senza correre.
Solo con tutti.

Senza perdere pezzi.
Sgretolando quello che vedi.
Provocandoti.
Uccidendoti.
Guardando su.
Coltivando.
Coltivando l’agitazione.

Continua.
Senza correre, ti prego.
Va meglio.
Quando è qualcosa più di niente.
Più di niente, una tentazione, da solo.
Solo con tutti.
Coltivando l’odio.

pieroriottagliato

Due o tre cose che non so di me


“Due o tre cose che non so di me” (2013), è un cortometraggio sperimentale ideato, scritto e realizzato da A.G., liberamente e sommessamente ispirato alle tecniche espressive e stilistiche del movimento cinematografico della Nouvelle Vague francese. Se ne sconsiglia la visione ai non predisposti a stravolgimenti del profondo sub-retinale, ai frettolosi e più in generale ad un pubblico adulto non accompagnato.

Polvere

Polvere.
Odore di metallo.
Non riesce a liberarsene.
Ritornano, sempre. A distanza di pochi pensieri.
Uno ci si trova in mezzo. Non lo ha mai cercato, ma ci si ritrova sempre.
Uno vuole alzare la testa.
Sa che lo farà ma non lo ha ancora deciso: deve pensarci. Sa che non ne può fare a meno, ma riconoscerlo lo spaventa. Uno non può fare altro che spaventarsi, e questo ne ritaglia un veloce, annoiato divertimento.
Ancora metallo.
Adesso ha deciso, non ha altre possibilità.
Uno alza la testa, apre gli occhi.
Ritorna la polvere, e fedelmente di conseguenza il metallo.
Uno non sa di essere felice, non sa di essere confuso, non sa essere sicuro.
Sguazza nell’attesa, nell’incertezza, e questo lo difende.
Lo difende dalla polvere, dal metallo.
Non ha ancora deciso come sentirsi, se apprezzare il martirio della pioggia sulla stanca insistenza della lamiera. Non sa se deve decidere, ma non si sente sicuro.
L’incertezza lo difende, e lui ne è orgoglioso.
Nelle mani nasconde le dita, e gli occhi tornano chiusi, il mento ancora ad affidarsi al collo, con arroganza.
E torna il metallo.
Il metallo e la polvere.
A distanza di pochi pensieri, come sempre.
Arriva qualcuno. Non che mancasse traffico, nella frenesia del viavai, ma adesso sa che è arrivato qualcuno.
Deve alzare la testa.
Il tempo necessario per convincersene e apre gli occhi.
A Uno piacciono le novità, le sorprese. Sono ciò che meglio riesce a tenerlo in vita. Piace soddisfare il gusto proprio personale per le perversioni. Uno è convinto di essere in piedi su un elastico. Un elastico che ti può rovesciare in pochi istanti con la capacità devastante di un uomo che urla. Uno non vuole pensarci, ha paura dell’elastico. Uno si assottiglia lungo se stesso, si distende lungo il vorticoso equilibrio delle sue angosce, e vi si appollaia sicuro: come chi sente di voler urlare ma si compiace di aver la bocca chiusa, di non esistere, di non avere voce.
Ma solo occhi e odori.
Dispersi lungo i vagoni.
Uno apre gli occhi e vede un uomo.
Mezza età, fascino desolato: un residuato di un uomo elegante, composto, stravolto dal proprio elastico.
L’esempio tipico di un uomo che urla, ormai probabilmente non ha più neanche il ricordo dell’elastico, ma solo di una voce stridula, dei denti in bella mostra, spavaldi e complici di una bocca scomposta.
Un uomo che lo attira, finalmente è arrivato qualcuno.
Quanto si possa dire finalmente, questo non lo sa. Un po’ ha paura, ma non ci pensa.
L’uomo non ha scarpe, cammina silenzioso lungo la polvere.
Uno sa di non poterlo fare ma vuole chiudere gli occhi.
Non ce la fa.
L’uomo se ne accorge e lo interrompe.
Il tempo di godersi l’ultimo timore del suo pubblico e parla.
Uno vede infrangersi il vetro, ne osserva i pezzi cadere fra la polvere.
Chiede un sorso di birra, e Uno glielo porge senza perdite di tempo.
Sa di aver fatto la cosa giusta ma non vuole ammettere di avere paura; sa che non deve e non ci cade, è attento Uno. Ma sa di essere fuori posto, esattamente lì dove finora aveva ricavato casa sua, sgretolandosi in un covo di autolesionismo. Sa di essere fuori posto e di aver paura, ma non se lo può permettere, così recupera la birra e fa finta di niente. Ha deciso che questo lo aiuterà. Lo ha deciso senza pensarci, ma non importa: adesso è così e tornarci sopra non avrebbe senso, non se lo può permettere. Fa finta di niente e basta, e che nessuno si metta a dirgli niente perché sa benissimo che tutti avrebbero fatto come lui, o pure peggio a seconda di come. Fa finta di niente, ma quell’uomo se ne accorge, Uno è stato troppo sfacciato, ma non pensa di aver saputo fare di meglio. L’uomo ritorna a parlare, e solo adesso Uno si accorge delle sue dita. Dita affusolate, magre e promettenti. Non c’è fatica, non c’è usura. Solo ansia.
Molta ansia.
Mescolata uniformemente con la polvere.
E questo continua ad affascinare Uno, per quanto non riesca ad accettarlo.
Strette fra le dita un mazzo di chiavi.
L’uomo, scalzo, agita in alto la sua ultima sicurezza. L’uomo se ne vergogna, adesso non le interessa più, è spaventato e offeso: si sente insultato dalle sue sicurezze. A questo punto non ha motivi per convincersi. Per convincersi a crederci.
Si sente umiliato, preso in giro.
Ma sorride.
E sorride per ferire.
Per fare del male, anche agli altri, inutili, insulse scenografie del suo presente, ormai, inutile anch’esso.
L’ultima sicurezza, delle chiavi.
Le offre a Uno.
Quasi vorrebbe scagliargliele addosso, liberarsene, allontanare l’ultima, offensiva, responsabilità.
Lo fa sorridere l’idea.
Uno è imbarazzato, non può accettare: vorrebbe farlo ragionare ma non riesce a convincersi che sia giusto, né tantomeno crede di esserne capace. Si limita a rifiutare, abbozzando un sorriso di pietra.
Non può accettare, è fuori di dubbio, anche se una parte di sé comincia a fantasticare.
Ma non può, non deve e non ne è capace.
L’ultima sicurezza vale cento volte la prima.
Vuole farglielo capire, cercando di esserne sicuro.
Sa soltanto che la frase, messa così, suona bene, ma non ha idea in realtà di ciò in cui realmente crede.
Quando è in difficoltà Uno si rifugia nella banalità.
Cerca di non farlo, ne è schifato, ma inconsapevolmente non riesce a sfuggirne. Ci cade sempre, e lì per lì suona pure bene.
Sarà solo dopo che se ne renderà conto.
Dai, non farlo, ripensaci.
Poi come fai? Dai, no.
L’uomo insiste, Uno insiste.
L’uomo lascia cadere le chiavi, che quasi si perdono tra la polvere. Vuole che le prenda Uno, ma adesso Uno non è più alle prese con il suo elastico. Adesso è ben saldo, ancorato nella parte giusta.
Uno è dalla parte giusta.
Stavolta non ci sono dubbi.
E adesso si accorge di esserne diventato orgoglioso.
Stavolta non si discute, ha ragione.
Uno ha ragione e nessuno può farci niente, è dalla parte di tutta la gente che sta da una parte. E’ uscito dalla parte di chi non sta da nessuna parte. Adesso ha un senso, un compimento, una finalità.
Uno si conclude in se stesso, e adesso ne è orgoglioso.
Pienamente orgoglioso, se lo ripete.
L’uomo non è in sé, è evidente, e Uno sa esattamente cosa deve fare, come comportarsi. Non lo sa, in effetti, ma avverte inconfondibile la sicurezza di chi ha ragione, e questo adesso gli pare sufficiente per permettersi di improvvisare.
Riprendi le chiavi, non esagerare, non si fa così, non essere debole, fatti forza e vai avanti, tranquillo.
Sereno.
Uno adesso ha vinto.
Uno ha vinto, è sicuro di sé, sta dalla parte giusta.
La zona d’ombra della sua paura lascia spazio a qualcosa di più rotondo e meno spigoloso.
Una sorta di compiacimento penoso.
Non ha paura, non c’è da aver paura, non ha mai avuto paura.
Alla fine ha vinto lui, e non poteva andare diversamente perché lui non è così.
Dai, questo no, non si può dire.
Lui non è così, alla fine l’elastico non esiste mica davvero, lui è stabile, inchiodato a terra, e ha vinto.
Ha vinto, però nessuno può vederlo.
Nessuno può saperlo ma a lui che importa? Alla fine l’importante è essere saldi sul terreno.
Non venire rovesciati.
E questo adesso non può succedere.
Non può succedere ma non lo saprà mai nessuno.
L’uomo se ne va.
Nessun apparente segno di sconfitta, nessuna evidente motivazione.
Almeno non verso Uno.
Anche se Uno ha vinto.
Almeno stavolta.
Ma è solo.
Adesso di nuovo.
Abbassa la testa, chiude gli occhi.
Adesso scompare la polvere, sopraffatta dal metallo.
Dall’odore di metallo.
Dallo stridio dei freni del suo vagone.
E adesso, di nuovo.
Di nuovo l’elastico.

polvere1