Ogni parola luccicava nello stormo sudicio dei pensieri, stordite dal fiato a gasolio degli avvoltoi scaraventati a corpo morto sulle scaglie di cranio intorno alla carcassa. Li seguivo da lontano, cercarsi le prede più succulente in mezzo ai grossi sacchi neri. Il pergolato filtrava dai grossi squarci della plastica bruciata; scorrazzava a passo di piombo lungo le rigature impotenti del mosaico di vene rigonfie, ancora imperturbabili a sovraffollarmi il braccio. I vapori delle fognature si infilavano nelle tasche, con le unghie tiepide mi accarezzavano i polsi irrigiditi; annodando le dita unte, stretti cordini di vetro mi laceravano la pelle screpolata dei polsi con l’insistenza di un morboso cappio interdentale sovreccitato. Distratto dalle bolle di ghiaccio e benzedrina che pendevano sotto le palpebre, un sordo brivido di freddo trascinava con sé la voglia strappalacrime di correre da sdraiato. In mezzo ai sacchi, inchiodavo ai cartonati della scenografia il grosso impermeabile nerolucido del mio nuovo veterinario, che mi contraccambiava espressioni senza volto con l’ombra di un cappello reclinato su quello che doveva essere il naso. Dalle gambe incrociate sulla sigaretta evaporavano strane condense rossastre; ogni vampata di quella merda veniva da me a pretendere il pegno, e per il fascino di una qualche insolita violenza domestica mi risucchiava di bocca tanta saliva quanta ne mancava alle mucose della sua nicotina, lasciandomi sotto la lingua solo il sapore ferroso del sangue che si lasciava sgocciolare lungo i riflessi violacei dell’impermeabile. Senza interesse disdegnava lo stormo d’avvoltoi, che dal riparo delle sue spalle stracciavano impuniti gli ultimi rimasugli di carne dagli zigomi di qualche straccione malcapitato. Di quell’uomo penetrava solo la lingua ai bagliori del cielo. Un grosso animale pulsante usciva da contorni indefiniti del colletto rialzato, come uno straccio strizzato disperdeva peli e vapore lungo gli sporchi riflessi giallognoli del tardo pomeriggio, quasi come cercasse di leccare il pavimento dello scomparto dimenticato del cesso di una stazione metropolitana, all’ombra di un enorme water di ceramica scheggiata, sul cui riflesso umidiccio l’intero nostro universo aveva voluto vomitare le radici della vita. Avevo cominciato a giocare con quel veterinario già da parecchie ore; nei momenti in cui risucchiava la lingua dentro l’impermeabile cercavo di convincermi le terminazioni nervose che non mi stesse osservando, e non appena tornava a flettere alla luce quel pezzo di carne flaccida, mi ritrovavo qualche metro più vicino alla sagoma confusa della sua sigaretta. Non so bene se fossi io ad avvicinarmi oppure lui, ma continuai a dipendere dalle sue contrazioni e dalla pelle immobilizzata che mi ricopriva di catrame terrorizzato i lineamenti spossati della faccia, crogiolandomi nella nausea spremuta nelle tempie dai gridolini acuti degli uccelli che avevano preso a masturbarsi con le ossa dei loro cadaveri d’aperitivo. Si rese necessario fare amicizia, presi a masticarlo, sentivo la sua lingua sotto i denti, appiccicato al cappello consumato, i liquami mi afferrarono per una gamba e cominciarono e scivolarmi una mano aperta lungo i pantaloni. Il femore fuoriusciva in spiragli gassosi dai pori della pelle, intrappolato dai jeans mi gonfiava di conforto e tiepido filtrava via dalla cintura, abbagliando i muscoli storditi dal sonno con le escandescenze improvvise a tempo di singhiozzo di brevi fuochi fatui. I capelli bruciavano dell’insistenza dei bagliori acidi, e si contendevano la testa strattonandomi un po’ a destra un po’ a sinistra. Come un marinaio quindicenne, orfano di madre imbarcato su una petroliera, vomitai dal parapetto della nave i liquami che mi rimbombavano sulle meningi affrante, avvilite dal mal di mare. Finalmente recuperai temperatura, odorandone le esalazioni incrostarsi sulle gengive. L’impermeabile mi leccò con tenerezza ai lati della bocca ricongiungendosi in un morsetto complice sul mento, poi mi prestò il cappello e mi richiamò a sé. Tra le sue braccia di plastica respiravo sciroppo di denti corrosi, avvolto di paralisi e sgarbate risate atrofizzate. Il fischio dei freni; per quanto si prendesse gioco di me, eravamo amici.
43 febbraio
Di colpo mi resi conto che il bagaglio di effetti personali che mi trascinavo dietro appariva sempre più lucidamente come una bizzarra e sconclusionata raccolta di nemici. Nel tempo avevo messo insieme in una scatola tutto ciò che più mi attirava, e soltanto dopo mi potei render conto della coincidenza sorprendente di quei pochi amici con ciò che più odiavo in assoluto. Solo adesso mi veniva chiaro che l’idea stessa che le persone siano identificate e ricordate per un qualcosa che piaceva loro fare, per il risultato delle proprie passioni o del proprio impegno, non poteva esser altro che una colorita menzogna da affiancare alle favole per i bambini nelle serate temporalesche. Mi sentivo stupido per non esserci arrivato prima, per tempo. Stupido per il continuo ritardo con cui mi impegnavo a dare spiegazioni alle improvvisazioni degli anni precedenti, quelli divertenti del rigore e del continuum. Tutto ciò che distingue i giocatori, anche quelli più infimi, resta soltanto ciò che più odiano. Nel caso specifico, le geometrie degli edifici, la classificazione dei casi clinici, il ruolo della percezione nella scenografia dei marciapiedi, lo stordimento programmato del contropiede, la decostruzione e la depropriazione dei sentimenti e delle affinità, il nucleo familiare, l’abolizione della sottile striscia di terra nel mezzo tra l’accettazione e il livello di provocazione insostenibile, l’assenza di eserciti su quello stesso campo di battaglia, la rigidità delle traiettorie. Tutto ruotava intorno a pochi principi, e ogni singola ossessione non poteva fare a meno del suo terrificante feticcio umidiccio. Da marciapiede.
42 febbraio
Cominciai a pedinare un nucleo familiare di quelli col purtroppo lavorativo. Il padrone era un tipo di quelli col sorriso sulla fronte, coperto per buona parte del tempo dai lunghi capelli neri da trentacinquenne circa. Mi trovavo discretamente male con lui, per quanto fosse un personaggio tutto sommato positivo. Severo dalle circostanze, riempiva i suoi spazi con la controfigura di uomo impegnato a sopravvivere controvoglia, saldo nel proprio impero di opinioni confuse, tanto gli bastava per integrarsi. La sua isola deserta da una quarantina di coperti veleggiava in mezzo alle arterie disabitate di un piccolo centro cittadino monopolizzato da negozi di vestiti e biancheria. Dalla noia se ne erano andati anche gli spacciatori, preferendo nuovi mercati alle tradizioni consolidate. Pareva fossi l’unico della famiglia ad essermi reso conto di quella sua ossessione per l’infedeltà coniugale. La compagna, e madre del loro piccolo figlio indemoniato, era una donnetta poco più giovane di lui, coi capelli corti spianati sul teschio di due occhi di montagna tinti a olio, sopraffatta da una coltre fumosa di rassegnazione perenne. Non ero ancora riuscito a capire se l’ossessione si limitava alle narrazioni autoerogene del desiderio oppure se già si era confermato da entrambe le parti il patto di cinque pizze in cambio di prestazioni sessuali con le due negre col carrello del supermercato e le taniche di plastica bruciacchiata da riempire alla fontanella comunale, che ogni due ore passavano davanti alla vetrata sulle spalle dei clienti con sigarette di complicità nascoste in mezzo al sedere compresso nei jeans bianchi. L’altra ragazza dell’isola era una giovane poco più che ventenne, vittima dei riti tribali che la comprimevano in vortici ansiogeni di appariscenza. Si dava da fare in ogni modo per dimostrarsi, e il suo nuovo ruolo di insegnante soddisfaceva il feticismo materno delle sue ambizioni, costringendola a periodici sussulti di eccitamento e fascinazione. Il che non guastava. L’ultimo, un calciatore dilettante coi risparmi da parte, sprizzava omosessualità indiscutibile rinnegata dalle vicissitudini. Non ebbi molte occasioni di parlarci, ma si dimostravano rotaie di amicizia ipotetica sovrapposte al capolinea della complicità. Gli aloni opachi restavano avvinghiati ai bicchieri controluce, e solo più coinvolgente, ai fornelli, un altro fantasma da marciapiede si dilettava a sfidarmi in scacchiere inesauribili di soli difensori, in cui l’indifferenza delle rispettive squadre rivelava soltanto spiragli sempre nuovi per il contropiede. Me ne tornai a casa con scatole di avanzi, attraversando ossigeno intriso di spugna e lavastoviglie.
41 febbraio
Ventiseienni con le tette piccole compensavano fumando sigarette al cherosene, tirando l’occhio su automobilisti inesperti aggrappati al finestrino spalancato delle bestie addomesticate pronte a ricacciarsi nel parchimetro. Rifiuti umani in miniatura scrutavano famelici i vapori delle borse della spesa di genitori al telefono, annebbiati dai fumi delle rispettive, fedeli, posizioni. L’autorità vagava nell’aria con un profumo leggero di circospezione, noncurante dei pochi travestimenti riusciti. Pareva confusa, era il suo ruolo del giorno, e chi volesse riusciva a trarne più vantaggi possibili. Il più dei giocatori, comunque, restava soltanto un enorme purtroppo lavorativo, pedinato dai pochi fantasmi da marciapiede della città. Quel genere di fantasma lo riconosci subito: procede a passo lento o comunque a ritmo irregolare, ritornando più volte sulle proprie posizioni nel giro di qualche ora, sospingendo il passo verso traguardi immediati in continua evoluzione. Osservando con attenzione se ne possono carpire alcuni, ad esempio attraversamenti pedonali, svolte a un incrocio, appostamenti a un qualche semaforo. Subito prima di raggiungere l’obiettivo in genere se ne danno un altro, sempre a distanza di pochi metri, e così facendo vanno avanti per ore, senza mai soddisfarne effettivamente nemmeno uno. Il ripetersi di questa frustrazione è buona parte del lavoro del fantasma, forse l’unica attività perfettamente autonoma seppur dipendente da un certo pubblico. Il resto è opera di osservazione. Ci si impegna a contemplare le traiettorie dei giocatori, come telecamere in spalla a un arbitro di vetro, emanando riflessi madreperla dal fischietto direttamente addosso ai traguardi accomodati degli altri. L’operazione può ripetersi all’infinito, in combinazioni sempre differenti e inesauribile desiderio di scoperta. Il fantasma da marciapiede esiste sempre, e ogni volta che capita di vederne uno puoi essere sicuro che qualsiasi cosa succederà potrai contare su un angelo custode. Pronto a crearti nuovi problemi quando le cose cominciano a mettersi bene.
40 febbraio
Abitudini repellenti si nascondono invece di nascere, nelle quinte del volto peggiore di un pomeriggio studiato male. L’inadeguatezza nell’espressione secondaria, nascosta dietro lo specchio degli occhi, mordicchia le pareti per farsi sentire. Denti trasparenti sotto mentite spoglie, in spilli da balia confondono le mucose, le turbano, le attizzano. Tanto sanno di non essere viste, si lasciano andare alle malizie di un segreto pomeridiano. Di grossa intensità, divora la tensione dell’attesa, del prossimo incarico governativo che mi pende sulle labbra con la chirurgia d’un orologio atomico da polso, mi scorre lungo le gengive e reclama sghignazzando tutte le sue risate. Grossolano, ma per una volta liberatorio, scorre lungo la gola, con tutta la balia appresso. E mentre scorre mi prende per i capelli, mi lecca dietro l’orecchio e mi obbliga a riconoscerne il design. La spilla da balia, bisogna dirlo, brilla per il design. Quelle nuove, più piccole, contenute e compatte, trasmettono sicurezza, affidabilità. E non si può replicare al replicante. Così mi trovavo inesperto di fronte a quella conflittualità interna, tra una visione etica trovata lungo il marciapiede nel divertimento ipotetico di un momento, la crudeltà dell’impotenza e il fascino primordiale per un qualcosa di effettivamente fatto bene. Il pugno di ferro dritto nell’occhio dell’estetica metropolitana. Giurerei che stavo godendo. Le salutai tutte quante dichiarandomi frocio sul posto di lavoro, così tanto per non poter essere licenziato, per via dell’opinione sindacale pubblica. Risi e schiantai la testa nella grattugia che qualche simpatico annoiato aveva legato stretto nel mio punto preferito del muro.
39 febbraio
Un po’ come quando non si riesce a essere convinti di aver detto qualcosa o di averla solo pensata, così mi affollavo di tentativi di compensazione. La musica era parte di uno degli esperimenti più controversi. Si mescolava talvolta con delle frasi o con singole parole, nella più libera delle associazioni intuitive. Esperimenti, poco più, e non ero convinto di ascoltare o di essere ascoltato. Il dubbio nasce nell’istante successivo al momento di tensione maggiore, come nella fase di sonno meno profondo in cui razionalizzando alcune delle immagini appena sognate si entra di colpo in uno stato di dormiveglia controversa. Allo stesso modo mi capitava di lasciarmi sorprendere di colpo da ricordi confusi del mio più passato più recente. Sfumature incontrollate degli ultimi cinque minuti di coscienza, capaci di terrorizzare solo per il fatto di riuscire a scivolar via di dosso in modo incontrollato, abbandonandoti a una strana dormiveglia percepita come un grande punto interrogativo. Dev’essere più o meno per questo che capita di parlare da soli, o a volte di provare un certo senso d’imbarazzo, comportamenti confusi e sottomessi, nel tentativo di riparare a un momento di vergogna, pur consapevoli della buona probabilità che tali situazioni non si siano mai verificatesi. O che quantomeno siano sfuggiti all’occhio ipotetico di un qualsiasi interlocutore. In ogni caso, nell’interrogativo si trova energia e brio, una convincente forma di euforia. La mancanza di ore di sonno, come al solito, amplifica la sensazione, e ne rende avvincenti le esperienze di costruzioni oniriche durante la veglia. Mi piaceva combinare l’incertezza con sforzo fisico costante di bassa intensità, come lunghe camminate sconclusionate, e quando possibile colpi di sole o di freddo. Il freddo aumenta i contrasti, esplodendo in contraddizione con il surriscaldamento muscolare dello sforzo, mentre il calore del colpo di sole contrasta col senso di freddo viscerale dovuto alla mancanza di sonno. In ogni caso, la combinazione di due elementi contrasta col terzo, replicando in un certo qual modo una brutalità congenita nella sopraffazione umana, una forma di feticismo costituzionale verso la superiorità fisica indiscutibile propria della nostra migliore spinta verso l’autodemolizione. Direttamente da quel senso di piacere, un ulteriore forma di indecisione e confusionalità della veglia. Possibili le allucinazioni, e il divertimento.
38 febbraio
Mi capitava di rado di vagare nel mondo degli altri. Non che non fossi abituato a uscire dal monolocale, le volte che lo facevo, che mi trovavo catapultato per qualche strana ragione all’esterno dei placidi recinti delle mia minuscola prateria, mi sentivo scorrere gli scenari addosso. Il più delle volte camminavo rasente i muri, con lo sguardo leggermente reclinato verso l’alto, e una strana sovrapposizione in volto di espressioni, ognuna mantenendo la sua integrità si rimetteva a conversare con le altre, in un misto di incredulità infantile, discrezionalità burocratica e simulata professionalità nel giudicare tutto ciò che mi ritrovavo a destra o a sinistra, seguendo le convulsioni del collo. Poteva trattarsi grossomodo di qualsiasi cosa, il più delle volte si trattava di piccoli oggetti, dell’arredo urbano, o qualche segno di deturpamento, per il tempo o per il vandalismo di un adolescente annoiato. Intorno a me si distendevano intere platee di imputati, che seduti immobili parevano rinunciare al tentativo di sottrarsi, cercando piuttosto di non attirare la mia attenzione guardando altrove e fingendosi del tutto indifferenti al dito indice evocato dalla mia presenza. Il rituale poteva aver luogo tranquillamente anche in presenza di persone, in quanto fondamentalmente rientravano per loro scelta a pieno titolo nella platea dei giudicandi. Le difficoltà cominciavano a sormontarmi quando intorno a me apparivano oggetti, individui o interi frammenti di scenografia che involontariamente riconducevo col pensiero a contesti differenti. In tal caso, ebbi all’inizio seri problemi col processo di smaterializzazione, volendola chiamare così, tramite il quale riuscivo a ridurre ai minimi termini l’epilessia di freddo che quei componenti mi rilasciavano senza permesso direttamente nelle viscere, fino a far risuonare il rumore sordo di cartongesso che più nel profondo mi pareva appartenerle. Quelle difficoltà di annientamento circumnavigavano il mio desiderio di insussistenza, e mi costringevano a piroette non indifferenti, sforzi sempre più disinibiti per riuscire a superare il grosso limite della riconoscibilità. Se fossi stato capace di odiare ancora qualcosa, non poter sentire il tonfo di cartongesso da persone e situazioni conosciute sarebbe stato irremovibilmente in cima alla lista degli atti vandalici del mio cervello. A volte mi pareva di sentirlo, ma in buona parte si trattava soltanto di sussulti eterogenei di contrapposte forze immaginarie, pronte a evadere in violenti urti elettromagnetici. Solo sforzi di fantasia, non avrei potuto dirlo onestamente. E di certo non c’era niente che poteva aiutarmi a capirne il perché. Era come se mi trovassi a scontare i rigurgiti di uno strano, atavico, senso di fedeltà. Un retaggio del passato avvinghiato con forza a tutti i suoi rimasugli, sempre sull’orlo di una dichiarazione di guerra contro il compiacimento delle mie cattiverie, o almeno contro tutto ciò che per lui doveva suonare così. Forse una questione di sopravvivenza, magari un istinto, che tentasse gli ultimi disperati appelli, con voce accorata e malinconica mi pare quasi di sentirlo inveire contro nemici glaciali, indisponenti, implorando di non rinunciare proprio a tutti gli schemi mentali. Implorando di non annientare proprio tutto, di lasciare qualche briciola, qualche appiglio per i casi di emergenza, almeno uno o due collegamenti, anche piccoli, con il mondo delle sue assolute verità insindacabili, quelle che prescindono dalle visioni dei singoli. Sono sicuro che per lui la questione si giochi più o meno su questo piano, che siano all’incirca questi i motivi per cui non vuole farmi sovrapporre personaggi e scenografie, per cui mi priva del cartongesso. Per non impazzire lui stesso, forse, il misero. Dev’essere proprio per questo che non ho mai smesso di provarci, e forse solo per la commiserazione e la pietà che ho di lui che alla fine mi rassegnai a vincere, ancora, una nuova prima volta. Un’alzata di spade, a metà della morte.
37 febbraio
A stupirmi in qualche modo era stata la mia totale accondiscendenza di fronte a un qualcosa che sapevo, fino a poco prima, mi avrebbe provocato di certo almeno un timido vagito di stupore. Quasi a rivedermi davanti il riflesso di una mente aggrottata nella tazza del caffè, non c’era adesso più diffidenza. La familiarità improvvisa di un’immagine, un sussulto corporeo, fisiologico, scivolava corrosiva lungo la stessa identità che mi percepivo addosso, stretta in un vestito nuovo, fatto su misura di qualcuno che fino ad allora non avevo conosciuto. Qualcuno però che doveva somigliarmi incredibilmente. L’accettazione sembrava l’ultimo capitolo di un avvenimento storico studiato sui libri, più che una scelta. Un modo per riscoprire il gusto di farsi i fatti degli altri, il feticismo irrefrenabile di sconvolgere le pieghe della narrazione per scoprire come gli era andata a finire a quello o a quell’altro, dei personaggi. Un copione, suggestivo di certo, cucito addosso alle improvvisazioni di qualcun altro, nella proiezione di sé vissuta a confine tra il passato e la memoria. In buona sostanza, tutto ciò che potessi essere, al di là dei limiti delle mie mediocrità di sistema. Una macchina nevrotica capace di rivelarmi, nella mia esistenza fluida. Un giro di vite, che le vite le moltiplica.
36 febbraio
Sapevo che non c’era niente di salutare nelle mie decisioni, che molto probabilmente mi sarei presto trovato a doverne scontare le conseguenze dirette sul mio fisico, ma come la fiamma dell’accendino si picca nel vizio prima di esaurirsi senza dare preavviso, così il corpo non aveva bisogno di ribellarsi per dimostrare la superiorità indiscutibile che la mia dipendenza gli assicurava. E questo doveva bastargli per soddisfare ogni presunzione, ogni vanità, ogni piccola innocente violenza gratuita. Mi diceva ‘amico, devi prenderti ciò che vuoi quando te lo vedi svolazzare davanti, distratto. Dopo è troppo tardi’, e subito dopo giurerei qualsiasi ricchezza che mi pareva di vederlo ridere, senza troppa premura di non farsi sentire, di restare nascosta nell’ombra della sua immaginazione. Mi si piegava in due dalle risate davanti, sempre nel preciso istante in cui finiva di parlare, qualsiasi cosa avesse appena detto, e mi penetrava con un certo sguardo all’acido fenico che guizzava dalle vene del collo, tenuto di tre quarti, fin sulle increspature delle labbra. E come per privazione ulteriore, ogni volta tornava a ribaltarsi l’espressione scomposta dal corpo, restituendomi le spalle nel rito chirurgico di un gesto armonioso, uno di quelli che vengono così bene proprio perché spontanei, perché non si ha nessun interesse o necessità di prepararseli. Un’espressione d’una sinuosità raccapricciante mi riportava ai fumi evanescenti della lucidità, quantomeno quella sufficiente per lasciarmi l’energia di ipotizzare un nuovo fallimentare tentativo di reazione.
35 febbraio
Qualche minuto dopo cominciai a essere richiesto. Avvertivo la pressione costante d’una tensione continua a basso voltaggio, uno stimolo d’attesa ripetuto continuamente dai fuochi sparpagliati dentro di me, che si aspettavano risposte e considerazione. Avevo sempre pensato che non sarei stato capace, quando me ne fosse stata data occasione, di ripetere gli errori che vedevo al tempo disperdersi nelle brutte facce immerse intorno alla mia. Fu di grande sollievo la sicurezza di essermi sbagliato. Raccogliere l’arroganza, e divenire malattia. Era forse l’attività che più mi allontanava da quelle pressioni, dalla rumorosità di voci silenziose che insistevano pazienti per una risposta, e trascurandole veniva da chiedersi se fosse la cosa più sicura e opportuna da fare. Fortunatamente non lo era, e presto l’inquietudine si deformò in una convivenza forzata di vicendevoli ammonimenti e dispetti reciproci, d’un infantilità sconcertante. Tra quelli che in tutta evidenza dovevano considerare assi nella manica, la loro mossa preferita giocava con la temperatura corporea. A volte mi ritrovavo all’improvviso, senza apparenti giustificazioni, in sudorazioni fredde discretamente spiacevoli. Mi scendevano lente e inesorabili lungo l’ipersensibilità dei fianchi, tiepide irrigazioni pronte ad asciugarsi sulle cellule più impreparate mi abbandonavano allo sconcerto della loro ambiguità termica. Gli attacchi di questo tipo potevano durare per giornate intere, e tutto quel che vedevo di me era la pelle corrosa e arrotondata che mi si inchiodava sul letto del fiume. Il mio cavallo di battaglia, per tutta risposta, restava ignorarle.
34 febbraio
Due giorni con lo stesso motivo ansiogeno della tradizione primo-novecentesca russa. Adesso cominciava a diventare anch’esso parte integrante di me. Nei primi momenti riconobbi in quella melodia una forma e una funzionalità del tutto paragonabile all’arto. E nel girovagare dei pensieri, cominciai a ricordare con profondo senso d’innamoramento l’immagine del braccio terminale annodato su sé stesso prima di distaccarsi definitivamente. Mi provocava adesso in buona sostanza una pulsione irrefrenabile all’autoerotismo, una libido impossibile da soddisfare e pertanto inesorabile. La frustrazione non era più motivo di ansia o autocommiserazione. Era quasi più una sfida. Una sfida decisamente succulenta e pregna della più macabra autocelebrazione. Mi piaceva. Quella musica russa era assurta a sostegno meccanico per pratiche autolesioniste erogene, impossibili da sfogare fisiologicamente, e pertanto eterne. Uno stato infinito di carica erotica in lenta e progressiva accumulazione. Senza traiettorie prestabilite, riuscivo.
33 febbraio
Nessun report sarà mai all’altezza della mia incapacità di trovare la forza per scriverlo. Pertanto mi limito a qualche rapida considerazione. Il tempo ha cominciato a cancellare da solo le sue stesse tracce. Nessuna scadenza a interrompere il mio cammino, nessun segno tangibile dello scorrere dei minuti. L’ultimo appiglio verso una visione che contemplasse lo svolgimento lineare di una linea temporale era dato dallo stesso prosciugarsi del sangue sotto i miei piedi. Nel momento in cui tutto, compreso quello ancora rimasto intrappolato dentro di me, fu secco, non ci fu nessuna ragione di continuare a fidarsi delle abitudini. Il dolore fisico aveva manipolato i confini stessi di riconoscibilità e riconducibilità, pertanto era diventato estremamente difficoltoso tracciare una vera e propria linea di demarcazione tra le sensazioni di piacere e quelle di fastidio. La nuova universale e sempreverde condizione, tuttavia, era tutt’altro che piatta, noiosa o apatica. Ogni singolo istante era sufficiente a sé stesso, e questa mia nuova condizione mi riempiva di serenità, stabilità e progettualità per il mio ritrovato eterno presente. Nuovi orizzonti spalancati da uno stato di confusione biochimica dei trasmettitori neurali e del sistema nervoso periferico. Tutto sommato, ero diventato tossicomane per l’ago della stessa sostanza di cui erano composti i miei ragionamenti, il flusso continuo di pensiero puro, divincolato in piani di profondità paralleli e contemporanei. Da provare.
32 febbraio
I denti del mondo nuovo sperduti nella carne, continuavo a sanguinare. Inspiegabilmente riuscivo a mantenere stampato in faccia un sorriso sufficientemente terrificante da procedere con un nuovo, imprevisto e meraviglioso, senso di disorientamento programmato. Senza accorgermene stavo ascoltando a circolo continuo, senza interruzioni, uno dei motivi più ansiogeni della tradizione primo-novecentesca russa. Mi riempiva di appagamento piazzato chirurgicamente dalle attenzioni della mia immaginazione a colmare i vuoti dello spaesamento e dell’arto mancante. Per terra la chiazza di sangue aveva cominciato a ricoprire l’intero parquet sul pavimento. I listelli di legno avevano anche cominciato ad imbarcarsi, in alcuni punti nell’angolo a nordovest della stanza. Il sangue, filtrato in mezzo alle scanalature geometriche del legno ambrato si era seccato, emanando vapori ferrosi di denso colore violaceo. Sentivo che la mia vita stava cominciando a raddrizzarsi. E senza dubbio pareva appartenermi molto più adesso di prima, tutto quel sangue finalmente libero di decidersi da solo l’oceano in cui andare a morire.
31 febbraio
Il giorno successivo fu una gran bella novità per me. Non che non lo fosse anche il precedente, d’accordo. Ma il 31 corrente mese mi coinvolse particolarmente. Ormai senza un braccio vagavo per il monolocale cercando di riabituarmi al più presto alle normali operazioni della quotidianità. Fortunatamente avevo perso proprio il braccio destro, cosicché non potessi avere modo di azzardare tentativi disperati di proseguire nel flusso di dinamiche e abitudini consuete. Mi si imponeva una trasformazione radicale di ogni mia impostazione e approccio alla vita. Ogni traiettoria era saltata, e ce ne volle di tempo prima di rendermi conto di quanto effettivamente, nella tragedia, avessi avuto un gran colpo di fortuna. Uno di quelli che non capitano a tutti. Quel giorno avrei cominciato il percorso per rendermene conto. In particolare nel momento in cui dovetti far fronte alle esigenze fisiologiche e alle procedure d’igiene personale. Fu una vera rivelazione.
30 febbraio
Undici di sera. Il ronzio della televisione continua a farmi compagnia, nelle ore interminabili dopo la cena. D’un tratto sento qualcosa afferrarmi il polso, correre lungo le vene, massaggiarmi la pelle con fare delicato ma deciso. Il collo, bloccato dal terrore, mi impedisce d’abbassare lo sguardo verso il telecomando, che con estrema naturalezza aveva cominciato a violentarmi. Sentivo l’energia delle batterie confondersi con la mia, creando lievi cortocircuiti elettrici, confusi tra le opposte stimolazioni del ritmo cardiaco e delle pile alcaline. Uno per uno i piccoli tasti di gomma dura sprofondavano all’interno della griglia di plastica del telecomando, scomparendo dentro di me. Non sapevo come reagire, e fu così che non reagii affatto. E probabilmente fu quella la mia unica salvezza. In breve tempo tutto il telecomando mi era rientrato nel braccio, e i suoi movimenti ondulatori, così ritmati, stuzzicavano il muscolo dell’avambraccio con estrema capacità e precisione. C’era qualcosa di profondamente piacevole nella riluttanza che m’ispirava quell’inconveniente così incomprensibile. Chiusi gli occhi e mi abbandonai a quella sensazione paradisiaca, quasi come se finalmente un dito invisibile fosse riuscito ad alleviare un prurito nascosto sottopelle nel punto più inaccessibile delle proprie isterie. Mi vergognavo, per qualche ragione, di quel godimento stupefacente. Appena riaprii gli occhi mi accorsi di non avere più controllo sul mio braccio, che adesso si agitava scomposto in movimenti contraddittori. Nel giro di pochi minuti simulò passi di diverse danze, altri spettacoli di marionette o la gestualità inconfondibili d’un alcolizzato nel bel mezzo del suo ultimo racconto sconcio con gli amici. Lo lasciai andare, e gradualmente cominciò a smettere di darmi informazioni su di sé. Cominciò ad annodarsi su sé stesso, e mi ricacciò nuovamente nel terrore più esasperato. Poco dopo finalmente riuscì a staccarsi, e con passo agile ed elegante, prese ad accarezzare lo schermo della televisione, cospargendo tutt’intorno sul tappeto macchie sempre più ingombranti del sangue gocciolante. Per un ultimo momento mi fissò, mi avvertì che avevo fatto male a tradirlo, che saremmo stati bene insieme, di là. Poi si voltò e con la psicosi in volto sprofondò all’interno dello schermo traslucido. Per non fare più ritorno.
