Ma perché mi scrivi se sono qui?
Tutto appiccicato poi. E comunque ci vuole tempo, non dipende da me. Vedi di darti una calmata che sei ridicolo quando ti fai prendere dagli spasmi, e mi metti pure ansia tra l’altro. Come quando mi cammini intorno quando siamo a tavola: è una cosa che non sopporto, lo sai, eppure me lo fai sempre. Non lo so se lo fai apposta, e t’assicuro che mi viene quasi voglia di pensarlo. Non è possibile, come quando entri in camera e accendi la luce grande, che poi una delle due lampadine è pure fulminata da non so quanto tempo ormai e quell’altra fa una luce biancastra gelida che sembra d’essere in un mattatoio. Mi fa impazzire, sempre per non parlare di quando sposti la roba che butto sul letto sugli scaffali della libreria, sopra i libri o peggio ancora davanti. Ma come fai a non capire che dà fastidio, che poi non si capisce più che libri ci sono in mezzo a quella montagna di casino, no? Non lo capisci? A me non sembra difficile. E quella trovata della polvere di caffè nell’affare per la fonduta per profumare l’aria, così difficile da sopportare per te? Anche se lo so che non ti interessa io ho bisogno di un clima favorevole, e soprattutto delle luci giuste per scrivere. Ti ricordi? Te l’avevo già spiegato, quella raccolta di possibili finali tragici alternativi a tutte le vicissitudini in corso della mia vita, tutte le disgrazie che potrebbero succedere in quello che faccio, così un po’ per superstizione un po’ per divertimento, ma penso possa venir fuori qualcosa d’interessante, tipo quella rubrica che tengo sul blog, dove non so se te lo ricordi ma ho preso l’impegno di commentare i temi forti dell’attualità con due articoli contrapposti, che partono dallo stesso argomento ma arrivano a conclusioni praticamente opposte, studiate però in modo da non rappresentare due filoni di pensiero contrapposti ma da poter essere incomprensibilmente accettati entrambi e allo stesso tempo dallo stesso lettore. Non so se mi spiego, ma tanto a te interessa il giusto, vero? Te c’hai ancora la mitologia del lavoro, te lo dico io, un vero e proprio feticismo, te ne rendi conto? Non ci riesci mica a uscire da quel tranello mentale in cui t’hanno invischiato, anzi te ne vai tutto contento la mattina in giro, vero? A guadagnarti con il lavoro quella miseria che ti permette soltanto di campare fino alla mattina dopo per tornare a lavoro, e così via in un circolo della morte infinito, ma te figurati se questioni qualcosa, se vai a sindacare, tutta roba da intellettuali impazziti, magari pure snob per te, parassiti coi soldi di famiglia. Gente fuori dal mondo, per te, e io non sono certo di meglio, giusto? Vivo fra le nuvole, riesco solo a stressarti, a prendermela con te senza ragione, no? Sono la tiranna io, giusto? Ma mi ascolti o no? Non è così? Amore? Oh! Cazzo stai facendo, sei pazzo?
