In quell’istante aveva appena violato l’embargo internazionale.
Era rientrata nel suo paese sfruttando proprio un convoglio militare che trasportava rifornimenti alle truppe dell’accampamento. Grazie a un suo cugino ammanicato negli uffici dell’amministrazione logistica per le emergenze era riuscita a far posticipare il vero convoglio al giorno successivo al suo arrivo, facendo comunque partire il camion, i cui stemmi del Comando Nazionale d’Intervento non trovarono difficoltà nel superare la frontiera. Il Belgio era a quel tempo ancor più democratico di adesso, celebre in tutto il mondo per la sua eccellente diplomazia, per la burocrazia efficiente e tempestiva e per il suo alto numero di giocatori di scacchi. Rischiò la sedia elettrica proprio per giocare a scacchi.
Molti dei più famosi ed applauditi maestri di scacchi che affollavano le grandi competizioni internazionali erano frutto del glorioso vivaio della scuola scacchistica belga. Ma questo non le interessava più di tanto, la sua partita doveva essere giocata contro il padre, un uomo robusto, dall’aspetto burbero e discretamente alcolizzato e non aveva mai neppure conosciuto le regole di quel gioco che tanto appassionava la figlia; tanto da farla scappare latitante all’estero in una località tuttora sconosciuta anche a chi scrive, dopo esser divenuta oggetto di inquietanti e sempre più ossessive attenzioni da parte dei servizi segreti locali. Appena tornata, si concesse il lusso tanto atteso di una passeggiata notturna lungo i viali della sua periferia, immersa in tutti i ricordi della sua brevissima infanzia, così disperatamente fuori dal comune. Ben presto le nostalgie ritrovarono la serietà e la determinazione del suo viaggio tormentoso, e si diresse verso il vecchio appartamento scalcinato di famiglia. Sua madre e sua sorella erano morte in un incidente stradale poche ore prima, ma nemmeno questo sembrava turbarla più di tanto. Arrivata alla soglia spalancò la porta accostata e vi trovò il cadavere di suo padre appeso per il collo al lampadario, si avvicinò al massiccio tavolo di noce della cucina su cui stava ancora adagiata la prima scacchiera della sua vita. La osservò, pulita come adorava tenerla lei, spolverata e lucidata fino alla sera precedente, come da rituale. Lanciò un’ultima occhiata al viso pallido del padre, sorridendo alle sue vecchie rughe che ancora sembravano cercare una via di fuga arrampicandosi lungo i boccoli cespugliosi della barba.
E si mise a sedere, dalla parte del nero, aspettando.
