34 febbraio

Due giorni con lo stesso motivo ansiogeno della tradizione primo-novecentesca russa. Adesso cominciava a diventare anch’esso parte integrante di me. Nei primi momenti riconobbi in quella melodia una forma e una funzionalità del tutto paragonabile all’arto. E nel girovagare dei pensieri, cominciai a ricordare con profondo senso d’innamoramento l’immagine del braccio terminale annodato su sé stesso prima di distaccarsi definitivamente. Mi provocava adesso in buona sostanza una pulsione irrefrenabile all’autoerotismo, una libido impossibile da soddisfare e pertanto inesorabile. La frustrazione non era più motivo di ansia o autocommiserazione. Era quasi più una sfida. Una sfida decisamente succulenta e pregna della più macabra autocelebrazione. Mi piaceva. Quella musica russa era assurta a sostegno meccanico per pratiche autolesioniste erogene, impossibili da sfogare fisiologicamente, e pertanto eterne. Uno stato infinito di carica erotica in lenta e progressiva accumulazione. Senza traiettorie prestabilite, riuscivo.

33 febbraio

Nessun report sarà mai all’altezza della mia incapacità di trovare la forza per scriverlo. Pertanto mi limito a qualche rapida considerazione. Il tempo ha cominciato a cancellare da solo le sue stesse tracce. Nessuna scadenza a interrompere il mio cammino, nessun segno tangibile dello scorrere dei minuti. L’ultimo appiglio verso una visione che contemplasse lo svolgimento lineare di una linea temporale era dato dallo stesso prosciugarsi del sangue sotto i miei piedi. Nel momento in cui tutto, compreso quello ancora rimasto intrappolato dentro di me, fu secco, non ci fu nessuna ragione di continuare a fidarsi delle abitudini. Il dolore fisico aveva manipolato i confini stessi di riconoscibilità e riconducibilità, pertanto era diventato estremamente difficoltoso tracciare una vera e propria linea di demarcazione tra le sensazioni di piacere e quelle di fastidio. La nuova universale e sempreverde condizione, tuttavia, era tutt’altro che piatta, noiosa o apatica. Ogni singolo istante era sufficiente a sé stesso, e questa mia nuova condizione mi riempiva di serenità, stabilità e progettualità per il mio ritrovato eterno presente. Nuovi orizzonti spalancati da uno stato di confusione biochimica dei trasmettitori neurali e del sistema nervoso periferico. Tutto sommato, ero diventato tossicomane per l’ago della stessa sostanza di cui erano composti i miei ragionamenti, il flusso continuo di pensiero puro, divincolato in piani di profondità paralleli e contemporanei. Da provare.

32 febbraio

I denti del mondo nuovo sperduti nella carne, continuavo a sanguinare. Inspiegabilmente riuscivo a mantenere stampato in faccia un sorriso sufficientemente terrificante da procedere con un nuovo, imprevisto e meraviglioso, senso di disorientamento programmato. Senza accorgermene stavo ascoltando a circolo continuo, senza interruzioni, uno dei motivi più ansiogeni della tradizione primo-novecentesca russa. Mi riempiva di appagamento piazzato chirurgicamente dalle attenzioni della mia immaginazione a colmare i vuoti dello spaesamento e dell’arto mancante. Per terra la chiazza di sangue aveva cominciato a ricoprire l’intero parquet sul pavimento. I listelli di legno avevano anche cominciato ad imbarcarsi, in alcuni punti nell’angolo a nordovest della stanza. Il sangue, filtrato in mezzo alle scanalature geometriche del legno ambrato si era seccato, emanando vapori ferrosi di denso colore violaceo. Sentivo che la mia vita stava cominciando a raddrizzarsi. E senza dubbio pareva appartenermi molto più adesso di prima, tutto quel sangue finalmente libero di decidersi da solo l’oceano in cui andare a morire.

31 febbraio

Il giorno successivo fu una gran bella novità per me. Non che non lo fosse anche il precedente, d’accordo. Ma il 31 corrente mese mi coinvolse particolarmente. Ormai senza un braccio vagavo per il monolocale cercando di riabituarmi al più presto alle normali operazioni della quotidianità. Fortunatamente avevo perso proprio il braccio destro, cosicché non potessi avere modo di azzardare tentativi disperati di proseguire nel flusso di dinamiche e abitudini consuete. Mi si imponeva una trasformazione radicale di ogni mia impostazione e approccio alla vita. Ogni traiettoria era saltata, e ce ne volle di tempo prima di rendermi conto di quanto effettivamente, nella tragedia, avessi avuto un gran colpo di fortuna. Uno di quelli che non capitano a tutti. Quel giorno avrei cominciato il percorso per rendermene conto. In particolare nel momento in cui dovetti far fronte alle esigenze fisiologiche e alle procedure d’igiene personale. Fu una vera rivelazione.

30 febbraio

Undici di sera. Il ronzio della televisione continua a farmi compagnia, nelle ore interminabili dopo la cena. D’un tratto sento qualcosa afferrarmi il polso, correre lungo le vene, massaggiarmi la pelle con fare delicato ma deciso. Il collo, bloccato dal terrore, mi impedisce d’abbassare lo sguardo verso il telecomando, che con estrema naturalezza aveva cominciato a violentarmi. Sentivo l’energia delle batterie confondersi con la mia, creando lievi cortocircuiti elettrici, confusi tra le opposte stimolazioni del ritmo cardiaco e delle pile alcaline. Uno per uno i piccoli tasti di gomma dura sprofondavano all’interno della griglia di plastica del telecomando, scomparendo dentro di me. Non sapevo come reagire, e fu così che non reagii affatto. E probabilmente fu quella la mia unica salvezza. In breve tempo tutto il telecomando mi era rientrato nel braccio, e i suoi movimenti ondulatori, così ritmati, stuzzicavano il muscolo dell’avambraccio con estrema capacità e precisione. C’era qualcosa di profondamente piacevole nella riluttanza che m’ispirava quell’inconveniente così incomprensibile. Chiusi gli occhi e mi abbandonai a quella sensazione paradisiaca, quasi come se finalmente un dito invisibile fosse riuscito ad alleviare un prurito nascosto sottopelle nel punto più inaccessibile delle proprie isterie. Mi vergognavo, per qualche ragione, di quel godimento stupefacente. Appena riaprii gli occhi mi accorsi di non avere più controllo sul mio braccio, che adesso si agitava scomposto in movimenti contraddittori. Nel giro di pochi minuti simulò passi di diverse danze, altri spettacoli di marionette o la gestualità inconfondibili d’un alcolizzato nel bel mezzo del suo ultimo racconto sconcio con gli amici. Lo lasciai andare, e gradualmente cominciò a smettere di darmi informazioni su di sé. Cominciò ad annodarsi su sé stesso, e mi ricacciò nuovamente nel terrore più esasperato. Poco dopo finalmente riuscì a staccarsi, e con passo agile ed elegante, prese ad accarezzare lo schermo della televisione, cospargendo tutt’intorno sul tappeto macchie sempre più ingombranti del sangue gocciolante. Per un ultimo momento mi fissò, mi avvertì che avevo fatto male a tradirlo, che saremmo stati bene insieme, di là. Poi si voltò e con la psicosi in volto sprofondò all’interno dello schermo traslucido. Per non fare più ritorno.

29 febbraio

Il rombo improvviso dei grossi reattori dell’aereo di linea squarciò il silenzio marmoreo del mio terrazzo. Voltai lo sguardo verso l’alto, per rincorrere il mostro lungo le sue rotte prestabilite, stavolta quasi a volerlo ringraziare del momento di lucidità che aveva regalato ai nervi. Fino a quel momento ero rimasto seduto su una delle neroverdi sedie di plastica da esterno, sistemata sopra il tavolo per riuscire a farmi intercettare dagli ultimi raggi di sole che ancora non si erano lasciati fermare dal muro d’ombra del tetto. Continuavo a fissare la finestra dell’ufficio di fronte, cercando di ignorare i brividi di freddo che nonostante tutto tornavano spesso a tormentarmi. Fumavo distrattamente, senza averne né voglia né necessità, in attesa che arrivasse la comunicazione che ormai da molte ore stavo aspettando con ansia. La comunicazione poi non arrivò mai, ma è anche vero che dopo pochi minuti non la stavo più nemmeno cercando, rinfrancato dal calore domestico del termosifone. E fu così che diventai grande.

28 febbraio

La musica si fa quieta, all’ombra di un nugolo impazzito di parole infrante da sonorità dimenticate e pensieri riluttanti a sé stessi. Il rumore delle dita si mescola al suono del vomito e prosegue ondeggiando lungo perimetri prestabiliti di consueta improvvisazione. Ogni report di quei momenti non sarà mai sufficiente. Pare proprio che non si possa rimettersi inermi alla propria sorte, ma che si debba quantomeno trovare la voglia di pianificare le proprie evasioni, e forse anche questo va al di là della mia forza di volontà. Mi sento provato dall’idea di potermi terrorizzare immaginando di essere messo alla prova, o di mettermi alla prova da solo, pertanto forse sarà più difficile del previsto trovare certe determinazioni, coglierle nell’aria. Ordinare i respiri, e comandarne l’applicazione ai movimenti delle dita. Non dovrebbe essere così difficile. Non gli dovrebbe essere permesso, in nessun caso, essere difficile. Non se lo merita, nessuno. Dunque, secondo te per quale ragione eravamo ultimi in classifica ieri sera? Non posso credere riguardi il nostro livello di cultura generale, piuttosto deve avere a che fare col fatto che gruppi numerosi di persone, per quando così profondamente idiote considerate singolarmente, messe insieme mutano identità. E non si fanno domande ulteriori. Riescono, così semplicemente, distraendosi. Le parole divorano.

27 febbraio

Mi alzai dal mio tavolo, lanciando un’ultima occhiata all’incrostazione di cibo nascosta sotto la tovaglia già da molto prima del mio arrivo, e uscii finalmente soddisfatto. C’era qualcosa di così profondamente umano, in quel piccolo segno nascosto, da fornirmi un appiglio. Avevo un disperato bisogno di un segnale, l’ammonimento di un piccolo e insignificante errore di sistema, che potesse ricordarmi il motivo per cui avevo rinchiuso un pesce rosso in una piccola vetrina rotonda, così stupida quanto perfettamente imprevedibile. Avevo bisogno di ripensarci, di ricordarmi quell’immagine, di tornare a navigarci dentro, accennando qualche timido passo di danza a braccetto col pesce rosso e quei fantastici bruscolini di cibo che mi ero tirato da solo pochi istanti prima. Non potevo farne a meno, per via delle crisi. Riusciva ad apparirmi tutto così inquadrato da terrorizzarmi, disorientarmi. Ogni linea retta della mia vita ha contribuito al sovraccarico di ogni forma di navigazione; capitava spesso che mi riaffiorasse alla mente l’incubo di dover vivere dentro la boccia immerso in uno strano liquido vinoso e confusionale, cercando disperatamente di dimenticare l’ossigeno e ogni sua violenta imposizione fisica. A passo di marcia, mi esibivo in orbite ellittiche, proiettate intorno a un centro gravitazionale immaginario, al centro della boccia. E il resto non conta. Conterà più tardi, quando alzando la tovaglia non troverò tracce di anomalia, marce ungheresi, piroette cronologiche disposte in parallelo ai miei stessi, confusi, distaccamenti. Di nuovo, da capo la marcia, risuona nel caffè. Brucia, violento.

26 febbraio

Quando per la prima volta conobbi mio figlio, l’eco di una vecchia marcia militare ungherese filtrava dallo spiraglio di una lontana finestra lasciata socchiusa dalle temperature roventi dell’estate. Sonorità incerte mi si stuzzicavano in mente, a contorno del turbinio violento di esplosioni confuse, responsabilità, rabbia e sensi di colpa. In mezzo agli occhi, stampata la fotografia di un quattordicenne perfettamente normale, quasi patetico, altrettanto confuso. Lo presi per mano e cominciammo a camminare, diffidando l’uno dell’altro come due estranei stritolati in una conversazione obbligata a casa di un amico comune. Le note determinate della marcia per la prima volta intimorite dal silenzio impetuoso delle ultime ore di luce. Ci volle qualche altra ora prima che entrambi ci rendessimo conto che nessuno dei due avrebbe mai avuto intenzione di introdursi all’altro. E per il momento ci andava bene così. Non potevo fare a meno di fissarlo, di stupirmi di quanto non avesse assolutamente niente di particolare, nascosto da qualche parte sotto il maglione di lana, o i jeans sabbiati tenuti alti in vita dal quarto buco della cintura. Come da rituale, mi venne in mente soltanto d’andare a prendere un caffè e così fu, tanto per ossequiare la tradizione della mano stretta intorno alla sua. Me lo trascinai dietro fino al primo bar con i tavolini all’esterno, tra un’occhiata e l’altra della sigaretta che mi si consumava nervosa tra le dita. Accavallai le gambe sulla sua faccia annoiata, appoggiandomi saldamente allo schienale della fresca sedia di metallo. Il caffè aveva l’aria d’esser stato partorito di fretta, come quell’oscura controfigura che mi si parava a ostacolo tra la vita reale e il suo successivo momento di noia mortale. Il liquido viscoso nella tazzina si increspava con la geometria sinuosa d’un metronomo fedele, e mi sputava in faccia vibrazioni convinte di fumo e umidità. Notai che la sua fronte sembrava arricciarsi ogni volta che la mente mi trasportava verso l’idea di sua madre, e ancora non ero sicuro di quanto fosse consapevole che non avevo alcun sospetto di chi potesse essere quella donna. Le sue espressioni predeterminate mi prosciugavano fino all’ultimo istinto violento, rassicurandomi di frustrazioni, paranoie. Sembrava proprio che qualcuno l’avesse messo a conoscenza del copione, che avesse imparato le battute e che ne seguisse l’evoluzione con il distacco professionale di un commediografo navigato. Non ero sicuro di quanto si sentisse protagonista e quanto spettatore, della sua stessa vita. Mi fece tornare alla mente il gioco a cui ricorrevo da ragazzo per ristabilire i nervi subito dopo gli attacchi di panico. Da che mi possa ricordare, era tutta la vita che soffrivo di quelle crisi, e l’unico modo per riuscire a placare le mie isterie adolescenziali era un gioco. Convincersi, intimamente, con tutta la dedizione che incatena un artista alla più promettente delle sue opere, di vivere ogni singolo istante della propria vita come il protagonista del libro dai cui se ne potrebbe trarre ispirazione. Come un personaggio fedele rimettersi alle dita paterne dello scrittore, rassicurato dalla sua buona volontà, libero dal morso pressante del senso di responsabilità, del libero arbitrio e di tutti i suoi seguaci. Rimettersi, completamente, nell’attesa di cosa succederà dopo, di quale sarà la prossima assurdità partorita da una mente illuminata, capace di catapultarti in un vortice scombinato di sfortune talmente atroci e grottesche da non potersi sospettare di essere vere. In quel momento, appoggiato al fresco schienale della sedia metallica del bar, rivedevo incarnate fino all’ultima delle mie contraddittorie simultaneità. Entrambe le nostre tazzine avevano tutta l’aria d’essere possedute da un impercettibile demone musicale, come fosse talmente forte e persistente da riuscire a manifestarsi soltanto sotto forma di un soffocante silenzio assoluto. Il soffio tenue di vapore che sprigionava dalla ceramica bollente della tazzina sembrava rievocare l’umore di un detenuto sulla via dell’evasione, e mi lasciava preda di un certo irripetibile senso di inferiorità. Dall’altra parte del tavolo, altre due rètine impazzite seguivano stordite quello stesso soffio di vapore, le oscillazioni che disegnava in aria sublimandosi, e le stesse dita ustionate a stritolare la ceramica, irridevano in vampe nervose di urlante sottomissione. Chissà chi poteva essere quella donna, quella che tanto si dimenava per deformargli la fronte, ogni qual volta mi azzardassi a sfiorarla col pensiero. Di certo avrebbe avuto un aspetto almeno più umano dei nostri, magari di una calorosa vitalità, sanguinosamente ferita dalla violenza domestica d’un secondo binario, fatto di depressioni e fotografie; niente di originale in realtà, ma credo proprio che sarebbe potuta essere lei. O magari la commessa della tabaccheria, quella che ogni volta insieme al resto mi faceva trovare sul bancone l’accendino di quel colore osceno che compravo soltanto io e che l’aveva fatta innamorare. O forse di meglio, la bella cameriera del bar, che con le dita affusolate da poco più che ventenne veniva a portarmi il conto. Un bastardo foglio di carta, niente di più d’uno sputo d’inchiostro, che mi si avvinghiava intorno al collo. Ora che, di nuovo, di caffè non si sapeva più quanti pagarne, e nessuno di quelli aveva di certo l’aria del protagonista.

97 febbraio

Una grossa palla di lardo inglese, un groviglio di caviglie stese sull’attaccapanni che mi fissano vestite con tutine attillate di varie sfumature primarie confuse l’una con l’altra, mi guarda dal terrazzino della cucina, un pomeriggio di tempo giallo, con la sua faccia tratteggiata a colpi di polsi slogati e puntini a olio sfuggiti alla sfera della biro tossica, un vestito elegante, lucido come il marmo, che si piega in avanti e indietro ai colpi leggeri del vento, e osserva il collega nel lavoro più meschino che si possa concepire mentre lentamente l’attaccapanni si allontana e una stretta di mano congelata ritorna sulla bombetta del nostro uomo violento, un sorriso molto più secco e ravvicinato, uno spessore impercettibile d’aria sospesa che mi trascina nel vuoto e rende omaggio riverente al Dio del Silenzio, incappucciato nell’anticamera davanti al cadavere di mia sorella legata mani e piedi a un traliccio del Bosforo trasportato per l’occasione dall’equipe di sicari dalla suola elementare morbida come il pane ammollo, il termostato segna il galleggiamento con tocco distratto e accondiscendente, quasi un’intesa segreta, il segno del tradimento che pende al chiodo della cucina accanto al calendario, il corridoio senza balaustra mi riporta indietro di una settantina di secondi e tutto ritorna ad allontanarsi gradualmente, senza conoscere gli autori del programma mi dimentico del corpo, mi butto in mezzo alla stanza senza nessun segno di orgoglio o dignità, l’autocontrollo in persona che s’inginocchia davanti alla statuina di Mercurio e chiede udienza, riporta le raccomandazioni prima in ordine d’importanza e poi in ordine alfabetico, come previsto dalle richieste ufficiali, dal protocollo di servizio per i casi disperati delle emergenze, una piccola coroncina d’alloro dorato che pende sulle orecchie del Signore e storcendo gli angoli della bocca in su o in giù decide del futuro dei piccoli contadini delle capanne di paglia fuori dalle mura, un sorso d’uva freschissima lo fa andare liquido di corpo proprio sul velluto dell’ottomana e dalla scompostezza delle sue risate la piccola ampolla con il nobile metallo fuso va a rompersi sulle mattonelle scure e rinforzate della stanza, l’attaccapanni si piegò a metà e lasciò scendere il signore delle caviglie che con pochi passi si avvicinò al mio orecchio, mentre la colombina inglese con la bombetta rassettata sui trecento chili di carne fetida mi risollevava con i movimenti delicati d’una masturbatrice colombiana appena scesa dall’aereo, venne all’orecchio e mi chiese come mai la pelle del suo amico in fin dei conti non puzzasse per niente, e un rigagnolo di sigaretta si formò in mezzo alle sue scarpe lucide rinchiudendo la stanza in un odore tanto penetrante e aspro da fare reazione con il mercurio morto evaporato e abbastanza per lasciarmi la bocca piena di risposte e verità, a tal punto da spingerlo fino al vecchio fumetto cinese del bue e dell’albero fiorito, tirandomi per la mano, e al posto della tavola vuota, da cui m’aspettavo consolazione, si trovava un uomo, insaponato da capo a piedi, senza uno dei lati del collo a chiudere il perimetro della grossa corporatura, e da quello spiraglio di collo mancante usciva una mezza fila di denti nerissimi e forati da parte a parte in più punti, che il piccolo uomo delle caviglie raccolse uno a uno per infilarle in uno spago spinato che aveva trovato dentro un cassetto, con mio grande stupore la mise al collo dell’uomo con la bombetta e cominciarono a baciarsi, in mezzo alla stanza, mezzo appoggiati sul nero tavolo apparecchiato senza tovaglia, mentre ancora l’inglese mi teneva sollevato, seppur con molta più evidente tensione di prima, l’attaccapanni si riaprì e con un solo movimento ci finii sopra senza nemmeno rendermene conto, schiaffato dall’uomo con gli occhi chiusi e tre quarti di collo sospesi nel mercurio combinato disposto con il rigagnolo di sigaretta, che continuava a svaporare sempre più minaccioso, sempre più voluminoso, sempre più veloce davanti agli occhi ammutoliti del calendario, e da sopra l’ottomana staccavo grappoli di pinze per i panni che molto spesso si rigiravano in gola e mi lasciavano senza il fiato necessario per seguire gli sviluppi della scena, volli provvedere a questo fastidio lasciando masticare dal rigagnolo i grappoli per infilarmeli in bocca già disossati, e per quest’inventiva e prontezza di riflessi mi meritai un’occhiata niente male dal piccolo sguardo attillato lucido dell’uomo delle caviglie, che dopo pochi secondi tornò a centrare con movimenti predestinati della sua lingua chirurgica la faccia molle dell’inglese che teneva stretto a sé, a quel punto il tempo giallo regnava sovrano sui miei capelli e si decise che dovesse essere osservato il riflesso arancione scuro, un colore nobile e prestigioso, quasi dorato, che un piccolo filo ramato del sopracciglio sinistro attirava sulla mia fronte per servirlo al palato di tutte le pupille del Monastero, e quando se n’ebbe abbastanza, la sigla d’un patto d’acciaio rinchiuse in un colpo solo tutti e tre i suoi fratelli in un negozio d’amore nero.