Punteruoli d’acciaio, grosse scimitarre di cartone, battiti incerti sugli anelli in combustione, sfilate di moda squittivano sazie sullo stomaco dei pisciatori, sul palcoscenico si alternavano cabarettisti sordociechi prendendosi a colpi di bastone bianco e lacrimando rantoli di scuse e costernazione dal vetro lattiginoso degli occhi. Ragazzine festanti applaudivano risate scomposte e mi lanciavano dalla platea popcorn caramellati incendiari sulla camicia di cotone. Cercavo di raccoglierli sollevando i lembi della camicia e chinavo la testa sotto i sedili per piangere i dispersi, mentre altro caramello mi si proiettava addosso al sudore del collo in confuse ombre viscose. Scricchiolii sconcertanti lamentavano i tiranti del sipario fin sugli snodi dei tubi innocenti, tra gli sguardi affilati dei macchinisti. Dietro le quinte due impresari masturbavano ritmicamente il regista, rigando la pelle irrigidita con i grossi anelli d’ottone conficcati nei pollici. Potenti scariche di scintille evacuavano il vetro infranto di un faro di scena, mentre con un braccio sui popcorn mi arrampicavo tra i rumorosi seggiolini di legno cercando di accendere una sigaretta con un cavo elettrico scoperto. In lontananza, il cane guida di uno dei cabarettisti si specchiava in una boccia da pescerosso piena di minuscoli bambini di polistirolo, che scorrazzavano urlando in preda al panico per sfuggire a una lunga cannuccia di alluminio che li risucchiava dentro scatoloni di frigoriferi e televisori al plasma. Una grassa massaia scivolava lungo gli stretti corridoi sfoggiando una parannanza macchiata di brodo e un cestino di frutta secca da rifilare a qualche storpio annoiato, ma procedeva senza criterio e continuava a importunare la solita decina di ragazzine delle ultime file. Una guardia giurata fece il suo ingresso pistola alla mano spalancando la porta a vetri della sala con un calcio, poi esplose un colpo in aria suscitando l’ilarità generale. Alcuni precursori svitarono i seggiolini dal pavimento voltandoli all’indirizzo dell’uomo armato, seguiti a ruota in pochi secondi dal resto degli spettatori. I cabarettisti percepirono la comparsa e si misero a immaginarsene la figura seduti sul palco a gambe incrociate, mentre il fascio di luce del faro principale correva a vuoto lungo il pavimento e le pareti della grossa sala nella disperata ricerca di un protagonista. La guardia giurata se ne accorse e esplose un secondo colpo verso il faro, prendendolo di striscio per andare poi a frantumare la cannuccia di alluminio. Fiotti di bambini di polistirolo colati giù dal palco scorrevano per terra controcorrente, risalendo la discesa delle mattonelle per confondersi con i popcorn sotto il sedile e lasciarsi avvolgere dal tocco materno della mia camicia umidiccia e untuosa. Il più piccolo di loro si staccò di bocca il ciuccio di gomma e lo rimpiazzò con un fischietto a ultrasuoni che rimbombò nell’aria gelida comprimendo le tempie dei più attenti. Caddi svenuto sul pavimento, e riaprii gli occhi solo quando il livello del fango dei mocassini cominciò a saziarmi le mucose delle guance. Rialzai la testa sull’orizzonte della scena; la guardia giurata si era appena sparata un terzo colpo sul ginocchio e un quarto dritto sul pomo d’Adamo, e si dissanguava dal ridere. Gli impresari riuscirono finalmente a far venire il regista, che si accese una sigaretta e crollò addormentato tra le loro braccia umidicce. Un lungo applauso e ce ne andammo tutti a casa.
48 febbraio
Fuori da quella casa mi ritrovai strattonato dalla sera e dalla pioggia battente della strada. Tornai di nuovo a reclinare l’ombrello in avanti sul capo; perduto nell’immagine di un cappello da cowboy, la mano sulla fondina e l’inquadratura a mezzo busto sullo sfondo dei cactus, la fissavo dall’altra parte della strada, osservarmi rinchiusa nel cappuccio impermeabile. Non sapevo come comportarmi, ma per fortuna sul momento non ci feci caso e aspettai immobile per un attimo che le macchine continuassero confuse a dividere i nostri marciapiedi. Ci incamminammo verso il cofano lasciato volutamente deserto e complice della sua automobile, con l’incertezza tipica delle situazioni consapevolmente pianificate, e continuai a tenermi il cappello tutto per me, in avanti sul capo in attesa della venuta del Dio Sceriffo che mi lasciasse il ritmo di una battuta sagace e la testa del cane schiacciata sul pollice del copione. Mi portò via di peso, ancora combattuto, tenuto sotto chiave dalla fronte in codice e dal passamontagna. Avevo provato come fosse vivere senza quel passamontagna, giusto qualche ora prima, e ne ero uscito con la nausea infilata a forza nello sfintere delle pupille e il vomito che mi premeva in gola. Il resto della notte fuggì via come briciole nell’esofago di un grosso cane bagnato di vino bianco e acqua tonica; strappai trecento metri alla mia macchina, mi ingozzai di verdure combinate a casaccio nella scodella e svenni sul letto in bombole di reflussi e chiave del gas aperta. Mi svegliai dall’odore di carne abbrustolita, con la lampadina accesa che mi era caduta addosso. Mi tolsi i pantaloni barcamenando sul perno del gomito, e sfilai il passamontagna. Mi tenni ferme le due grosse palle rosse degli occhi con la punta delle prime due dita disponibili, lasciando frizzare il dolore dei brandelli rosso accesi di carne incrostati negli zigomi e sul collo. Senza protezioni, una mattinata senza tempo mi consegnò alla sudorazione di qualche nuova avventura. Restai incinta e mi abortii sul momento, pisciandomi nel lavandino con la testa colata lungo lo specchio. Sul comodino, la faccia deformata in sussulti di gomma e plastica spiegazzata mi controllava senza vita, dall’alto del suo sguardo da pesce. Compatendomi.
47 febbraio
Uscii solo dal bar e me ne andai verso il klan. Tardo pomeriggio, giornata piovosa, ombrello reclinato in avanti sul capo per discrezionalità e passo senza volto, mi fermai davanti alla porta di casa di uno degli affiliati, lanciai un occhiata al marciapiede e ci scaraventai sopra una pozza di mozzicone galleggiante. Dentro, si stava già consumando. Mi tolsi il cappotto, raggiunsi il bagno e vomitai facendo attenzione a non ripulirmi subito dopo. Nel suo specchio arrugginito il nerolucido slabbrato degli occhi logorava i piccoli contorni azzurri in profonde guerre di predominio. Nella sala, il grosso neon penzolante annusava i confratelli; seduti in cerchio a occhi chiusi tastavano i rispettivi foglietti degli appunti sognandone appendici bibliche e postfazioni geometricamente allineate. Le dita si spostavano a proprio piacimento sulle righe, avanti e poi indietro, inseguendone gli orgasmi perduti nell’odore penetrante di chiuso e nel fetore delle fuoriuscite involontarie di liquidi organici e sudore lubrificante. Uno di loro tirò indietro la sedia di colpo, si slacciò i pantaloni e cominciò a misurarsi il cazzo con il volume di paleoantropologia, contando il numero di pagine sui centimetri arrossati. Presi posto nel cerchio, senza farmi notare, e con una grossa enciclopedia a portata di mano presi a fare lo stesso tralasciando di annotarne i risultati. Con l’altra mano cominciai a tastare numerose frasi di senso incompiuto. Senza pensarci due volte compresi il valore della sensibilità femminile nella fila all’ufficio del catasto, mi convinsi dell’inadeguatezza dei mammiferi di fronte alla ginnastica artistica del lunedì pomeriggio e dell’importanza dell’autostima nel perlage dello champagne. Uno schizzo di spumante mi bagnò gli zigomi nudi, e cominciai a rimpiangere i bei tempi andati di palpebre funzionanti. L’arabesco intricato di muscoli facciali scoperti frizzava come piombo fuso sulla nuda mandibola di un esiliato. Mi alzai di scatto lanciando nel vuoto l’occhio sinistro, e corsi nuovamente al bagno per vomitare. Stavolta senza fare attenzione ad accendere la luce, seppellii il vecchio pasto sotto una seconda crosta di gengive scoperte. Vidi una camicia tagliuzzarsi il cazzo di baguette con un coltello da cucina, mentre sul lavabo si spezzettava l’aglio per recuperare le energie di una lettura impegnativa. Intuii l’andazzo e abdicai.
46 febbraio
La mattina seguente mi risvegliai nella cella silenziosa, immerso nelle chiazze di bava prive di conoscenza. Disteso sui polmoni, il cranio a battiscopa segnava il confine tra la sabbia e il cielo scrostato. Sulla soglia della porta, intravedevo le timide luci biancastre dei neon nel corridoio, sorvegliate a vista dalle braccia conserte della maestra. Si diceva fosse la madre del veterinario, sebbene l’aspetto giovanile di lei sembrasse tradire qualche sotterfugio privato, nascosto tra i loro corpi infranti. Puntai i pugni sulla geometria perfetta di un cerchio rosso fuoco di vomito venato di sangue, e mi rialzai sniffando le prime fatiche della mattinata. Un ferro da stiro mi colava lungo la schiena, coprendo col vapore i segni delle grattugie della buonanotte, e finalmente ottenni udienza presso la vigilante di guardia. La maestra si accese una sigaretta con la bocca ancora piena di tonno e pomodoro, tirò su col naso e mi mostrò le scale antincendio della piramide. Senza fare questioni, la presi per il collo e la trascinai alla mangiatoia, un piccolo bar vecchio stile coronato di piastrelle opache e spine verde pastello. Ordinai due scatole di caffè all’ingrosso, ne versai la prima nella tasca dei pantaloni e la seconda in una tazzina rigata, allungandola fino alla mascella per annusarne l’inconsistenza. La maestra mi fermò la mano dolcemente. Puzzava ancora di tonno unto, si tolse un gessetto colorato di rosso dalla calza e mi segnò una croce sulla fronte. Si sfilò il tacco e ne estrasse con cura un bisturi dalla suola, richiamando d’esperienza tutte le mie attenzioni. Lasciò che mi specchiassi per un istante nell’acciaio della lama, poi aprì la bocca e partendo dall’estremità nascosta nella profondità della gola cominciò a segnarsi lentamente la lingua, con ipnotici movimenti ondulatori. Con l’altra mano mi strinse i capelli e mi schiantò il profilo sinistro sul tavolo, tenendosi a portata l’altro orecchio. La lama perforò la prima superficie della carne e ne lasciò fuoriuscire una tiepida marmellata maliziosa, che prese a scorrermi sotto il timpano, tagliandomi fuori da ogni rumore di fondo. Il silenzio improvviso durò poco, lasciando il posto a un fischio sempre più insistente che rapidamente si sfogò a tutta velocità sulle rotaie delle mie meningi. Mi premeva la testa sul tavolo e strabuzzando gli occhi non potevo far altro che aspettare il passaggio dell’ultimo vagone del treno. Nella carne solo il desiderio di quella brezza gelida di vento che subito dopo un treno altavelocità sbatte in faccia ai pendolari ammucchiati dietro le linee gialle mozziconi di cicche e cartacce varie lasciate cadere sulle rotaie dalle tasche rigonfie dei turisti. Cercai di riaddormentarmi, scivolando addosso al dolore e all’insistenza, ma le dita mature della maestra cominciarono a carezzarmi le palpebre cianotiche. Come cercai di guardarla, con l’altra mano impugnava ancora il bisturi, mi sollevò un lembo di carne dagli occhi e lo inchiodò con forza al tavolo perforandolo con la lama. A quel punto mi misi a ridere, e combattendo la singolarità di quella posizione forzata alzai un braccio e lo mandai a raccogliere l’abbraccio della maestra. Mi baciò la lingua delle unghie e aspettò al mio fianco il passaggio del treno.
45 febbraio
L’ultima cella della piramide era la stanza dell’incantatore. Un vecchio animale di cattività, ricamato intorno a eleganti abiti lunghi violacei, varcò la soglia per chiedergli informazioni e si trovò straniato da un particolare senso di familiarità, conficcato di forza nel bulbo oculare al posto dell’occhio sinistro, insieme a una moneta arrugginita. Lira lituana, di quelle più grandi, leggera come fibra di carbonio. L’incantatore si guadagnava da vivere praticando ripetizioni di latino e greco, sodomia e travestimento, anche se tutto il mobilio pregiato e la collezione di quadri se li era pagati facendo l’informatore. Chiunque avesse bisogno di qualche dritta, sapeva di poter contare sulla discrezione e sulla curiosità di quella vecchia cariatide deforme. Lo chiamavano incantatore per la sua rinomata abilità nel comunicare con i testicoli. Nel tempo trascorso in sua compagnia, si diceva che i testicoli emanassero vapori di putrefazione, nel tentativo disperato di ribellarsi a un padrone cui non riconoscevano tanta autorità come all’incantatore. E non mancava mai gente disposta a sborsare onorari drammatici pur di provare l’eccitazione di quell’estraniamento corporale. Non avevo mai fatto prima di allora la donna delle pulizie, e fu col detersivo nelle vene che per quel secondo lavoro smisi di mangiare carne animale. L’aria di un profondo senso di rispetto nutriva le frizioni dei gomiti, colandomi addosso con rapidi colpi di spugna. Il fetore profondo della sua voce penetrava nelle vertebre e ogni volta mi faceva perdere l’equilibrio per qualche minuto, come se mi fossero arrivate in faccia una trentina di palate consecutive di escrementi, smanacciati di fretta dal fondo della gabbia di uno zoo da una squadra di muratori senegalesi con le labbra ingiallite dal fumo e dai reflussi intestinali. Nella sua cella si respirava sabbia umida e calcinacci; mi si era fulminato il rene sinistro da un calcolo grosso come un pompelmo, così mi visitò. Mi appoggiai al bancone da macellaio adibito a scrivania, carezzando le incrostazioni di sangue con il grembiule di servizio. Mi tolsi i vestiti fino a sentire il brivido di freddo trasferirmisi addosso telepatico dalla grossa moneta lituana. Sentivo il riflesso distaccarsi dall’alluminio e corrermi sulla pelle come un vitello rimesso in libertà dopo l’avvelenamento della carne, per una dose combinata di fretta di vaccino e steroidi. Uno spettro di frizzante impiccagione mi gelava i pori della pelle, segnando vampate di pneumatici sui tessuti a disposizione, fino a sprofondare dentro di me, tra i nervi e le vene con sussulti euforici di freno a mano. L’incantatore mi avvolse il pompelmo, lo riempì di saliva e lo trascinò con sé fertilizzato. Cominciò a grattarmi la superficie inferiore del pene con le otturazioni dei denti di sotto, e senza rendermene conto eiaculai di nascosto il fumo della sigaretta, la cenere caduta sul letto a segnare le macchie di incontinenza, e poi pisciai il mio terzo testicolo. Con affetto materno, raccolse dalle mattonelle polverose del pavimento l’ovetto schiacciato alle estremità, strofinò le fresche venature pulsanti portandosi con l’unghia del pollice i granuli espulsi dai miei reni sulle gengive, per poi schiacciarli sotto i denti e farne fuoriuscire il succo. Ne bevve due, e piazzò i restanti in un raffinato calice conico di vetro da aperitivo. Recuperò quanto possibile dal pavimento e dal bancone da macellaio, conficcò il testicolo in uno spiedo, leccò il bordo del bicchiere e ultimò il tutto con un velo di sabbia e polvere dei calcinacci. Dopo raccolse lo sguardo e me lo conficcò nelle pupille insieme a una piega sulle labbra appena percettibile, tamburellando col mignolo sul basso ventre a tempo di denti in bella vista. Presi i miei resti dal grembiule, mi lasciai cadere lungo il muro e crepai in un sorso. Servito freddo.
44 febbraio
Ogni parola luccicava nello stormo sudicio dei pensieri, stordite dal fiato a gasolio degli avvoltoi scaraventati a corpo morto sulle scaglie di cranio intorno alla carcassa. Li seguivo da lontano, cercarsi le prede più succulente in mezzo ai grossi sacchi neri. Il pergolato filtrava dai grossi squarci della plastica bruciata; scorrazzava a passo di piombo lungo le rigature impotenti del mosaico di vene rigonfie, ancora imperturbabili a sovraffollarmi il braccio. I vapori delle fognature si infilavano nelle tasche, con le unghie tiepide mi accarezzavano i polsi irrigiditi; annodando le dita unte, stretti cordini di vetro mi laceravano la pelle screpolata dei polsi con l’insistenza di un morboso cappio interdentale sovreccitato. Distratto dalle bolle di ghiaccio e benzedrina che pendevano sotto le palpebre, un sordo brivido di freddo trascinava con sé la voglia strappalacrime di correre da sdraiato. In mezzo ai sacchi, inchiodavo ai cartonati della scenografia il grosso impermeabile nerolucido del mio nuovo veterinario, che mi contraccambiava espressioni senza volto con l’ombra di un cappello reclinato su quello che doveva essere il naso. Dalle gambe incrociate sulla sigaretta evaporavano strane condense rossastre; ogni vampata di quella merda veniva da me a pretendere il pegno, e per il fascino di una qualche insolita violenza domestica mi risucchiava di bocca tanta saliva quanta ne mancava alle mucose della sua nicotina, lasciandomi sotto la lingua solo il sapore ferroso del sangue che si lasciava sgocciolare lungo i riflessi violacei dell’impermeabile. Senza interesse disdegnava lo stormo d’avvoltoi, che dal riparo delle sue spalle stracciavano impuniti gli ultimi rimasugli di carne dagli zigomi di qualche straccione malcapitato. Di quell’uomo penetrava solo la lingua ai bagliori del cielo. Un grosso animale pulsante usciva da contorni indefiniti del colletto rialzato, come uno straccio strizzato disperdeva peli e vapore lungo gli sporchi riflessi giallognoli del tardo pomeriggio, quasi come cercasse di leccare il pavimento dello scomparto dimenticato del cesso di una stazione metropolitana, all’ombra di un enorme water di ceramica scheggiata, sul cui riflesso umidiccio l’intero nostro universo aveva voluto vomitare le radici della vita. Avevo cominciato a giocare con quel veterinario già da parecchie ore; nei momenti in cui risucchiava la lingua dentro l’impermeabile cercavo di convincermi le terminazioni nervose che non mi stesse osservando, e non appena tornava a flettere alla luce quel pezzo di carne flaccida, mi ritrovavo qualche metro più vicino alla sagoma confusa della sua sigaretta. Non so bene se fossi io ad avvicinarmi oppure lui, ma continuai a dipendere dalle sue contrazioni e dalla pelle immobilizzata che mi ricopriva di catrame terrorizzato i lineamenti spossati della faccia, crogiolandomi nella nausea spremuta nelle tempie dai gridolini acuti degli uccelli che avevano preso a masturbarsi con le ossa dei loro cadaveri d’aperitivo. Si rese necessario fare amicizia, presi a masticarlo, sentivo la sua lingua sotto i denti, appiccicato al cappello consumato, i liquami mi afferrarono per una gamba e cominciarono e scivolarmi una mano aperta lungo i pantaloni. Il femore fuoriusciva in spiragli gassosi dai pori della pelle, intrappolato dai jeans mi gonfiava di conforto e tiepido filtrava via dalla cintura, abbagliando i muscoli storditi dal sonno con le escandescenze improvvise a tempo di singhiozzo di brevi fuochi fatui. I capelli bruciavano dell’insistenza dei bagliori acidi, e si contendevano la testa strattonandomi un po’ a destra un po’ a sinistra. Come un marinaio quindicenne, orfano di madre imbarcato su una petroliera, vomitai dal parapetto della nave i liquami che mi rimbombavano sulle meningi affrante, avvilite dal mal di mare. Finalmente recuperai temperatura, odorandone le esalazioni incrostarsi sulle gengive. L’impermeabile mi leccò con tenerezza ai lati della bocca ricongiungendosi in un morsetto complice sul mento, poi mi prestò il cappello e mi richiamò a sé. Tra le sue braccia di plastica respiravo sciroppo di denti corrosi, avvolto di paralisi e sgarbate risate atrofizzate. Il fischio dei freni; per quanto si prendesse gioco di me, eravamo amici.
43 febbraio
Di colpo mi resi conto che il bagaglio di effetti personali che mi trascinavo dietro appariva sempre più lucidamente come una bizzarra e sconclusionata raccolta di nemici. Nel tempo avevo messo insieme in una scatola tutto ciò che più mi attirava, e soltanto dopo mi potei render conto della coincidenza sorprendente di quei pochi amici con ciò che più odiavo in assoluto. Solo adesso mi veniva chiaro che l’idea stessa che le persone siano identificate e ricordate per un qualcosa che piaceva loro fare, per il risultato delle proprie passioni o del proprio impegno, non poteva esser altro che una colorita menzogna da affiancare alle favole per i bambini nelle serate temporalesche. Mi sentivo stupido per non esserci arrivato prima, per tempo. Stupido per il continuo ritardo con cui mi impegnavo a dare spiegazioni alle improvvisazioni degli anni precedenti, quelli divertenti del rigore e del continuum. Tutto ciò che distingue i giocatori, anche quelli più infimi, resta soltanto ciò che più odiano. Nel caso specifico, le geometrie degli edifici, la classificazione dei casi clinici, il ruolo della percezione nella scenografia dei marciapiedi, lo stordimento programmato del contropiede, la decostruzione e la depropriazione dei sentimenti e delle affinità, il nucleo familiare, l’abolizione della sottile striscia di terra nel mezzo tra l’accettazione e il livello di provocazione insostenibile, l’assenza di eserciti su quello stesso campo di battaglia, la rigidità delle traiettorie. Tutto ruotava intorno a pochi principi, e ogni singola ossessione non poteva fare a meno del suo terrificante feticcio umidiccio. Da marciapiede.
42 febbraio
Cominciai a pedinare un nucleo familiare di quelli col purtroppo lavorativo. Il padrone era un tipo di quelli col sorriso sulla fronte, coperto per buona parte del tempo dai lunghi capelli neri da trentacinquenne circa. Mi trovavo discretamente male con lui, per quanto fosse un personaggio tutto sommato positivo. Severo dalle circostanze, riempiva i suoi spazi con la controfigura di uomo impegnato a sopravvivere controvoglia, saldo nel proprio impero di opinioni confuse, tanto gli bastava per integrarsi. La sua isola deserta da una quarantina di coperti veleggiava in mezzo alle arterie disabitate di un piccolo centro cittadino monopolizzato da negozi di vestiti e biancheria. Dalla noia se ne erano andati anche gli spacciatori, preferendo nuovi mercati alle tradizioni consolidate. Pareva fossi l’unico della famiglia ad essermi reso conto di quella sua ossessione per l’infedeltà coniugale. La compagna, e madre del loro piccolo figlio indemoniato, era una donnetta poco più giovane di lui, coi capelli corti spianati sul teschio di due occhi di montagna tinti a olio, sopraffatta da una coltre fumosa di rassegnazione perenne. Non ero ancora riuscito a capire se l’ossessione si limitava alle narrazioni autoerogene del desiderio oppure se già si era confermato da entrambe le parti il patto di cinque pizze in cambio di prestazioni sessuali con le due negre col carrello del supermercato e le taniche di plastica bruciacchiata da riempire alla fontanella comunale, che ogni due ore passavano davanti alla vetrata sulle spalle dei clienti con sigarette di complicità nascoste in mezzo al sedere compresso nei jeans bianchi. L’altra ragazza dell’isola era una giovane poco più che ventenne, vittima dei riti tribali che la comprimevano in vortici ansiogeni di appariscenza. Si dava da fare in ogni modo per dimostrarsi, e il suo nuovo ruolo di insegnante soddisfaceva il feticismo materno delle sue ambizioni, costringendola a periodici sussulti di eccitamento e fascinazione. Il che non guastava. L’ultimo, un calciatore dilettante coi risparmi da parte, sprizzava omosessualità indiscutibile rinnegata dalle vicissitudini. Non ebbi molte occasioni di parlarci, ma si dimostravano rotaie di amicizia ipotetica sovrapposte al capolinea della complicità. Gli aloni opachi restavano avvinghiati ai bicchieri controluce, e solo più coinvolgente, ai fornelli, un altro fantasma da marciapiede si dilettava a sfidarmi in scacchiere inesauribili di soli difensori, in cui l’indifferenza delle rispettive squadre rivelava soltanto spiragli sempre nuovi per il contropiede. Me ne tornai a casa con scatole di avanzi, attraversando ossigeno intriso di spugna e lavastoviglie.
41 febbraio
Ventiseienni con le tette piccole compensavano fumando sigarette al cherosene, tirando l’occhio su automobilisti inesperti aggrappati al finestrino spalancato delle bestie addomesticate pronte a ricacciarsi nel parchimetro. Rifiuti umani in miniatura scrutavano famelici i vapori delle borse della spesa di genitori al telefono, annebbiati dai fumi delle rispettive, fedeli, posizioni. L’autorità vagava nell’aria con un profumo leggero di circospezione, noncurante dei pochi travestimenti riusciti. Pareva confusa, era il suo ruolo del giorno, e chi volesse riusciva a trarne più vantaggi possibili. Il più dei giocatori, comunque, restava soltanto un enorme purtroppo lavorativo, pedinato dai pochi fantasmi da marciapiede della città. Quel genere di fantasma lo riconosci subito: procede a passo lento o comunque a ritmo irregolare, ritornando più volte sulle proprie posizioni nel giro di qualche ora, sospingendo il passo verso traguardi immediati in continua evoluzione. Osservando con attenzione se ne possono carpire alcuni, ad esempio attraversamenti pedonali, svolte a un incrocio, appostamenti a un qualche semaforo. Subito prima di raggiungere l’obiettivo in genere se ne danno un altro, sempre a distanza di pochi metri, e così facendo vanno avanti per ore, senza mai soddisfarne effettivamente nemmeno uno. Il ripetersi di questa frustrazione è buona parte del lavoro del fantasma, forse l’unica attività perfettamente autonoma seppur dipendente da un certo pubblico. Il resto è opera di osservazione. Ci si impegna a contemplare le traiettorie dei giocatori, come telecamere in spalla a un arbitro di vetro, emanando riflessi madreperla dal fischietto direttamente addosso ai traguardi accomodati degli altri. L’operazione può ripetersi all’infinito, in combinazioni sempre differenti e inesauribile desiderio di scoperta. Il fantasma da marciapiede esiste sempre, e ogni volta che capita di vederne uno puoi essere sicuro che qualsiasi cosa succederà potrai contare su un angelo custode. Pronto a crearti nuovi problemi quando le cose cominciano a mettersi bene.
40 febbraio
Abitudini repellenti si nascondono invece di nascere, nelle quinte del volto peggiore di un pomeriggio studiato male. L’inadeguatezza nell’espressione secondaria, nascosta dietro lo specchio degli occhi, mordicchia le pareti per farsi sentire. Denti trasparenti sotto mentite spoglie, in spilli da balia confondono le mucose, le turbano, le attizzano. Tanto sanno di non essere viste, si lasciano andare alle malizie di un segreto pomeridiano. Di grossa intensità, divora la tensione dell’attesa, del prossimo incarico governativo che mi pende sulle labbra con la chirurgia d’un orologio atomico da polso, mi scorre lungo le gengive e reclama sghignazzando tutte le sue risate. Grossolano, ma per una volta liberatorio, scorre lungo la gola, con tutta la balia appresso. E mentre scorre mi prende per i capelli, mi lecca dietro l’orecchio e mi obbliga a riconoscerne il design. La spilla da balia, bisogna dirlo, brilla per il design. Quelle nuove, più piccole, contenute e compatte, trasmettono sicurezza, affidabilità. E non si può replicare al replicante. Così mi trovavo inesperto di fronte a quella conflittualità interna, tra una visione etica trovata lungo il marciapiede nel divertimento ipotetico di un momento, la crudeltà dell’impotenza e il fascino primordiale per un qualcosa di effettivamente fatto bene. Il pugno di ferro dritto nell’occhio dell’estetica metropolitana. Giurerei che stavo godendo. Le salutai tutte quante dichiarandomi frocio sul posto di lavoro, così tanto per non poter essere licenziato, per via dell’opinione sindacale pubblica. Risi e schiantai la testa nella grattugia che qualche simpatico annoiato aveva legato stretto nel mio punto preferito del muro.
39 febbraio
Un po’ come quando non si riesce a essere convinti di aver detto qualcosa o di averla solo pensata, così mi affollavo di tentativi di compensazione. La musica era parte di uno degli esperimenti più controversi. Si mescolava talvolta con delle frasi o con singole parole, nella più libera delle associazioni intuitive. Esperimenti, poco più, e non ero convinto di ascoltare o di essere ascoltato. Il dubbio nasce nell’istante successivo al momento di tensione maggiore, come nella fase di sonno meno profondo in cui razionalizzando alcune delle immagini appena sognate si entra di colpo in uno stato di dormiveglia controversa. Allo stesso modo mi capitava di lasciarmi sorprendere di colpo da ricordi confusi del mio più passato più recente. Sfumature incontrollate degli ultimi cinque minuti di coscienza, capaci di terrorizzare solo per il fatto di riuscire a scivolar via di dosso in modo incontrollato, abbandonandoti a una strana dormiveglia percepita come un grande punto interrogativo. Dev’essere più o meno per questo che capita di parlare da soli, o a volte di provare un certo senso d’imbarazzo, comportamenti confusi e sottomessi, nel tentativo di riparare a un momento di vergogna, pur consapevoli della buona probabilità che tali situazioni non si siano mai verificatesi. O che quantomeno siano sfuggiti all’occhio ipotetico di un qualsiasi interlocutore. In ogni caso, nell’interrogativo si trova energia e brio, una convincente forma di euforia. La mancanza di ore di sonno, come al solito, amplifica la sensazione, e ne rende avvincenti le esperienze di costruzioni oniriche durante la veglia. Mi piaceva combinare l’incertezza con sforzo fisico costante di bassa intensità, come lunghe camminate sconclusionate, e quando possibile colpi di sole o di freddo. Il freddo aumenta i contrasti, esplodendo in contraddizione con il surriscaldamento muscolare dello sforzo, mentre il calore del colpo di sole contrasta col senso di freddo viscerale dovuto alla mancanza di sonno. In ogni caso, la combinazione di due elementi contrasta col terzo, replicando in un certo qual modo una brutalità congenita nella sopraffazione umana, una forma di feticismo costituzionale verso la superiorità fisica indiscutibile propria della nostra migliore spinta verso l’autodemolizione. Direttamente da quel senso di piacere, un ulteriore forma di indecisione e confusionalità della veglia. Possibili le allucinazioni, e il divertimento.
38 febbraio
Mi capitava di rado di vagare nel mondo degli altri. Non che non fossi abituato a uscire dal monolocale, le volte che lo facevo, che mi trovavo catapultato per qualche strana ragione all’esterno dei placidi recinti delle mia minuscola prateria, mi sentivo scorrere gli scenari addosso. Il più delle volte camminavo rasente i muri, con lo sguardo leggermente reclinato verso l’alto, e una strana sovrapposizione in volto di espressioni, ognuna mantenendo la sua integrità si rimetteva a conversare con le altre, in un misto di incredulità infantile, discrezionalità burocratica e simulata professionalità nel giudicare tutto ciò che mi ritrovavo a destra o a sinistra, seguendo le convulsioni del collo. Poteva trattarsi grossomodo di qualsiasi cosa, il più delle volte si trattava di piccoli oggetti, dell’arredo urbano, o qualche segno di deturpamento, per il tempo o per il vandalismo di un adolescente annoiato. Intorno a me si distendevano intere platee di imputati, che seduti immobili parevano rinunciare al tentativo di sottrarsi, cercando piuttosto di non attirare la mia attenzione guardando altrove e fingendosi del tutto indifferenti al dito indice evocato dalla mia presenza. Il rituale poteva aver luogo tranquillamente anche in presenza di persone, in quanto fondamentalmente rientravano per loro scelta a pieno titolo nella platea dei giudicandi. Le difficoltà cominciavano a sormontarmi quando intorno a me apparivano oggetti, individui o interi frammenti di scenografia che involontariamente riconducevo col pensiero a contesti differenti. In tal caso, ebbi all’inizio seri problemi col processo di smaterializzazione, volendola chiamare così, tramite il quale riuscivo a ridurre ai minimi termini l’epilessia di freddo che quei componenti mi rilasciavano senza permesso direttamente nelle viscere, fino a far risuonare il rumore sordo di cartongesso che più nel profondo mi pareva appartenerle. Quelle difficoltà di annientamento circumnavigavano il mio desiderio di insussistenza, e mi costringevano a piroette non indifferenti, sforzi sempre più disinibiti per riuscire a superare il grosso limite della riconoscibilità. Se fossi stato capace di odiare ancora qualcosa, non poter sentire il tonfo di cartongesso da persone e situazioni conosciute sarebbe stato irremovibilmente in cima alla lista degli atti vandalici del mio cervello. A volte mi pareva di sentirlo, ma in buona parte si trattava soltanto di sussulti eterogenei di contrapposte forze immaginarie, pronte a evadere in violenti urti elettromagnetici. Solo sforzi di fantasia, non avrei potuto dirlo onestamente. E di certo non c’era niente che poteva aiutarmi a capirne il perché. Era come se mi trovassi a scontare i rigurgiti di uno strano, atavico, senso di fedeltà. Un retaggio del passato avvinghiato con forza a tutti i suoi rimasugli, sempre sull’orlo di una dichiarazione di guerra contro il compiacimento delle mie cattiverie, o almeno contro tutto ciò che per lui doveva suonare così. Forse una questione di sopravvivenza, magari un istinto, che tentasse gli ultimi disperati appelli, con voce accorata e malinconica mi pare quasi di sentirlo inveire contro nemici glaciali, indisponenti, implorando di non rinunciare proprio a tutti gli schemi mentali. Implorando di non annientare proprio tutto, di lasciare qualche briciola, qualche appiglio per i casi di emergenza, almeno uno o due collegamenti, anche piccoli, con il mondo delle sue assolute verità insindacabili, quelle che prescindono dalle visioni dei singoli. Sono sicuro che per lui la questione si giochi più o meno su questo piano, che siano all’incirca questi i motivi per cui non vuole farmi sovrapporre personaggi e scenografie, per cui mi priva del cartongesso. Per non impazzire lui stesso, forse, il misero. Dev’essere proprio per questo che non ho mai smesso di provarci, e forse solo per la commiserazione e la pietà che ho di lui che alla fine mi rassegnai a vincere, ancora, una nuova prima volta. Un’alzata di spade, a metà della morte.
37 febbraio
A stupirmi in qualche modo era stata la mia totale accondiscendenza di fronte a un qualcosa che sapevo, fino a poco prima, mi avrebbe provocato di certo almeno un timido vagito di stupore. Quasi a rivedermi davanti il riflesso di una mente aggrottata nella tazza del caffè, non c’era adesso più diffidenza. La familiarità improvvisa di un’immagine, un sussulto corporeo, fisiologico, scivolava corrosiva lungo la stessa identità che mi percepivo addosso, stretta in un vestito nuovo, fatto su misura di qualcuno che fino ad allora non avevo conosciuto. Qualcuno però che doveva somigliarmi incredibilmente. L’accettazione sembrava l’ultimo capitolo di un avvenimento storico studiato sui libri, più che una scelta. Un modo per riscoprire il gusto di farsi i fatti degli altri, il feticismo irrefrenabile di sconvolgere le pieghe della narrazione per scoprire come gli era andata a finire a quello o a quell’altro, dei personaggi. Un copione, suggestivo di certo, cucito addosso alle improvvisazioni di qualcun altro, nella proiezione di sé vissuta a confine tra il passato e la memoria. In buona sostanza, tutto ciò che potessi essere, al di là dei limiti delle mie mediocrità di sistema. Una macchina nevrotica capace di rivelarmi, nella mia esistenza fluida. Un giro di vite, che le vite le moltiplica.
36 febbraio
Sapevo che non c’era niente di salutare nelle mie decisioni, che molto probabilmente mi sarei presto trovato a doverne scontare le conseguenze dirette sul mio fisico, ma come la fiamma dell’accendino si picca nel vizio prima di esaurirsi senza dare preavviso, così il corpo non aveva bisogno di ribellarsi per dimostrare la superiorità indiscutibile che la mia dipendenza gli assicurava. E questo doveva bastargli per soddisfare ogni presunzione, ogni vanità, ogni piccola innocente violenza gratuita. Mi diceva ‘amico, devi prenderti ciò che vuoi quando te lo vedi svolazzare davanti, distratto. Dopo è troppo tardi’, e subito dopo giurerei qualsiasi ricchezza che mi pareva di vederlo ridere, senza troppa premura di non farsi sentire, di restare nascosta nell’ombra della sua immaginazione. Mi si piegava in due dalle risate davanti, sempre nel preciso istante in cui finiva di parlare, qualsiasi cosa avesse appena detto, e mi penetrava con un certo sguardo all’acido fenico che guizzava dalle vene del collo, tenuto di tre quarti, fin sulle increspature delle labbra. E come per privazione ulteriore, ogni volta tornava a ribaltarsi l’espressione scomposta dal corpo, restituendomi le spalle nel rito chirurgico di un gesto armonioso, uno di quelli che vengono così bene proprio perché spontanei, perché non si ha nessun interesse o necessità di prepararseli. Un’espressione d’una sinuosità raccapricciante mi riportava ai fumi evanescenti della lucidità, quantomeno quella sufficiente per lasciarmi l’energia di ipotizzare un nuovo fallimentare tentativo di reazione.
35 febbraio
Qualche minuto dopo cominciai a essere richiesto. Avvertivo la pressione costante d’una tensione continua a basso voltaggio, uno stimolo d’attesa ripetuto continuamente dai fuochi sparpagliati dentro di me, che si aspettavano risposte e considerazione. Avevo sempre pensato che non sarei stato capace, quando me ne fosse stata data occasione, di ripetere gli errori che vedevo al tempo disperdersi nelle brutte facce immerse intorno alla mia. Fu di grande sollievo la sicurezza di essermi sbagliato. Raccogliere l’arroganza, e divenire malattia. Era forse l’attività che più mi allontanava da quelle pressioni, dalla rumorosità di voci silenziose che insistevano pazienti per una risposta, e trascurandole veniva da chiedersi se fosse la cosa più sicura e opportuna da fare. Fortunatamente non lo era, e presto l’inquietudine si deformò in una convivenza forzata di vicendevoli ammonimenti e dispetti reciproci, d’un infantilità sconcertante. Tra quelli che in tutta evidenza dovevano considerare assi nella manica, la loro mossa preferita giocava con la temperatura corporea. A volte mi ritrovavo all’improvviso, senza apparenti giustificazioni, in sudorazioni fredde discretamente spiacevoli. Mi scendevano lente e inesorabili lungo l’ipersensibilità dei fianchi, tiepide irrigazioni pronte ad asciugarsi sulle cellule più impreparate mi abbandonavano allo sconcerto della loro ambiguità termica. Gli attacchi di questo tipo potevano durare per giornate intere, e tutto quel che vedevo di me era la pelle corrosa e arrotondata che mi si inchiodava sul letto del fiume. Il mio cavallo di battaglia, per tutta risposta, restava ignorarle.
