Sul grande tavolo di legno massiccio, la luce verde della vecchia lampada di vetro si intrecciava in bagliori acidi con il riflesso della ceramica, e non riuscivo a smettere di seguirne la perversione dei continui mutamenti di forma. L’espressione, elettrizzata nei consueti accenni narcolettici, mi inchiodava lo sguardo sulla scia di caffè, che dal bordo della tazza andava a disperdersi lungo il piano rotondo dell’imponente scrivania, quasi come venisse incontro a reclamare l’abbraccio delle labbra prematuramente sottratte. Scostai nuovamente la tazza, versando dell’acqua sul cerchio ambrato lasciato sul tavolo, e strofinai via con la manica quella mia distrazione. Per un istante lasciai sbattere la fronte sulla superficie inumidita della scrivania, sforzandomi di ignorare il segnale penetrante della sveglia, venuto a reclamare le mie ore di sonno. Un battere ingenuo venne a bussare alla mia porta, sferragliando nervoso come cinque unghie che sporte fuori dal finestrino tamburellano sulla carrozzeria metallizzata di un’auto in corsa. Il pistone della sedia da ufficio continuava a dare segni di cedimento e mi costringeva intervalli precisi di quiete tra uno scatto e l’altro del sedile regolabile. Davanti al naso, polvere e cenere si fondevano in sfumature sinuose e ondulate, interrotte dal solco distruttore che con la punta della lingua imponevo su di esse. Nell’aria profumo di incenso e yerba mate restituiva alla tranquillità l’idea di adeguatezza che gli scricchiolii del portacandele, provato dalle sue stesse temperature, avevano strappato alla mia quiete. Il braccio annodato su sé stesso bastava a convincermi dell’attesa, e cominciai a chiedermi quale fosse la spiegazione reale della mia ossessione per il bussare. Da solo era sufficiente a rovinarmi una giornata, e fu troppo tardi per farlo sapere ai miei, quando me ne resi conto. Probabilmente buona parte della mia esistenza era stata condizionata dalle disattenzioni di quella consapevolezza mancata; e forse in quel momento, al di là dei vincoli del mio stesso corpo, incastrato nel tavolo, ne percepivo il lamento, la compassione. La scia di caffè ci fissava impotente, costretta nei suoi bagliori acidi, e con fare disinvolto reclamava uso e consumo della sua punta di lingua personale. Annoiata dagli accenni narcolettici, e dalla mia folgorazione, dovetti aver pensato di accontentarla.
