Ripensare alle nostre vite, spesso è quel che ci uccide.
Ma smettere di farlo, senza esser mai riusciti a farne a meno, è la sola cosa che ci seppellisce.
Questo lasciò scritto su un fogliaccio di carta spiegazzato, tirato via di fretta dal cassetto della stampante prima di uccidersi. Due frasi che sul momento sembravano più che sufficienti come necrologio, o forse come ammonimento, magari addirittura vendetta; di sicuro pareva qualcosa di intelligente da lasciare scritto su un fogliaccio spiegazzato, tirato via di fretta dal cassetto della stampante. Eppure tutto lasciava immaginare che il gesto fosse stato ben studiato, preparato accuratamente. E d’altra parte da un personaggio del genere non ci si poteva aspettare di meglio: aveva un carattere particolare, tutto suo, spesso impossibile da decodificare con assoluta precisione anche per i più affezionati, per tutti coloro che erano in vita gli erano stati più vicini. Il fatto non venne scoperto subito; si pensa che fossero trascorsi almeno tre o quattro giorni, prima che la vecchia vedova della stanza in fondo, l’amministratrice della palazzina condominiale di proprietà del Comune, si rendesse conto del silenzio insolitamente esasperato della sua stanza. C’era qualcosa di misterioso in tutto quel tempo trascorso dall’ultima volta che ne aveva ricevuto notizie, anche se probabilmente fu proprio il forte odore che penetrava dallo spiraglio sotto la porta a confermare i suoi sospetti una volta per tutte. Proprio in tema di spiragli, un dettaglio in particolare incuriosì il padre, una volta sfondata la porticina metallica chiusa a chiave dall’interno. Alla piccola finestra della camera era stato maldestramente inchiodato un listello di legno, dall’aspetto fragile e con tutta probabilità già ben avviato alla putrefazione; era sistemato tra le due ante in modo tale da rendere impossibile che le correnti del vento accostassero del tutto il vetro socchiuso, e formava uno spiraglio che sembrava studiato di proposito per lasciar intendere a qualcuno la possibilità di entrare dall’esterno. Mentre veniva rimosso il cadavere dalla pozza di sangue della stanza, suo padre si fermò a riflettere, come tutti noi quando ce lo venne a raccontare: stava aspettando qualcuno? Era da considerarsi un messaggio, una prova, una dimostrazione? Ma destinata a chi, poi? Gli interrogativi si rivoltavano irrequieti tra i fumi delle sigarette, mentre seduti sul divano del salottino condiviso al terzo piano restammo tutti in silenzio a squadrare il televisore senza volume e il volto severo della madre, che girando la rotella del fornello si apprestava a servire il caffè bollente. Stranamente aveva rispolverato per l’occasione proprio il servizio di tazzine di ceramica, quello preferito dalla vittima, che non sopportava il fetore della plastica bruciacchiata dei bicchierini usa e getta, a cui solitamente si ricorreva un po’ per tutte le occasioni durante i pasti in famiglia. La soluzione al caso, comunque, riuscii a trovarla soltanto io, qualche mese dopo, ormai rimasto l’unico ancora a ripensarci. Non che mi ci tormentassi più di tanto, però a volte involontariamente mi veniva voglia di soffermarmi un istante a giocare con quel piccolo tarlo rimasto rinchiuso in uno dei cassetti dimenticati dal cervello. Una sera entrai per caso nella camera del ragazzo, quasi del tutto svuotata dagli impiegati comunali, con la timida speranza di ritrovare un accendino d’argento ereditato alla morte di un vecchio parente aristocratico, e invece dovetti accontentarmi di un secondo fogliaccio spiegazzato, inserito di fretta nella custodia impolverata di un dischetto musicale lasciato dalla vittima sull’ultimo scaffale ancora rimasto inchiodato alla parete. Niente di interessante, l’opera prima di uno sconosciuto cantautore giapponese, un affare inascoltabile che però mi dette modo di ricordare di quando lo facemmo autografare all’autogrill, insieme a un cartone di scadente vino rosso, da due nudiste tedesche che avevamo conosciuto nell’albergo al mare la sera in cui si ubriacò pure il suicida, che a vederlo sembrava un seminarista e che di certo non lasciava immaginare d’essere capace anche lui di sbizzarrirsi in quel modo alle feste. I suoni, i colori ricominciavano a rimbombarmi in testa: tutto il divertimento, le voci sgraziate che urlavano sulla spiaggia, i riflessi dei grossi fari del palco sulla risacca del mare, la tempesta ormonale che si infuriava nel nugolo di aliti vinosi e magliette sudate, i granelli di sabbia che non ne volevano più sapere di darmi tregua all’interno coscia, il campo minato dei preservativi annodati e lasciati a marcire sulla riva, le grosse nocche della vecchia vedova della stanza in fondo che battevano sulla porta ed era pronta la cena.
