La grata metallica nera della sala d’attesa, uno schienale insospettatamente gelido, maglie fitte impediscono ai granelli di sabbia di farmi compagnia di qua dal muro. Una mano sopra l’altra, entrambe sotto il ginocchio, si scambiano saliva calda e stanca nell’abbraccio di due morbidissime manette, sguardi contriti e gridolini moralizzatori, intere coltivazioni di occhialini tondi come pannocchie al sole, puntano dritti verso il fegato con occhio di siringa e sovrastrutture. Il pavimento non ha mai tenuto di conto della pesantezza del passo, e adesso meno che mai, si contorce sul cadavere degli internati come macchia di Sole pronta alla fuga, tira occhiatacce di sfida alla penombra della prima mattina. Poco distante gorgogliano i camici pettinati e imbellettati, in riluttanti profferte amorose e pratiche orgiastiche di autocelebrazione. I numeri delle cabine partono dal centinaio, come camere d’un albergo per aspiranti suicidi, si appiattiscono su elenchi paradisiaci di affermazione progressiva e numerata, come lapissini temperati ciucciano la gonna della madre a filo di mediocrità. Schedari digitali sbattono in faccia al mondo il casellario giudiziario della proiezione distaccata di sé, al seguito ogni fila indiana di vecchie signore vaccinanti e pochi altri condottieri del corridoio. Di sicuro non si tiene di conto di come, nella realtà rovesciata, anomala e virulenta, uno sputo in faccia al poliambulatorio dà ripetizioni gratuite di divertimento, scavando a cucchiaio fuori dal bunker delle linearità ambrate ai fiori di gelsomino del deodorante per ambienti di un cesso ambulante. Ogni frazione resta sospesa, come ammutolita a mezz’aria, e di là dalla scrivania mi si conosce meglio che di qua. Sogghignare significa mangiarsi le manette, e le chiavi le lasciano a chi ancora non lo sa.
