Sassofonisti slavi sputavano nei clavicorni con la ferocia di cravattari sifilitici. Mi tenevano il fiato appiccicato al cavallo e se la ridevano sconquassando la segnaletica con larghi rondò andanti da spumeggiare addosso, sguardi di passanti, scavavano e furie di mentolo e piano bar a ricoprire. Quando mi distraevo, il passo mi si regolarizzava e loro smettevano di biascicarmi cattiverie nell’orecchio. Cammini come un albero che insegue i flussi migratori delle resine in mezzo a un deserto roccioso, amico, lo dico per te, e ridevano. Ehi amico, lo sapevi che quelle palle strane che c’hai sotto la coscia si possono anche articolare, mi sembri un centauro paraplegico che si cerca le goccine per dormire in fondo alle tasche della pelliccia e si scopre le caviglie, e ridevano, intermezzando a turno con stacchetti musicali. Gente, piano con sti cazzo di cornivendoli che non sento bene la vergogna dietro ai timpani, e ridevano. Guarda, ti insegno un trucco, fai finta di sentire sulla testa il peso del mondo, come se il cielo ti schiacciasse per terra, e vedrai che ti verrà fuori una camminata più spontanea lungo sti marciapiedi ostili, e gli altri lo chiamavano frocio, così ricominciava, sempre con quel suo accento slavo da gatto randagio. Ehi amico, ma ci sei diventato da solo così o c’hai la madre di bricolage?, e ridevano. Uno di loro si sfilò la grossa custodia rigida che teneva a tracolla e tirò fuori un sussidiario medico, da cui estrapolò la ricetta del pollo alla naftalina, e si convinse intimamente dell’argomento. Ehi carogna, lo sai come si fa il pollo alla naftalina? Si prende uno stronzo figlio di un cane che cammina come una stramaledetta quercia secolare irrancidita, con un piccolo falcetto da conciatori gli si staccano le palle di netto, per non incattivire il sapore della carne. Si scuoia e si butta rosmarino quanto basta dentro le pupille dissanguate e con una cannuccia infilata nel buco del culo si soffia dentro la naftalina fino a riempire tutto l’intestino. Volendo si può aggiungere del bianco frizzante o dello spumante secco sulla pelle scoperta per insaporire, poi con la stessa cannuccia, una volta passato al girarrosto, si soffia dentro burro d’arachidi o passato di pomodoro, cosicché la naftalina possa risalire nelle viscere fino a riempire il cervello. Un paio di patate di contorno e sei fatto. Lo stacchetto venne interrotto prima del previsto da una casalinga di passaggio che malmenò il sassofonista con un coltello, si fotté il sussidiario e scappò via ammonendo gli altri, ragazzi però mi raccomando, non vi fate ingannare dai lampioni, viene freddo stanotte, fateci caso. E ridevano. Davanti alla sala prove dell’orchestra sinfonica mi presero per un braccio, mi infilarono un sughero in bocca e una sigaretta nelle mutande. Lo sai, caro, vieni sempre a girovagare da queste parti ma questa è zona nostra. Una volta un tipo più simpatico di te venne a importunarci all’angolo della drogheria. -Non potete sputare così in quei clavicorni, maledetti viscidi- diceva, e bestemmiava come il portiere di notte del bordello delle asiatiche. Gli feci cenno di avvicinarsi e gli sputai in gola. Lui si bagnò di sperma senza nemmeno togliersi i vestiti, continuando a bestemmiare ma con un tono di voce più coinvolto. Lo incatenammo a un palo della luce con un santino gigante appeso al collo, e ce lo lasciammo tre settimane, fino alla sera dello spettacolo. L’andammo a recuperare trascinandolo per i piedi fino sul palco, davanti al pubblico delle grandi occasioni gli risputai in gola, e altro sperma si mescolò alle croste maleodoranti di quello vecchio, liberando applausi e gran chiasso dalle ultime file del pubblico. Da quel giorno mi lava il cesso strusciando il culo per terra come i cani. Stai attento a dove passeggi, rischi d’innamorarti, amico. E ridevano, masturbandosi a vicenda seduti in terra con le gambe incrociate, come raccolti intorno al caldo focolare delle Vecchie Storie. Tolsi il sughero, lo infilai nel corno più vicino e mi sputai in gola da solo. Andai fino alla drogheria per cambiarmi le mutande, mentre loro mi inseguivano a passo di bassotuba col santino di sartoria già perfezionato per adattarsi al collo dello straniero. Cambiai semaforo, col peso del cielo che mi schiacciava per terra, e ripresi a camminare dritto.
