Vetrine umide, condensa di mani umidicce di bambino sui muri traslucidi, Pazienza termina e scuote roccaforti sommerse e fabbriche di bollicine. Tonni di cartongesso annusano l’alito ai passanti, parentesi quadre galleggiano sul pelo dell’acqua come kayak ammosciati nel gin. Stormi di vecchie carampane brancolano vedove tra gli addetti della vigilanza, incattivite da pere d’ammorbidente ruminano, bestemmiano, in faccia al Futuro e alla sagoma ingiallita di un colonnello della marina, amante dei piedi e della nafta sotto la lingua. Autocisterne d’alluminio svuotano mangime e carcasse di selvaggina, che si sciolgono in ustioni di terzo grado dentro le vasche acide. Un tossicomane della seconda media fischietta il motivetto da piano bar della filodiffusione in bocca all’accendino, e si chiede quanto tempo gli sia sfuggito da qui alla navigazione. Martelli e seghetti penzolano dalle narici incrostate d’alghe sott’olio dei manichini più stravaganti, davanti alla vetrina, due suore inorridite dai possibili riferimenti espliciti delle loro giravolte fantasiose. Come d’incanto appare la fatina dei denti, e uno squalo toglie il chiavistello dall’oblò per andarsene con la ventiquattrore e il sorrisetto all’ingiù di un grosso fuoristrada. In una delle casette galleggianti, una delle famiglie tropicali piange la dipartita dello sciamano-pesce, che s’era spiegato finalmente la ragione del vino bianco, al posto della solita acqua sporca della vasca, e del lontano fetore di fritto; non aveva retto il colpo e s’era portato il segreto con sé, dentro lo scarico, nello sgomento generale degli apostoli. Una donna sulla cinquantina si è arrampicata sul tetto e ha cominciato a pisciare sul lucernario; i riflessi di luce acquistano nuove e irriverenti tonalità giallognole, ammorbidendo la distanza dell’orizzonte, tra la sabbiolina del fondale e il rombo torbido della pompa dell’acqua. Una coppia d’orate lesbiche staccano una lisca da un merluzzo di transito e si cercano le vene sotto le squame cianotiche. Il pesce rosso spennella un cartello di protesta per farsi cambiare sistemazione, dato che la boccia ormai non attira più nessuno, e dove un tempo giravano vita e locali notturni adesso si spegnevano in coro alle sette di sera i negozi di vestiti e le profumerie da sogliole figlie di papà con la frangia conficcata nella borsetta. I tonni di cartongesso hanno cominciato a tirare il mangime addosso alla comitiva dei bambini sotto contratto con la maestra, e mangiano popcorn inzuppati nella chiazza di sangue di un delfino passato al turno di notte. Per fortuna mi sporgo sul parapetto del lavandino e faccio amicizia con un paio di vongole di quelle giuste, che mi portano una coppetta e un tubetto vuoto di dentifricio per l’ossigeno, e mi spiegano la situazione.
