Una grassa balia messicana spalancò la zanzariera nuova del baldacchino rosso bordeaux, incorniciato di listelli di plastica dorata e vistose crepature ficcate intorno alle inchiodature nel legno. Portava la colazione al piccolo rampollo prima della cavalcata mattutina. Schioccai la nuca e fecero il loro ingresso tre tenori in tenuta da dame di cortesia, che presero la balia di peso e la cosparsero di cenere e sanguisughe al riparo del nascondiglio ricavato da un logoro separé macchiato di flaccido. Svogliato pesticciai le ciabatte di velluto, scaraventai dietro al separé pure la vestaglia sudaticcia e cercai di riprendermi dalla nottata febbricitante scorrazzando nudo tra le argenterie luccicanti dei corridoi. Incrociai il caponegro, che svelto corse a tirar fuori dalla cassaforte il guanto di velluto bianco delle grandi occasioni e iniziò il suo lavoro, mentre ancora in piedi appoggiato al muro mi interrogavo sul significato della filosofia. Una bella scarica di prima mattina ci vuole sempre. Lasciai che ripulisse il guanto e le macchie che annebbiavano le sfumature cangianti degli intricati intrecci del tappeto persiano. Non sopportavo le volte in cui succedeva, e avevo lasciato precise disposizioni che ogni singolo episodio della grande battaglia ricamata sul tessuto fosse sempre chiara e ben visibile, nonostante le incrostature giallognole che sciaguratamente non riuscivo a risparmiargli. Si sentiva sotto le unghie, poter riconoscere ogni qual volta lo desiderassi la mia indiscutibile epifania, stesa a medaglia nella tasca di tutte le luccicanti armature di ferro lucido, sbattute sul petto irrigidito dei vigorosi eroi del passato. Mi portai nella sala della lettura, e in mezzo agli scaffali della biblioteca rinvenni la soffocante figura di mia madre. Lo scorrere degli anni e dei liquidi organici del padrone di casa l’aveva ridimensionata alla squallida controfigura della sua stessa nausea, incarnata in vesti sformate e perdite di piscio. L’odore della sua incontinenza mi graffiava in profondità dietro gli occhi con vampate acide da roditore. Le era pure spuntata una grossa coda rosastra da ratto, che le si notava chiaramente nonostante si sforzasse continuamente di mascherarla con grossi fiocchi ornamentali alla vestaglia, o più spesso annodandosela in vita o tenendosela attorcigliata intorno a una delle sue gambe sformate dalle giornate sedentarie. Mi prese per mano e mi trascinò verso le stanze superiori, il suo terreno di caccia personale, per la cavalcata mattutina. Era quello da molto tempo ormai l’obbligo raccapricciante servito a contratto sotto la firma estorta di quella vita nel lusso. Lo stordimento dovuto alle dosi massicce di sonniferi e tranquillanti le aveva inchiodato nella testa che per strane ragioni costituzionali, in fin dei conti, le mie lacrime nascondevano eiaculazioni interiori inconfessate e inconfessabili, ma supreme. Io più semplicemente non ci facevo più caso, e mi prestavo annoiato alla sindrome del missionario che sembrava coinvolgerla così appassionatamente, come fossi io stesso l’unico individuo al mondo da salvare dalle proprie repressioni psicofisiche. Caritatevole, così tenera e apprensiva a preoccuparsi di me. Mi ripugnava. Mi legò uno spago di cuoio nero intorno ai testicoli, si sfilò una spilla da balia che teneva conficcata tra la carne della punta coda e l’ombelico e mi arpionò un lembo di pelle della palpebra destra per costringerla sullo zigomo. Estrasse una seconda spilla da balia, che non avevo idea di dove avesse conservato ma che sembrava maleodorare ancora più intensamente dell’altra, e ripeté la stessa pratica dall’altra parte. Con le mani rugose e sudaticce mi sfilò le ciabatte dai piedi, dato che erano l’unico indumento che avessi ancora addosso, e cominciò a sbattermi la coda su una coscia mentre con le dita cominciava a massaggiare le caviglie, conficcandomi le dure unghie rinsecchite in profondità fino alle cartilagini ormai prive di sensibilità a ritmo di severe strattonate di spago. Si rialzò scrocchiandosi le ossa consunte, e guinzaglio alla mano mi trascinò nella sala degli ospiti, una grossa sala polverosa che si avviluppava intorno a spirali di odori paranoici, rossori alcolici, rumori di persiane chiuse e colori spenti nelle miserabili tonalità di grigio che riuscivano a filtrare dalle incrinature delle finestre perennemente sprangate. A guidarla nella penombra, solo la luce di una torcia ricavata incendiando uno stoppino, imbevuto di benzina e attorcigliato a un grosso vibratore a manovella di legno e ferro arrugginito rubato tra gli scarti d’una collezione privata. La torcia, e il suo sporco sesto senso da bestia notturna. Al centro del locale, arredato in stile famigliola classe media della Polonia primonovecentesca, una grande vasca da bagno colma fino all’orlo trasudava stoffe insanguinate e clisteri galleggianti lasciati all’ammollo, nel disprezzo della mobilia circostante. Mi strappò via dai candelabri d’ottone a sette braccia e dalla patetica carta da parati scrostata dell’ingresso, con una tale violenza che per poco non mi sradicò di netto la fertilità; una volta raggiuntala dentro la vasca ebbe addirittura l’ardire di scusarsi, sussurrando parole senza senso, come se ne sputavano altre in faccia agli sfortunati neonati che in chissà quale infimo ospedale di periferia, s’erano ritrovati in quel momento a stringere la mano alla luce del neon per la prima volta. Il liquido stantio, esondato a litri al nostro ingresso, aveva riconquistato sul pavimento tutto l’antico fetore di piscio, sudore e vomito sanguinolento. Si abbassò verso i peli del pelo dell’acqua, con una mano nascosta negli abissi che mi accarezzava il sedere, e coi suoi osceni incisivi da topo in bella mostra risucchiò le macchie di sperma ingiallito che galleggiavano senza vita nella vasca. Con un rumoroso gargarismo inghiottì, e prese a leccarmi la faccia, fin sopra i capelli. Allargò le gambe e defecò dentro la vasca, invitandomi a fare altrettanto e cercando di stimolarmi con due dita infilate nell’ano. Massaggiava con l’altra mano lo stomaco e il basso ventre, con movimenti rotatori che si facevano più pressanti quando andavano dall’alto verso il basso. Impotente, mi sforzai e la feci contenta. Afferrò orgogliosamente i due nuovi ospiti galleggianti, uscì per avvicinarsi al grosso tavolo da lavoro e con un cucchiaio ne versò un po’ di ognuna in ciascuno dei sette piccoli calici di uno dei candelabri. Raccolse altrettante piccole candele e le accese conficcandole negli escrementi. Radunò poi gli avanzi, e li mise a scaldare in un pentolino insieme a dei rimasugli di brodo avanzati dalla colazione di chissà quanti giorni prima. Riempì di caffè e di assorbenti tagliuzzati le due piccole tazzine di vetro, e controllò che trangugiassi la mia razione senza fare domande poco opportune. I testicoli strangolati mi si erano gonfiati come due rossi copertoni pulsanti sotto lo sguardo diligente d’una vigilessa obesa, chiamata a dirigerne il traffico delle semenze affaticate. Nascosi sotto la lingua quanti più coriandoli insanguinati mi riuscisse di trattenere per non soffocare, e non appena se ne rese conto, appesantì la tensione dello spago, stringendo ancora di più il cappio sui testicoli, mi afferrò la testa e se la scaraventò sui peli pubici crespi e rossicci. Il puzzo fetido di fogna mi si avvinghiò fino al midollo spinale, e caddi svenuto, stordito fin nell’identità. Mi risvegliai di soprassalto pochi istanti dopo, soffocato. La testa immersa nel piscio e nei fragorosi gorgoglii che sbattevano di qua e di là sui bordi, la bestia fossile sopra di me, tenendomi schiacciato sul fondo della vasca, mi imprecava contro violentemente di vomitargli in corpo. Sapeva perfettamente che per come mi stringeva con lo spago non sarei stato capace di accontentarla, e in quell’agonia si ritagliava buona parte di tutto il suo godimento. Di colpo spostò il peso di lato urtando la vasca con una pesante spallata, e ci ribaltammo entrambi mentre tutto il liquido acido si dimenava a impregnare il tappeto lungo tutta la stanza. Mi sfilò una delle spille da balia dalle palpebre, avvicinò il mento ai coglioni e li trafisse con la punta del chiodo, riempiendosi la bocca col sottile getto persistente di sperma e sangue che fuoriusciva dalla spaventata sacca pulsante d’acido, lancinandomi i fianchi di dolore assoluto. Finalmente soddisfatta, accorse al pentolino ormai in ebollizione, dette una mescolata all’intruglio e mi lanciò una scodella, che mi riempì insieme alla sua, per la seconda colazione, di metà mattinata. Mi dette un bacio sulla fronte, grattandosi le orecchie pustolose, slegò lo spago e mi indirizzò a sculacciate verso le pantofole. Lungo le scalinate di marmo ripensai per un attimo che stare da mia madre mi veniva comodo, mi piaceva l’idea di non dovermi occupare personalmente di tutte le faccende di casa, a costo di rimetterci in intimità. Mi accesi un mozzicone avanzato e andai in giardino a perdere il tempo prima del combattimento, ripulendomi la bocca a champagne.