Fuori da quella casa mi ritrovai strattonato dalla sera e dalla pioggia battente della strada. Tornai di nuovo a reclinare l’ombrello in avanti sul capo; perduto nell’immagine di un cappello da cowboy, la mano sulla fondina e l’inquadratura a mezzo busto sullo sfondo dei cactus, la fissavo dall’altra parte della strada, osservarmi rinchiusa nel cappuccio impermeabile. Non sapevo come comportarmi, ma per fortuna sul momento non ci feci caso e aspettai immobile per un attimo che le macchine continuassero confuse a dividere i nostri marciapiedi. Ci incamminammo verso il cofano lasciato volutamente deserto e complice della sua automobile, con l’incertezza tipica delle situazioni consapevolmente pianificate, e continuai a tenermi il cappello tutto per me, in avanti sul capo in attesa della venuta del Dio Sceriffo che mi lasciasse il ritmo di una battuta sagace e la testa del cane schiacciata sul pollice del copione. Mi portò via di peso, ancora combattuto, tenuto sotto chiave dalla fronte in codice e dal passamontagna. Avevo provato come fosse vivere senza quel passamontagna, giusto qualche ora prima, e ne ero uscito con la nausea infilata a forza nello sfintere delle pupille e il vomito che mi premeva in gola. Il resto della notte fuggì via come briciole nell’esofago di un grosso cane bagnato di vino bianco e acqua tonica; strappai trecento metri alla mia macchina, mi ingozzai di verdure combinate a casaccio nella scodella e svenni sul letto in bombole di reflussi e chiave del gas aperta. Mi svegliai dall’odore di carne abbrustolita, con la lampadina accesa che mi era caduta addosso. Mi tolsi i pantaloni barcamenando sul perno del gomito, e sfilai il passamontagna. Mi tenni ferme le due grosse palle rosse degli occhi con la punta delle prime due dita disponibili, lasciando frizzare il dolore dei brandelli rosso accesi di carne incrostati negli zigomi e sul collo. Senza protezioni, una mattinata senza tempo mi consegnò alla sudorazione di qualche nuova avventura. Restai incinta e mi abortii sul momento, pisciandomi nel lavandino con la testa colata lungo lo specchio. Sul comodino, la faccia deformata in sussulti di gomma e plastica spiegazzata mi controllava senza vita, dall’alto del suo sguardo da pesce. Compatendomi.