La mattina seguente mi risvegliai nella cella silenziosa, immerso nelle chiazze di bava prive di conoscenza. Disteso sui polmoni, il cranio a battiscopa segnava il confine tra la sabbia e il cielo scrostato. Sulla soglia della porta, intravedevo le timide luci biancastre dei neon nel corridoio, sorvegliate a vista dalle braccia conserte della maestra. Si diceva fosse la madre del veterinario, sebbene l’aspetto giovanile di lei sembrasse tradire qualche sotterfugio privato, nascosto tra i loro corpi infranti. Puntai i pugni sulla geometria perfetta di un cerchio rosso fuoco di vomito venato di sangue, e mi rialzai sniffando le prime fatiche della mattinata. Un ferro da stiro mi colava lungo la schiena, coprendo col vapore i segni delle grattugie della buonanotte, e finalmente ottenni udienza presso la vigilante di guardia. La maestra si accese una sigaretta con la bocca ancora piena di tonno e pomodoro, tirò su col naso e mi mostrò le scale antincendio della piramide. Senza fare questioni, la presi per il collo e la trascinai alla mangiatoia, un piccolo bar vecchio stile coronato di piastrelle opache e spine verde pastello. Ordinai due scatole di caffè all’ingrosso, ne versai la prima nella tasca dei pantaloni e la seconda in una tazzina rigata, allungandola fino alla mascella per annusarne l’inconsistenza. La maestra mi fermò la mano dolcemente. Puzzava ancora di tonno unto, si tolse un gessetto colorato di rosso dalla calza e mi segnò una croce sulla fronte. Si sfilò il tacco e ne estrasse con cura un bisturi dalla suola, richiamando d’esperienza tutte le mie attenzioni. Lasciò che mi specchiassi per un istante nell’acciaio della lama, poi aprì la bocca e partendo dall’estremità nascosta nella profondità della gola cominciò a segnarsi lentamente la lingua, con ipnotici movimenti ondulatori. Con l’altra mano mi strinse i capelli e mi schiantò il profilo sinistro sul tavolo, tenendosi a portata l’altro orecchio. La lama perforò la prima superficie della carne e ne lasciò fuoriuscire una tiepida marmellata maliziosa, che prese a scorrermi sotto il timpano, tagliandomi fuori da ogni rumore di fondo. Il silenzio improvviso durò poco, lasciando il posto a un fischio sempre più insistente che rapidamente si sfogò a tutta velocità sulle rotaie delle mie meningi. Mi premeva la testa sul tavolo e strabuzzando gli occhi non potevo far altro che aspettare il passaggio dell’ultimo vagone del treno. Nella carne solo il desiderio di quella brezza gelida di vento che subito dopo un treno altavelocità sbatte in faccia ai pendolari ammucchiati dietro le linee gialle mozziconi di cicche e cartacce varie lasciate cadere sulle rotaie dalle tasche rigonfie dei turisti. Cercai di riaddormentarmi, scivolando addosso al dolore e all’insistenza, ma le dita mature della maestra cominciarono a carezzarmi le palpebre cianotiche. Come cercai di guardarla, con l’altra mano impugnava ancora il bisturi, mi sollevò un lembo di carne dagli occhi e lo inchiodò con forza al tavolo perforandolo con la lama. A quel punto mi misi a ridere, e combattendo la singolarità di quella posizione forzata alzai un braccio e lo mandai a raccogliere l’abbraccio della maestra. Mi baciò la lingua delle unghie e aspettò al mio fianco il passaggio del treno.
