A stupirmi in qualche modo era stata la mia totale accondiscendenza di fronte a un qualcosa che sapevo, fino a poco prima, mi avrebbe provocato di certo almeno un timido vagito di stupore. Quasi a rivedermi davanti il riflesso di una mente aggrottata nella tazza del caffè, non c’era adesso più diffidenza. La familiarità improvvisa di un’immagine, un sussulto corporeo, fisiologico, scivolava corrosiva lungo la stessa identità che mi percepivo addosso, stretta in un vestito nuovo, fatto su misura di qualcuno che fino ad allora non avevo conosciuto. Qualcuno però che doveva somigliarmi incredibilmente. L’accettazione sembrava l’ultimo capitolo di un avvenimento storico studiato sui libri, più che una scelta. Un modo per riscoprire il gusto di farsi i fatti degli altri, il feticismo irrefrenabile di sconvolgere le pieghe della narrazione per scoprire come gli era andata a finire a quello o a quell’altro, dei personaggi. Un copione, suggestivo di certo, cucito addosso alle improvvisazioni di qualcun altro, nella proiezione di sé vissuta a confine tra il passato e la memoria. In buona sostanza, tutto ciò che potessi essere, al di là dei limiti delle mie mediocrità di sistema. Una macchina nevrotica capace di rivelarmi, nella mia esistenza fluida. Un giro di vite, che le vite le moltiplica.