Il rombo improvviso dei grossi reattori dell’aereo di linea squarciò il silenzio marmoreo del mio terrazzo. Voltai lo sguardo verso l’alto, per rincorrere il mostro lungo le sue rotte prestabilite, stavolta quasi a volerlo ringraziare del momento di lucidità che aveva regalato ai nervi. Fino a quel momento ero rimasto seduto su una delle neroverdi sedie di plastica da esterno, sistemata sopra il tavolo per riuscire a farmi intercettare dagli ultimi raggi di sole che ancora non si erano lasciati fermare dal muro d’ombra del tetto. Continuavo a fissare la finestra dell’ufficio di fronte, cercando di ignorare i brividi di freddo che nonostante tutto tornavano spesso a tormentarmi. Fumavo distrattamente, senza averne né voglia né necessità, in attesa che arrivasse la comunicazione che ormai da molte ore stavo aspettando con ansia. La comunicazione poi non arrivò mai, ma è anche vero che dopo pochi minuti non la stavo più nemmeno cercando, rinfrancato dal calore domestico del termosifone. E fu così che diventai grande.
