L’eco bisticciata dei cardinali rintoccava sulle guglie dei marciapiedi fin dal fondo della strada. Le prime requisitorie formali avevano già lasciato il posto alle consuete messinscene della controffensiva d’ufficio. Si sentivano alcune punte a spillo soffocarsi in gridolini sommessi da dietro le facce punto croce del banco degli imputati. Tutt’intorno, si respirava disapprovazione, reprimenda e buona educazione. Il mogano delle rosse tappezzerie circoncideva ogni sorriso al gergo amorfo delle circostanze. Le folte chiome biancastre della stanza ripugnavano gli astanti a suono di fumo impregnato e tanfo di unto, che rimaneva ad aleggiare tra le teste dei giurati fin nelle pieghe delle camicette, sbottonate al petto come giovani apprendiste. Una di loro aveva l’aria d’esser particolarmente contrariata dall’aria viziata dell’aula, e cercava nuove vie respiratorie continuando a sfilacciare sempre di più la camicetta sul corpo. Continuavo a chiedermi per quanto tempo avrebbe resistito, si tenevano delle vere e proprie scommesse sottobanco tra il macellaio e il paramilitare, sotto la telecamera di sorveglianza del veterinario. Una bisca clandestina, tenuta in piedi in buona regola dalle frenesie di quel benedetto pomeriggio di tempo perso. Alzai gli occhi verso lidi più felici e accoglienti, un posto dove le camicette avrebbero parlato anche di me, e dove magari l’avrebbero fatto pure in mia presenza, magari proprio per farmi felice, tutto per conto mio. Strattonai le caviglie e rimontai i malleoli verso direzioni più propizie. Abbandonai l’aula del tribunale per rigettarmi nuovamente in strada. La strada era l’obiettivo spontaneo, involontario e incontrollabile di ogni mio abbozzato tentativo di fuga o simili. Mi rendevo conto già all’epoca di quanto fosse semplice e scontato rimettere tutto alle casualità e alle mediocrità della pubblica piazza, del brodo comune, ma tanto mi aiutava a risolvere i problemi, e tanto bastava assai per rigare dritto. Rivoltai le maniche della cravatta e subito lì sotto ad aspettarmi c’erano i profumi del mercato dei fiori di Taipa. Le bancarelle parevano ricoperte d’una specie di ottone sbruciacchiato, corroso dal tempo acido delle piogge della Cina indonesiana. Se ne stavano disposte in geometrie impeccabili lungo i mattoni sconnessi del pavimento lastricato, infiltrando rigagnoli di fango e liquido di governo a conserva del microclima, che qualche buon santone della tradizione doveva aver tramandato loro, probabilmente con un certo velato disprezzo e svariate insidie umorali dell’età, mascherate in un nodo di curcuma riparato dallo zucchero a velo. Al di là di quanto ci si possa aspettare da un mercato rionale, tutta la grande piazza addobbata era deserta, e alla mercanzia abbandonata a se stessa altro non riuscì di meglio che starsene a ragionare col tempo delle vecchie spasimanti di parecchi novembri migliori. Girai il dente sulla mandibola e dalla cima del lampione, intiepidita di jeans e di sudore, si odoravano adesso gemiti quasi impercettibili di dolore fisico. La cena era finita e s’era portata via pure tutte le indiscrezioni del caso, lasciando l’amaro in bocca al pubblico improvvisato. In un attimo ci trovammo tutti d’accordo, prendemmo l’interruttore e ce lo lanciammo addosso con grasse risate d’accompagnamento. Ripescammo la fondina dal letto del fiume e restammo al buio, insieme ai gemiti, a passare il resto del tempo aspettando che la realtà se ne tornasse da dove era venuta.
