Interrogarsi sulle monete di plastica dell’Occidente a volte porta meno soddisfazioni di quante non ne sbandierassero i vecchi marinai dell’Oltrebar, e fu così che il giorno dopo me ne andai sotto il ponte delle chewingum a strisciolina per divorziare. Era una giornata rassicurante, stesa come un’enorme matassa di minuscoli tappeti polverosi cuciti insieme, brillando l’umidità delle piogge precedenti al vapore accentratore della sgonfia palla di Sole. Lampeggiavano ombre sonore di dita in movimento sugli schermetti retroilluminati che qualcuno m’aveva appiccicato sui nervi, e la distanza era diventata fragile come una pala meccanica di gommapiuma. Si riversavano addosso alle barriere dei sensi di colpa parole stupide, strappate dalle lacrime come pietre da un rene malato, e cadevano tintinnanti sul pavimento gelido, a disegnare contorni evanescenti d’una favola mal raccontata, una barzelletta col finale sbagliato, un vangelo senza verità. Non è facile infilarsi le lenti a contatto quando si piange sulla sponda sinistra d’un cornicione. Qualcuno prima o poi dovrà ricordarselo.