Le file ai ristoranti si dimenavano come quaglie afrodisiache nel petto degli adolescenti, pochi tintinnii di telegrafo a disturbare il flusso delle coscienze disinibite. Ogni mercificazione profumava d’oro colato, sangue di vitello negli occhi di una ricerca d’approvazione. Le teste squadrate dei convenuti correvano a reclamare attenzione dalle compagnie geometriche che riuscivano a ritagliarsi intorno. Si rinchiudevano in figure apocalittiche da manuale di trigonometria e sconquassavano i perimetri degli altri con battute sagaci o peripezie pungenti. La nebbiolina leggera delle sigarette al mentolo svaporava tra le punte dei compassi come una banda di piccoli mammiferi a inseguire la noce di cocco della mensa universitaria. Ogni pericolo tirato a lucido dalle fotografie subliminali dei passanti se ne stava accucciato nel centro preciso della rigorosità matematica della folla. Le sillabe dei convenevoli si riunivano in bande di giovani disadattati e correvano lungo i muriccioli dei canali in cerca di qualche malcapitato da bullizzare un po’ alla meglio, quasi scherzosamente, innocentemente. Note di colore affollavano gli arcobaleni nell’aureola degli alcolizzati, e tranquilli e beati s’andava avanti tutti. Camminavamo in fila, ognuno nel microcosmo, ça va sans dire, a passo di sfilata, nell’onorificenza funebre in cui ci riconoscevamo e che tanto ci spaventava. Giocavamo a far finta di conoscersi, e non c’eravamo nemmeno messi d’accordo. Uno dei fari proiettati nella locanda, posizionato all’ultima fretta e furia disponibile, cominciava a surriscaldare uno dei cartonati portanti, e non ci volle molto prima che la notizia facesse il giro degli angoli del locale, fino all’ultima delle resistenze. Seguimmo tutti l’incedere incessante della marcia, qualcuno di scattò si lanciò dalle finestre socchiuse e venne raccolto nelle ceste dei portalettere e rispedito al deposito. Qualcun altro provava a trattenere il respiro per distrarsi dall’odore, e il più delle volte preferiva lasciarsi cadere, ammosciarsi svenuto per terra, piuttosto che presentare qualche sorta di reclamo. Raccolsi una gomma da masticare appoggiata alle macchie di rossetto di uno dei bicchieri vuoti e tanto mi bastò per prendere le gambe e schiaffarle dentro al sottoscala. Vidi piccole assi di legno sgraffiarsi a vicenda con le punte sporgenti dei chiodi, fino a consumarsi a sangue negli urti inevitabili con le pesanti superfici di marmo battuto. Mi rimase della cenere sul ginocchio, corsi a leccarmela e una delle assi mi si conficco lungo il solco di una vecchia cicatrice. Strinsi la mano al sottoscala, con aria di riverenza, e mi portai di nuovo verso la piccola porticina, chiusa a chiave dall’esterno. Mi abbassai sulle ginocchia, sfilando lentamente i pantaloni, e a costo di qualche sfregamento doloroso dei gomiti osservai la basilica sporgente della piccola toppa d’ottone con tutti i segreti pronti a non esser mai svelati che mi si attorcigliavano in mezzo al collo, ai peli pubici, ai genitali affranti dai brividi di freddo secco e pungente del legno. Ogni tanto alzavo lo sguardo verso il soffitto e mi sentivo libero. Per poco mi stupii dei cinque quarti di cielo che trasparivano dalla croce della grata di una finestrella scrostata dalla muratura. Fu quello il momento in cui conobbi il carcerato. Senza presentarsi né richiedere di palparmi le carni, come era diventata usanza fare in zona per assicurare sostanza alle rare narrazioni che avvenivano clandestinamente in luoghi e situazioni di fortuna, la fronte di quell’uomo era l’unica parte di sé che aveva conservato la memoria di una vaga sfocatura di colore. Tirò fuori la fiocina da dietro la lingua e mi conficcò sfumature di curaro dritte nell’interno coscia a peso di piombo. Sotto cosa si ripara il prigioniero quando viene il terremoto, maresciallo? Che fine fanno le matricole? Presi il passo di danza di uno dei rammenti arrotondati sui listelli e glielo tirai sulla faccia dalla paura. Sotto a cosa mi metto, brigadiere? Le chiazze neroverdi delle venature rimbombavano trombe da bersaglieri sulle pareti febbricitanti, fuori la marcia risuonava sulla porta nell’incedere continuo delle controfigure. L’odore di bruciato del cartone portante riempiva la clessidra di fumate di un denso nero appiccicoso, e i cardinali da capo col copione in mano si rituffavano sotto chiave nella salamoia di una nuova votazione. Guardia dimmi, e il terremoto? La marcia della tonnara vomitava il passo anfetaminico della prima sbronza cruenta, sputi sanguinolenti filtravano addosso agli osservatori come piovuti dalla picca di implacabili commilitoni asburgici. Il fracasso di un primo incendio doveva aver confuso la psiconautica militare, e restava una fronte sfocata a insidiarmi sotto tempia le sue contraddizioni al silicone. Sotto a cosa, appuntato, scusi?