Blitz, perimetro di quelli da nonchalance. Qualcosa di grosso parte a perpendicolo per la tangente, e mi sfugge nel fracasso delle sirene. Correva l’anno, e qualcuno lo rincorreva pure, distratto dalla faccia da salmone che per tutta risposta gli schiaffavo addosso. Nascosto sotto i bidoni della spazzatura facevo amicizia coi ratti dell’umanità e sprizzavo sbuffi di alito al cherosene verso la luce umida dell’ultima sera. Sapore di fritto conficcato nelle costole, ruminavo la biada avanzata dal grosso pranzo rituale, e mi contorcevo sperando di ricordare il primo movente per vomitare. Un calcio a un sasso lo fece volare per qualche decina di cadaveri fino a farlo schiantare contro la paratia di una fermata dell’autobus, incrinando il vetro sozzo con tutta l’arroganza di un amante irrequieto. Qualcosa mi sfugge, qualcosa di grosso. Non sono una signora, mi dicevo, dai ricorda, fai uno sforzo. Nel piscio della luna, seguivo la faccia nelle vampe della grigliata mista che mi brulicava nei pantaloni. Qualcuno osservava. In ogni caso la sessualità è una formula magica troppo distante dal guinzaglio dei vostri righelli, lasciate fare a chi sa fare. Insegne di croci verdi sibilavano tra i piedi lunghi dei passanti coraggiosi. Padri pellegrini solfeggiavano marce militari dai grossi corni di polistirolo annodati al saio purpureo. Larghi sacchi di cemento armato penzolavano sulle teste degli autoferrotranvieri appollaiati sulle terrazze mansardate dei marciapiedi più lugubri, spersi in mezzo agli occhiali da vista dei cani randagi. Vecchie sartorie abbandonavano capannoni all’ombra polverosa degli imponenti svincoli autostradali, mentre soltanto due riuscivano a respirare nella cappa della noia, in mezzo a fango e detriti, si leccavano le ferite tanto per non dimenticarsi il rumore ferroso dei vetri rotti. Mandrie ordinate di souvenir salutavano il passaggio dei resistenti con levate fucsia di cappelli di vetro e palline di gommapiuma sotto ai materassi. Ogni lasciata è persa, presero la palla e se la conficcarono in gola per non smettere di incontrarsi tra i fumi confusi dell’aldilà. Le carcasse delle casse automatiche gli ridevano in faccia, con la presa di uno zaino che si lascia cullare dalla schiena dolorante del suo personale quindicenne di fiducia, e nell’aria vibravano condense amorose di dubbia provenienza. La diaspora dei bravi ragazzotti si avvicinava alle soglie ininterrotte di dolore, tra cristalli di rotture e punture di saldatrici. I chiodi del mondo, caro maresciallo, si arrotondano da soli; presto o tardi, non bucano più, me lo rammenti settimana prossima. I cartelli di divieto lasciavano il posto alle decappottabili luccicanti della prima periferia, ritirandosi a vita privata si slacciavano le cinte e picchiavano le mogli graciline per compensare le ore di fatica. Dov’è finita la tenerezza, maresciallo? Lasciarsi andare è una mangiatoia per gli occhi, compare, i chiodi. Pensa ai chiodi, quelli belli fatti di alluminio pieghevole, quanto mi fanno ridere i chiodi. Nel mezzo alle luci gialle dei semafori, i grassi venditori di rose si sistemavano il colletto davanti ai motociclisti nudi che si cavalcavano a vicenda emanando profezie oscene dai pruriti intimi. Sorpresi da tal maledizione, giravano lo sguardo lungo le pensiline degli avvocati in pensione, che riscattavano onorari immaginari dalle segnaletiche confuse agli incroci della città. Le finestre della chiesa rimbombavano mezzanine di colonne di pietra rinchiuse in abominevoli inferriate battute su misura, e un giovane pescivendolo disorientato le fissava abbracciarsi e infilarsi aghi nelle spalle tra di loro come forma di cortesia. Le spirali dei distributori automatici si accanivano tra di loro, si lamentavano del mal di testa e vomitavano schizzi di sangue sul vetro luminoso delle piccole vetrine, tra odori di scoiattoli e dita autolesioniste avvinghiate alla comodità di un pasto di mezza giornata. Sul bancone si consumavano spremute di frutti esotici incartati nel polistirolo, e pareva anche che nessuno se ne lamentasse. Cinque minuti alla chiusura, la cameriera urla ai clienti di venirsi a riscuotere i bicchieri da soli, che ormai si stanno abbassando le saracinesche e le cassette delle scope sono già ubriache della razione quotidiana di merda e insetti calpestati. Qualcuno intervenga, gridò un vecchio alla dentiera, gioco di squadra, è quello che ci vuole, la forza del gruppo dei trentadue di silicone. Il fischio dei treni in lontananza riportava aria di cartonati e brulicanti pedoni migratori si affollavano coi sacchi azzurri in spalla lungo le linee storte dei binari. Nessuno pensava al domani. Il domani piangeva in collo alla madre, una signorina alla buona rimasta incinta dopo aver leccato il pavimento di un cesso pubblico lungo la statale, tra il porto e il deposito degli autobus. Le scosse elettriche imbastivano sinistre paresi in faccia agli sconosciuti, e soltanto qualche controllore di passaggio si godeva il tempo fuori servizio lasciandosi trasportare dall’autocommiserazione. Notai che in quel momento per la prima volta non avevano nemici, e si divertivano a notare la totale incapacità degli altri di dosare la cattiveria. Loro ne sapevano qualcosa, involontariamente, erano tra i pochi abituati a conoscerla, la cattiveria. Tutti gli altri non ne avevano bisogno, alcuni addirittura ne dimenticavano a tratti l’esistenza per farsi cogliere del tutto impreparati alla prima occasione in cui avessero avuto bisogno di sfoderarne qualche manciata. Così dalle lingue arrotolate ne uscivano granelli da clessidra o tonnellate di liquami isterici da autobotti di cantiere, senza nessuna via di mezzo. I controllori da tramezzino questo lo sapevano, e lungo le panchine sovreccitate dalla folla rincorrevano le sillabe casuali della violenza incomprensibile degli altri.
Passammo tutti insieme un ottimo pomeriggio.