Vivevo conficcato nello stantuffo di un cancro alla moquette. Colate di specchi colorati rimbombavano immagini sbiadite nell’aria densa di fumo, a intervalli regolari di vulcani inattivi di legno e mostri di carta a fare la guardia, pronti a risvegliarsi da un momento all’altro. I millimetri dell’usufruibile si frazionavano con la violenza del parto subacqueo di uno storione in nuove indecifrate unità di misura, accaparrandosi solide provocazioni di plastiche ferrose, lamine multiforma multimateriale, lega di finto PET, accartocciate sotto forme diverse e diverse funzionalità, si proiettavano nelle pareti tappezzate a compensazione del midollo spinale mutilato. La loro esatta posizione, all’interno del polmone d’acciaio quattro per tre, era quasi sempre molto più importante della loro funzione o dell’uso specifico per cui erano state razionalizzate in qualche capannone a chilometri di zone industriali più distanti. L’armonia delle forme si reggeva ubriaca su un gioco d’equilibri e di scenografie, con la funzione d’un cartonato a grandezza naturale della propria partitura bidimensionale. Un modo come altri di schiaffarsi da soli olio su tela nell’Ottocento di civiltà sconosciute, coincidenze senza tempo capaci di dimostrare equazioni esatte di ciascun mattoncino di cartone, senza mai la voglia effettiva di tirar fuori tutta la cattiveria potenziale. Il campo di battaglia a mezz’altezza piegava la testa all’unica sostanza dell’abitacolo, il suo vincolo di mistica osservanza luminosa. Ogni riflesso aveva più concretezza delle pupille strangolate che se ne lasciavano impossessare, e ogni condomino, più o meno ammanicato col Consiglio d’Amministrazione, doveva rimettersi al comandamento. Ogni devianza, ogni perdizione che si lasciasse lascivamente trascinare dalle manie di solidità veniva annientata dalla moquette, impregnata di polvere nera e cenere dal profumo sabbioso, come forze di polizia pronte all’azione, come fosse il turno d’un Natale senza scrupoli nell’uso della violenza gratuita, feticisticamente intrecciate col rumore metallico del sangue rappreso, scivolava dalla testa del padrone lungo le fessure lasciate dal fumo. I liquami pendevano dal soffitto fino a stuzzicarmi le radici del collo in nugoli contraffatti di eritropoietina ricca di fibre e flore di fermenti in subbuglio, e ciò che vedevo bastava a nascondermi tutto il resto, con aria compiaciuta. Non si sentivano le differenze. La stanza era un silos di cattive intenzioni sciolte nell’alcol.