Sputi di cloroformio nel polso dolente. Macchie di sole in fila alle tabaccherie per reclamare l’ora d’aria e cambiarsi i pantaloni. La lama dell’apribottiglie penzola distratta sulle gengive con movenze da uccello della brughiera. Rantoli di bile a scuotere intestini sovreccitati da missioni disperate. La carta intestata col rosa delle multe alle auto in sosta ostruisce le obliteratrici della stazione, e sfavillano puntini rossi e lampeggi di allarmi confusi tra i binari. Fregole nervose sperse nella goduria di rifiuti dispersi nell’ambiente. Sassi pesanti rimbalzano sotto le caviglie. Tisane allucinogene da venti centesimi al grammo spintonano d’arroganza il mercato dei contraccettivi in braccio a checche quindicenni con la tessera fedeltà dell’accademia allievi. Ponti levatoi senza porte né infissi abbracciano il castello di mattoni di bigiotteria della Psiconautica Militare. Le grosse lettere cattive dello stemma veleggiano spensierate nelle mutande delle palpebre, e non resta che scuoiargli addosso mozziconi vivi. Gomitoli interi di filo logico sprecato nella bava incandescente dei ratti randagi, invocano semidivinità sconosciute chiamandole con soprannomi di vecchie ganghe da bar. L’alito delle preghiere appanna i finestrini, e le manovelle incastrate nei lacci delle cinture volteggiano al contrario come sperma di pedofilo nello scarico di un cesso sudafricano. Voglie insoddisfatte si rinchiudono nel privilegiato godimento di una scarica irraggiungibile, con la ghigna del naufrago in un’isola deserta, mille scatoloni di travestiti gonfiabili che salutano le rondini. L’alternativa insegue le traiettorie della marcia da parati, come una donna fascinosa rimasta zitella che si lancia disperata alla ricerca di tutti i giovani arrapati un tempo rifiutati, prendendosi in testa lapidi di marmo incise di tempus fugit e bicchierini di plastica incrostati di caffè e liquori secchi alla papaya fermentata. Dai lampioni argentati pendono grappoli di raspi dalle coscienze disinibite degli allievi-maresciallo, mentre grossi piedi senza testa risucchiano tutto nell’imbuto conficcato in gola dalla tracheotomia della prima mattina di insonnia. Merda di Jack Russell, il Nano della TV, zampetta su sé stessa sbranando il guinzaglio del marciapiede, e ogni quindici chilometri passa una cameriera a versare per terra scatolette di stuzzicadenti usati per strozzare il cane col suo stesso rumorino fastidioso di ossa stritolate nel fegato. Una bambina in pensione riempie palloncini colorati col gas dell’accendino e si scioglie in grosse bestemmie nel vederli incapaci di volare via, suscitando l’ilarità delle numerose bande di mariti armati che passeggiano distribuendo mazze nodose e cornucopie di biscotti avvolti in farina di castagne. Manuali d’istruzioni avviano i passanti allo studio delle lingue antiche, sotto gli sguardi severi dei cassonetti. Carte di credito buttate in gola ai metropolitani si strusciano gli occhi a mezz’asta sul velluto delle tasche, riempiendo l’aria di odore di chiuso e gridolini scomposti dalla frenesia erogena. Ventitreenni antropomorfe migrano stampe digitali di nostalgia al profumo di rugiada dagli atelier di grossi pittori eunuchi della Bassa Continentale, richiedendo indietro i bei cazzi andati laddove la moda opaca lasciava perdite di incontinenza lungo i pavimenti moquettati, come bava vomitata da ghiandole urlanti d’una lumaca impazzita, mentre agli indiani restavano sottoscala pieni di cartelloni pubblicitari, con le mandibole spaccate delle giovani esploratrici esclamative. Messi comunali si arrampicano sugli enormi scalei, con pennelli incollati e secchi di targhe immatricolate da inchiodare sulle cornici delle loro avventure all’estero, piangendo striscioline di vomito violaceo dai contorni umidi dell’opale graffiato dietro agli occhi. Cappotti verdognoli riempiti di affaristi metrosessuali scuotono le tasche piene di tasti numerati, frantumi di calcolatrici come maracas cangianti venute dalla campagne a riempire le città-noia di funzionari e dipendenti. Prenditela calma, dicevano parlando con le vetrine dei concessionari, le esche vive, prenditela calma e fammi un resocontino veloce per i fornitori, che poi domani ti spiego. Un attimo che qui si muovono tutte, ‘ste cazzo di esche, ne compro dieci per lubrificare l’asilo di quel parassita di Metronal Jr. Comunque capito, una robina veloce, che sai come son fatti loro, il feticismo è il modo usa e getta di scontare il peso d’essersi fatti nascere, c’han sempre la paraffina nelle narici e talvolta perdono sangue dai frigoriferi da quanto mi cercano. La Madonna sulla due, correre.