Ossigeno rotto di collo, sabbia incrostata fin sulle radici dell’ugola. Argilla fusa gocciola sulle labbra screpolate, le palpebre inaridite si infrangono in mille pezzi nel tentativo di aprirsi. Una grossa zebra impaurita dal rumore di cocci si allontana in gran fretta con la lingua ancora srotolata sulla mascella. L’impugnatura di una carcassa nuda di carne essiccata mi si avviluppa lungo il polso, e si contorce in dolori intramuscolari. D’intorno, il piatto vuoto dell’orizzonte s’impicca con le ultime energie al manto ipocalorico del cielo violaceo. Per pietà gli tiro addosso una merendina, diventata un tutt’uno con la sua confezione di plastica liquefatta. Lo scossone mi scaccia di dosso il manto di sabbia e terra carbonizzata, liberando lo strato abbronzato di frastagliate insenature e spigolature pungenti di affilata roccia carsica. Raggrumo tutti i sassi del corpo, rimontandoli assieme distrattamente, mi rannicchio sulle gambe durissime e comincio a scavare una buca davanti a me, violentando l’equilibrio della desolazione completa. Un profondo cono rovesciato nascosto in mezzo al sole del deserto. Con le dita rocciose non faccio molta fatica a cavarmi l’occhio destro dalla grotta oculare in cui se ne stava riposto, così ancora insopportabilmente acquoso e umidiccio. Lo faccio rotolare con cura nella polvere, per poi rovinarlo in centinaia di sottilissime fettine azzurrognole macchiate di sangue. Una accanto all’altra, le dispongo a mosaico sopra un intricato telaio composto da un reticolo di pietruzze simili a dita dei piedi, e dispongo il fragile coperchio sopra la buca appena ultimata. Un pizzico leggero di granelli di sabbia a ricoprire il tutto, facendo attenzione a lasciare qualche piccolo stralcio di retina come indizio. Finalmente soddisfatto da qualcosa, mi allontano per vedere l’effetto che avrebbe avuto sul primo ignaro avventore, che avvicinandosi incuriosito dai bizzarri luccichii si sarebbe sfracellato la caviglia nel vertice irregolare del grosso cono. Dopo quelle che dovevano essere tre o quattro ore d’attesa, non si fa vivo nessuno. Comincio a girovagare nella strisciolina di terreno che componeva il diametro di un cerchio immaginario tracciato a qualche centinaio di metri dalla buca, nella disperata ricerca di un cespuglio, un albero, un sasso più grande di me, un nascondiglio qualsiasi dietro cui appostarmi. Ma non c’era assolutamente un cazzo di niente. Mi accovaccio tenace lungo le disposizioni orografiche del culo violato dalla schiena, vicino all’unico amico che mi riesco a trovare, un piccolo sasso rotondo dalla superficie biancastra e porosa. Con tutta la complicità che ha in corpo, quello mi avverte di stare attento alla buca cilindrica che ha innescato qualche metro alla mia sinistra. Mi dice che da quelle parti non c’è molto da fare e che ognuno dei sassi s’è messo da parte almeno una decina di buche da tenere d’occhio; entriamo in simpatia e aggiunge che prima lui era il figlioccio illegittimo di un trafficante di coltelli e di una giovane ragazzina svedese che un gruppetto di cinque petrolieri omosessuali si erano trascinati dietro fin dalla vecchia residenza estiva nel loro viaggio in sidecar, alla ricerca di nuovi mercati neri dove scambiare gioielli e fare affari con qualche teppista locale. In una catapecchia avevano incontrato un vecchio sordo che si unì a loro con la promessa di guidarli fino al capozona del posto. Lungo la strada avevano trovato uno dei sicari che lavorava per il capozona, il quale si innamorò di uno dei petrolieri e convinse tutti gli altri a fermarsi da lui. Una di quelle sere di tempeste di sabbie ormonali, la ragazzina sgattaiolò fuori da una porticina che dalla lurida cucina del sicario portava ad una tremolante scalinata metallica. Inforcò i gradini presa dalla curiosità e in mezzo alle colonie di ratti idrofobi trovò una cantina sommersa per metà dalla ghiaia, da cui spuntavano la testa e le mani, incatenate al grosso tubo dello scarico, della giovane moglie del sicario. Lui aveva cominciato a ripudiare le donne da quando aveva scoperto che per una qualche malformazione congenita la moglie soffriva di una crisi particolare che la obbligava a spruzzare una volta al mese centinaia e centinaia di ovetti infertili, quasi come si impossessasse ciclicamente delle gonadi d’uno storione gigantesco e partorisse puntualmente ogni mese tonnellate di durissimo caviale inutile. Con le piccole manine la ragazzina cominciò a scavare in mezzo alla ghiaia, e riuscì a liberare le braccia consunte e mezze putrefatte della donna, che ormai s’erano rinsecchite e rammollite sufficientemente da permetterle di divincolarsi dalle catene. Le promise di riaccompagnarla a casa, così ne conobbe il padre, il trafficante di coltelli, e se ne innamorò. Sciaguratamente il trafficante aveva fatto voto di misoginia con rituale sacro durante l’iniziazione all’harem dei trafficanti, e non potendola riconoscere la imbarcò su una carovana di negrieri, che una volta accortisi della gravidanza avevano gettato dalla carrozza in corsa il piccolo feto deforme in pasto ai licaoni. Così, nel tempo, era cresciuto il mio amico, adattandosi al territorio e costruendo buche, sempre più articolate e originali, divertendosi ad aspettare le vittime. Deve essere proprio quella tenacia a incuriosirmi così tanto. Abbagliato da grossi spasmi di fascino, rotolo accanto al racconta-storie e cerco di leccarlo con una delle estremità di pietra. Da molto tempo non lo faccio, così nelle mutande ritrovo una moneta lituana rimasta lì dall’incontro con il primo frammento della storia nascosta dell’incantatore. Appena la vede gli si accende qualcosa sotto la fronte levigata, come stuzzicato da strani ricordi congeniti, ma l’unica cosa che sono in grado di comprendere è che adesso si fida pienamente di me, per qualche ragione incomprensibile. Si avvicina e dalle rugosità porose lascia fuoriuscire una tiepida schiuma lattiginosa. Nel deserto ho scoperto perché si decide di diventare sassi.