Punteruoli d’acciaio, grosse scimitarre di cartone, battiti incerti sugli anelli in combustione, sfilate di moda squittivano sazie sullo stomaco dei pisciatori, sul palcoscenico si alternavano cabarettisti sordociechi prendendosi a colpi di bastone bianco e lacrimando rantoli di scuse e costernazione dal vetro lattiginoso degli occhi. Ragazzine festanti applaudivano risate scomposte e mi lanciavano dalla platea popcorn caramellati incendiari sulla camicia di cotone. Cercavo di raccoglierli sollevando i lembi della camicia e chinavo la testa sotto i sedili per piangere i dispersi, mentre altro caramello mi si proiettava addosso al sudore del collo in confuse ombre viscose. Scricchiolii sconcertanti lamentavano i tiranti del sipario fin sugli snodi dei tubi innocenti, tra gli sguardi affilati dei macchinisti. Dietro le quinte due impresari masturbavano ritmicamente il regista, rigando la pelle irrigidita con i grossi anelli d’ottone conficcati nei pollici. Potenti scariche di scintille evacuavano il vetro infranto di un faro di scena, mentre con un braccio sui popcorn mi arrampicavo tra i rumorosi seggiolini di legno cercando di accendere una sigaretta con un cavo elettrico scoperto. In lontananza, il cane guida di uno dei cabarettisti si specchiava in una boccia da pescerosso piena di minuscoli bambini di polistirolo, che scorrazzavano urlando in preda al panico per sfuggire a una lunga cannuccia di alluminio che li risucchiava dentro scatoloni di frigoriferi e televisori al plasma. Una grassa massaia scivolava lungo gli stretti corridoi sfoggiando una parannanza macchiata di brodo e un cestino di frutta secca da rifilare a qualche storpio annoiato, ma procedeva senza criterio e continuava a importunare la solita decina di ragazzine delle ultime file. Una guardia giurata fece il suo ingresso pistola alla mano spalancando la porta a vetri della sala con un calcio, poi esplose un colpo in aria suscitando l’ilarità generale. Alcuni precursori svitarono i seggiolini dal pavimento voltandoli all’indirizzo dell’uomo armato, seguiti a ruota in pochi secondi dal resto degli spettatori. I cabarettisti percepirono la comparsa e si misero a immaginarsene la figura seduti sul palco a gambe incrociate, mentre il fascio di luce del faro principale correva a vuoto lungo il pavimento e le pareti della grossa sala nella disperata ricerca di un protagonista. La guardia giurata se ne accorse e esplose un secondo colpo verso il faro, prendendolo di striscio per andare poi a frantumare la cannuccia di alluminio. Fiotti di bambini di polistirolo colati giù dal palco scorrevano per terra controcorrente, risalendo la discesa delle mattonelle per confondersi con i popcorn sotto il sedile e lasciarsi avvolgere dal tocco materno della mia camicia umidiccia e untuosa. Il più piccolo di loro si staccò di bocca il ciuccio di gomma e lo rimpiazzò con un fischietto a ultrasuoni che rimbombò nell’aria gelida comprimendo le tempie dei più attenti. Caddi svenuto sul pavimento, e riaprii gli occhi solo quando il livello del fango dei mocassini cominciò a saziarmi le mucose delle guance. Rialzai la testa sull’orizzonte della scena; la guardia giurata si era appena sparata un terzo colpo sul ginocchio e un quarto dritto sul pomo d’Adamo, e si dissanguava dal ridere. Gli impresari riuscirono finalmente a far venire il regista, che si accese una sigaretta e crollò addormentato tra le loro braccia umidicce. Un lungo applauso e ce ne andammo tutti a casa.
