Di colpo mi resi conto che il bagaglio di effetti personali che mi trascinavo dietro appariva sempre più lucidamente come una bizzarra e sconclusionata raccolta di nemici. Nel tempo avevo messo insieme in una scatola tutto ciò che più mi attirava, e soltanto dopo mi potei render conto della coincidenza sorprendente di quei pochi amici con ciò che più odiavo in assoluto. Solo adesso mi veniva chiaro che l’idea stessa che le persone siano identificate e ricordate per un qualcosa che piaceva loro fare, per il risultato delle proprie passioni o del proprio impegno, non poteva esser altro che una colorita menzogna da affiancare alle favole per i bambini nelle serate temporalesche. Mi sentivo stupido per non esserci arrivato prima, per tempo. Stupido per il continuo ritardo con cui mi impegnavo a dare spiegazioni alle improvvisazioni degli anni precedenti, quelli divertenti del rigore e del continuum. Tutto ciò che distingue i giocatori, anche quelli più infimi, resta soltanto ciò che più odiano. Nel caso specifico, le geometrie degli edifici, la classificazione dei casi clinici, il ruolo della percezione nella scenografia dei marciapiedi, lo stordimento programmato del contropiede, la decostruzione e la depropriazione dei sentimenti e delle affinità, il nucleo familiare, l’abolizione della sottile striscia di terra nel mezzo tra l’accettazione e il livello di provocazione insostenibile, l’assenza di eserciti su quello stesso campo di battaglia, la rigidità delle traiettorie. Tutto ruotava intorno a pochi principi, e ogni singola ossessione non poteva fare a meno del suo terrificante feticcio umidiccio. Da marciapiede.
