I denti del mondo nuovo sperduti nella carne, continuavo a sanguinare. Inspiegabilmente riuscivo a mantenere stampato in faccia un sorriso sufficientemente terrificante da procedere con un nuovo, imprevisto e meraviglioso, senso di disorientamento programmato. Senza accorgermene stavo ascoltando a circolo continuo, senza interruzioni, uno dei motivi più ansiogeni della tradizione primo-novecentesca russa. Mi riempiva di appagamento piazzato chirurgicamente dalle attenzioni della mia immaginazione a colmare i vuoti dello spaesamento e dell’arto mancante. Per terra la chiazza di sangue aveva cominciato a ricoprire l’intero parquet sul pavimento. I listelli di legno avevano anche cominciato ad imbarcarsi, in alcuni punti nell’angolo a nordovest della stanza. Il sangue, filtrato in mezzo alle scanalature geometriche del legno ambrato si era seccato, emanando vapori ferrosi di denso colore violaceo. Sentivo che la mia vita stava cominciando a raddrizzarsi. E senza dubbio pareva appartenermi molto più adesso di prima, tutto quel sangue finalmente libero di decidersi da solo l’oceano in cui andare a morire.
