Mi alzai dal mio tavolo, lanciando un’ultima occhiata all’incrostazione di cibo nascosta sotto la tovaglia già da molto prima del mio arrivo, e uscii finalmente soddisfatto. C’era qualcosa di così profondamente umano, in quel piccolo segno nascosto, da fornirmi un appiglio. Avevo un disperato bisogno di un segnale, l’ammonimento di un piccolo e insignificante errore di sistema, che potesse ricordarmi il motivo per cui avevo rinchiuso un pesce rosso in una piccola vetrina rotonda, così stupida quanto perfettamente imprevedibile. Avevo bisogno di ripensarci, di ricordarmi quell’immagine, di tornare a navigarci dentro, accennando qualche timido passo di danza a braccetto col pesce rosso e quei fantastici bruscolini di cibo che mi ero tirato da solo pochi istanti prima. Non potevo farne a meno, per via delle crisi. Riusciva ad apparirmi tutto così inquadrato da terrorizzarmi, disorientarmi. Ogni linea retta della mia vita ha contribuito al sovraccarico di ogni forma di navigazione; capitava spesso che mi riaffiorasse alla mente l’incubo di dover vivere dentro la boccia immerso in uno strano liquido vinoso e confusionale, cercando disperatamente di dimenticare l’ossigeno e ogni sua violenta imposizione fisica. A passo di marcia, mi esibivo in orbite ellittiche, proiettate intorno a un centro gravitazionale immaginario, al centro della boccia. E il resto non conta. Conterà più tardi, quando alzando la tovaglia non troverò tracce di anomalia, marce ungheresi, piroette cronologiche disposte in parallelo ai miei stessi, confusi, distaccamenti. Di nuovo, da capo la marcia, risuona nel caffè. Brucia, violento.
